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Dario Lussuria

by Rosario Gallardo | giovedì 28 maggio 2015

Verso la fine degli anni novanta vivevo in una casa tutta per me e mia sorella, una stanza per ciascuna, bagno e cucina. La mia camera era rossa, il materasso poggiava in terra, il mio armadio era una valigia. In camera avevo due cavalletti, su quello di legno c’era la tela e su quello di plastica c’era la telecamera, su un tavolino con le rotelle viaggiava il televisore da camera mia a quella di mia sorella. Lo usavo per collegare la telecamera e riprendermi mentre mi masturbavo, almeno due o tre sere alla settimana, quando avevo il turno della televisione, ammesso che non fossi troppo presa da altro. Avevo smesso di guardare i programmi tv da cinque anni, e avrei potuto fare a meno di collegare il cavo dell’antenna, ma a volte lo attaccavo e in quei casi c’era una sola programmazione su cui mi cadeva l’attenzione, più di blob e di fuori orario, una sola meglio di tutte: la reclame del telefono erotico, l’899, “chiama subito”! Sfondi drappegiati con teli e tende (sbilenche), divanetto rosso o azzurro, intimo impossibile, calze a rete e voce molto suadente che prometteva grandi cose, mentre la bocca, totalmente fuori sincro, si dilatava a rallentatore, come un pesce che boccheggia. La trasmissione aveva una grande virtù, era esplicitamente erotica ed era l’unico materiale porno a cui io avevo accesso. Quindi alla tv o guardavo me con la tv connessa alla telecamera o guardavo queste signore sconosciute carezzarsi il corpo. Avevano molti più anni di me, erano accoglienti, morbide e compiacenti, cose da cui mi sentivo lontana. Il mio corpo era troppo asciutto e longilineo per formare un abbraccio. In loro vedevo una madre buona che mi accoglieva abbracciandomi con le cosce come con le braccia, tutta disponibile ad amarmi, tette, bocca, sguardo, mi facevano venire la voglia di toccarmi, mi facevano sentire femminile, sentivo la mia pelle divenire più alettante. Mi affascinava questo loro vestire una divisa che le poneva fuori dalle cerchie protette. Al posto delle larghe mutande di cotone che mia madre indossava e di cui aveva riempito i miei cassetti, loro sfoggiavano stringati slip neri, rossi, rosa shocking, la calza a rete sembrava volesse distinguere la categoria come l’elmetto distingue la fanteria. Il rossetto forte e i capelli pieni di lacca era come dicessero: io non ho paura! Si vendevano né più e né meno della signorina bionda del mulino bianco o del venditore di batterie di pentole con la sua cravatta accollata e l’aria sudata, ma nella televisione mi apparivano le più audaci. Guerriere di trincea, esposte al mondo come date in pasto, quasi martiri, sotto la pelle troppo chiara e sopra un fard minaccioso e scuro. “Chiama”, come un’ipnotica litania, e l’imbarazzo stesso di essere lì a guardare queste signorine, reiette per convenzione e lascive nel loro essere invitanti, azzerava i miei principi su come dovesse essere una brava figliola, piena di dignità e onore. Nella mia testa, e non solo nella mia, una donna doveva meritare autorevolezza grazie al rigore del suo ben educato contegno. Gambe chiuse, linguaggio pulito, dolcezza, ma non troppa per non passare da zoccola. Gonne corte e maglie aderenti erano riservate ai luoghi di mare, il tacco, il rossetto e il parrucchiere erano per le cerimonie. Mai e poi mai avrei potuto dire a una donna, e ancor meno a un uomo, “chiamami”; tanto meno “ti desidero, sono qui per te”.  Pochi anni dopo, nella stessa camera vivevo con mio marito, avevo imparato a dire molte cose che mai avrei fatto sentire a mia madre o a mio padre pronunciate dalla mia bocca. L’idea stessa che io potessi servire o riverire un uomo dava l’orticaria ai miei genitori mentre a me apriva i rubinetti del lasciarsi avvenire e fluire verso un legame di reciproca necessità. Qualche porno lo si guardava, la falsa riga era sempre la stessa: accondiscendenze e cazzi grossi, musica in sottofondo e gemiti. Lui la riempie tutta col suo cazzo e lei si lascia stantuffare lasciando ricadere la testa all’indietro oppure guarda in macchina, schiude le labbra e ribalta le pupille nelle orbite a indicare: “quanto è grosso questo cazzo”. La disubbidienza era nel lasciar entrare, infatti tra gli ingredienti c’era: lasciar entare “chiunque” e lasciare entrare “tanto e completamente fino a far male”. Tutte cose utili, ma oramai già note. Ecco che un giorno siamo in un sex shop e io tiro su una videocassetta con delle foto più interessanti del solito. La protagonista è mascherata e indossa stivaloni di lattice coi tacchi, tipo stella della senna. Tira fuori la sborra su una grossa lingua attraverso delle labbra rosse terribilmente sguaiate. La volgarità in lei è uno statuto estetico e non solo un sottile confine di status sociale. Lo compro. Tra le mani ho l’opera di tale Luigi Atomico, un film che valica qualunque cliché del comportamento erotico. Nessuna accondiscendenza femminile, nessun ritegno, contiene una volgarità a tratti violenta, con molti picchi lirici, perfino epici. Una protagonista femminile che non solo parla, e lo fa di continuo, ma inventa il suo copione e si vede che lo fa a ruota libera, come fosse attività onirica. La telecamera dell’Atomico (al secolo Luigi Zanuso) la segue come se bevesse dalle sue labbra un rignagnolo di saliva al quale non può rinunciare e danza attorno alle bravate e ai rituali grotteschi come un passero incantato, su e giù, inciampa, cade, si rialza, è un tuffo, è una carica con le trombe. Zanuso è sicuramente un autore unico, avanguardista, audace e totalmente autoriale non nel porno, ma nel cinema. Antesignano, a insaputa di tutti, del postporno e seme, nelle nostre teste, del concetto di pornoestetica! Il modo di inquadrare, la ripresa continua, come stare davanti all’obiettivo, la veridicità delle azioni accostata all’oniricità dei simboli che fanno della performance un rituale. In particolare nella produzione con Vittoria abbiamo anche un’immagine femminile completamente inusuale per l’epoca. Vittoria è completamente diversa dalle femmine nei porno americani. Vittoria è la sacerdotessa del trash, lei usa la sua volgarità come fosse il suo cazzo e la sbatte in faccia, la infila in bocca.

Zanuso farà più 100 film, solo i primi con Vittoria l’atomica del sesso. Iniziando a sessant’anni lo ritroviamo oggi ottantenne, ma ancora sul set. Quando l’abbiamo contattato per avere materiale da proiettare alla seconda Conversazione sulla Pornografia del 29 Maggio ci ha parlato di un suo ultimo film che stava per girare, così ci siamo proposti senza pensarci due volte. Dopo tre settimane eravamo già sul suo set a portare una performance Rosario Gallardo da fondere con la sua visionaria atomicità.

Venerdì 29 maggio vi presenteremo questo funambolico regista. Al Cinemacello di Macao, viale Molise, 68. Milano. Vi aspettiamo!

 
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