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Crowdsourcing

| venerdì 4 giugno 2010

*di Vic Marchi*

DIASPORA. Non vi fidate di una corporation miliardaria quando si tratta di vostre foto e informazioni personali? Siete a disagio con i setting di Facebook e non volete che i vostri dati siano socializzati senza che diate il consenso? Non vi si può biasimare. Tutta la storia di Facebook dimostra che, quando si tratta di social network, il capitale ha un interesse oggettivo a usare i tuoi dati per un fine commerciale non sempre trasparente. Su questo concordano quattro studenti di NYU che hanno avuto il fegato di lanciare ciò che i tech blog hanno denominato “l’anti-Facebook”. Secondo i fondatori di Diaspora, Facebook non dovrebbe avere l’abilità di accedere e in qualche misura possedere tutti i dati personali che fluiscono attraverso le sue reti sociali. Per evitare che ciò succeda, è necessaria una soluzione peer to peer che tagli fuori il gestore del network, sia Facebook, Flickr, Google o Twitter, e lasci i tuoi dati sotto il tuo controllo. “I social network esistono solo da dieci anni” dice uno dei fondatori di Diaspora in un video dedicato a spiegare il progetto al pubblico: “Non sappiamo cosa succederà coi nostri dati, che continueranno a esistere nel futuro sulla macchina di qualcuno. Dobbiamo prendere il controllo della situazione”. Dal punto di vista tecnologico, per unirsi a Diaspora ogni utente deve avere spazio disponibile su un server indipendente dove caricare ciò che nel linguaggio di Diaspora si chiama seme, ovvero un’istanza del programma che quando si esegue si unisce in rete peer to peer con altri semi o istanze. Il risultato è una rete privata e sicura in cui i dati rimangono tuoi e condivisi solo con chi vuoi. Se la cosa appare difficile e arcana non abbiate timore. Diaspora prevede una soluzione a pagamento rigorosamente low cost per facilitare la diffusione del programma.

E non è difficile immaginare in futuro vere e proprie Diaspora Farm in cui ospitare questo tipo di rete facilitandone l’accesso, rigorosamente free, al grande pubblico. Semmai, il problema è che senza poter aggregare i dati non c’è valore aggiunto sociale da redistribuire. Metti il caso del Graph Object, ultima innovazione di Facebook: sistema per indicizzare contenuti web che raccoglie dati sull’interazione con quei contenuti aggregando informazioni da tutte le reti di Facebook; reti che nell’insieme formano una base di circa quattrocento milioni di persone. Questo aggregato è certo ciò di cui Facebook ha disperatamente bisogno per scalare il proprio modello di business. La sua storia lo dimostra. Ma rappresenta anche un valore sociale aggiunto che sfugge strutturalmente a un sistema distribuito come quello di Diaspora. Dal punto di vista economico, i fondatori di Diaspora si sono mossi in una logica open source, e hanno rilasciato il loro software libero sotto la licenza AGPL, la quale prevede che ogni modifica apportata al software sia resa disponibile a chiunque utilizzi la piattaforma. Conformemente, hanno lanciato una campagna di sottoscrizione sul sito di crowdfunding Kickstarter.com, in cui la gente posta informazioni sui propri progetti e chiede finanziamenti. Fino a oggi Diaspora ha raccolto circa 200.000 dollari dalle fonti più svariate. Non ultimo, lo stesso Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, che avrebbe contribuito di tasca propria. Forse, con ciò, Zuckerberg intende darsi una ripulita all’immagine dopo gli errori commessi giocando sulle spalle degli utenti con i privacy setting di Facebook. O forse ritiene che sia la centralizzazione il motore del valore aggiunto, e si sente troppo forte per essere messo in questione da un sistema distribuito come Diaspora.

SPOT.US. Crowdfunding sembra essere la parola magica anche per SPOT.US, un sito di San Francisco che ha lanciato un nuovo modello di giornalismo investigativo. Nel mondo di SPOT.US le inchieste sono finanziate direttamente dai lettori che decidono, confrontandosi l’uno con l’altro, cosa vogliono venga ricercato. Una volta che il finanziamento è raccolto, parte l’inchiesta dei giornalisti professionisti di SPOT.US. Secondo il fondatore del sito, David Cohn: “Possiamo paragonare SPOT.US a un mercato. Mentre nelle altre realtà il giornalista o l’editore possono agire come venditori che di punto in bianco decidono di non offrire più un dato prodotto, da noi è la domanda dei clienti a determinare quando e come si forma l’offerta di notizie. In poco meno di dodici mesi di vita abbiamo raccolto circa 45 mila dollari da centinaia di persone nella sola San Francisco, portando a termine quaranta inchieste.” In questo modo Cohn spera di restituire alla comunità “la parola su quali notizie vengono coperte”. Interessante il confronto con OhMyNews, il sito sud coreano di giornalismo partecipativo che ha conosciuto la sua fortuna durante i primi anni del millennio e il cui motto è “ogni cittadino è un giornalista”. Diversamente da SPOT.US, OhMyNews attiva il cittadino nella sua capacità di produrre notizie riconoscendo un compenso, per quanto minimo, a notizia pubblicata. I giornalisti professionisti che formano la struttura di OhMyNews si limitano a sostenere l’attività giornalistica degli utenti del sito fornendo consigli e rinviando gli articoli per eventuali integrazioni e approfondimenti.

Se OhMyNews paga i contributi dei cittadini attraverso la raccolta pubblicitaria, in SPOT.US è invece il cittadino che paga perché il lavoro d’inchiesta venga svolto da un professionista. Con questo SPOT.US si libera almeno in teoria da ogni condizionamento e rinvia alla comunità il controllo sulla notizia. Dove si può concludere che l’obiettivo di SPOT.US non è tanto quello di andare sul mercato, un mercato che conosciamo strutturato secondo logiche commerciali che sono normative di ciò che viene espresso, ma, al contrario, quello di creare un nuovo mercato per una pratica indipendente della professione giornalistica. Con questo Cohn cerca di dare corpo a una visione orizzontale e anarchica del giornalismo. Secondo le sue parole, SPOT.US si posiziona “all’interno di uno stato minimo più vicino all’anarchia che all’autoritarismo dell’editoria classica”. Inutile commentare sulle risposte che vengono dal giornalismo italiano. Citiamo soltanto Cingolani del “Foglio”, che in tutta semplicità sostiene di credere “nella funzione delle élite, nella loro capacità di dare un senso a fatti e notizie altrimenti slegati [..] nella loro capacità di fornire prospettive visionarie che possano far riflettere e smuovere le masse”. E a tal proposito ricordiamo che le masse e la società di massa sono un ferrovecchio della comunicazione di massa, che oggi sopravvive forse solo negli stadi. Contro l’elitismo di questi vecchi tromboni, non ci dispiace pensare che la community sappia esprimere visione, e che questa si possa trasmettere viralmente arricchendosi nel processo della forza dei molti. Quindi non ci resta che chiudere augurando good luck to SPOT.US.