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Contro il Pentagono

| lunedì 26 luglio 2010

Ecco infine perché il Pentagono e il governo americano erano disperatamente alla ricerca di Julian Assange, fondatore australiano di wikileaks, sito dedicato alla pubblicazione di documenti riservati di interesse pubblico. Di ieri la notizia che wikileaks ha pubblicato un numero di documenti riservati dell’esercito americano e del dipartimento di stato sulla situazione della guerra in Afghanistan. Sono finalmente resi pubblici i dubbi del Pentagono sulla affidabilità dell’alleato pakistano e del suo servizio segreto, l’ISI, che in ossequio a lealtà tribali transfrontaliere e ad una storica propensione ad interferire nella politica interna del vicino, sarebbe impegnato in un doppio gioco a vantaggio della guerriglia talebana. Doppio gioco il cui fine sarebbe la caduta del governo Karzai e la costituzione di un governo amico in Afghanistan.

Lo scenario geopolitico che si apre è tale far impallidire i più forti di stomaco. Sotto la pressione di una opinione pubblica interna ormai ostile ad una guerra di cui non si vede la conclusione, il governo americano potrebbe essere costretto ad una scelta diabolica. Dichiarare sconfitta o aprire un nuovo fronte contro un paese in possesso di armi nucleari, il Pakistan, la cui stabilità è considerata incerta da molti osservatori.

Le conseguenze tuttavia non si fermano qui. La pubblicazione di questi documenti è in grado di cambiare la natura stessa della guerra, il modo in cui essa si combatte. La guerra infatti è anche e soprattutto guerra dell’informazione. Senza il controllo dell’informazione una guerra non si può condurre e a nulla valgono a questo fine la superiorità delle armi, con buona pace di Rumsfeld e compagnia.

Vediamo di ricostruire il contesto. Memore dall’esperienza della prima guerra del golfo, in cui un corrispondente CNN trasmetteva libramente da Baghdad via satellite immagini della carneficina di allora, il Pentagono ha cercato di prevenire questa situazione lanciando il concetto di embedded media, una strategia che nega ai media un accesso indipendente al teatro di guerra e mette i giornalisti al seguito delle truppe. Il risultato è stato una versione edulcorata e insipida dei fatti, in cui la figura di un eroismo umile e buonista dei “nostri” bravi ragazzi prevale sul disincanto e l’esperienza della brutalità senza senso della guerra.

Con Wikileaks questa strategia ha raggiunto il suo capolinea. Contro la logica tribale della guerra, oggi si afferma la voce di ciò che il New York Times ebbe a chiamare la società civile globale, voce che afferma il diritto delle genti e della vita contro quello della politica e della guerra.

In una intervista Assange si esprime in questo modo:

“Questi files contengono la descrizione più comprensiva di una guerra mai pubblicati nel corso di una guerra — in un tempo, in altri termini, in cui si ha ancora la possibilità di fare del bene. Essi coprono 90,000 differenti incidenti con precise coordinate geografiche. [..] Un singolo corpo di informazione che eclissa tutto ciò che è stato detto fino ad oggi sull’Afghanistan. Essi cambieranno la nostra prospettiva non solo sulla guerra in Afganistan, ma su tutte le guerre moderne.”

Per chi non lo conoscesse, lo spirito di Wikileaks è sancito nello statuto dell’organizzazione che si pone come primo obiettivo quello di “esporre le pratiche non etiche, i comportamenti illegali, le irregolarità all’interno dei gruppi corrotti e dei regimi oppressivi in Asia, nei paesi dell’ex blocco sovietico, in Africa sub-sahariana e in Medio Oriente”.

“Noi crediamo che la trasparenza nelle attività governative conduca a minore corruzione, migliore governo e democrazie più forti. Tutti i governi possono beneficiare di un maggiore controllo da parte della world commnity. Noi crediamo che questo controllo dipenda dall’informazione disponibile.” Un principio che oggi in Italia sembra difficile poter affermare.

Wikileaks è stata fondata nel 2007 da dissidenti cinesi, giornalisti, matematici e tecnici provenienti da Stati Uniti, Cina, Taiwan, Europa, Australia e Sud Africa. Da qualche parte si è fatto notare come in soli 3 anni di attività Wikileaks abbia probabilmente fatto più scoops del Washington Post in tutta la sua storia. Questa lista include fra gli altri, documenti riguardanti la corruzione della famiglia di Arap Moi presidente del Kenya, la violazione dei diritti umani dei detenuti di Guantanamo, il funzionamento interno di Scientology, la lista dei membri del British National Party, la lista dei siti da bannare della Australian Communications and Media Authority, le intercettazioni telefoniche riguardanti il “Petrograde” oil scandal in Perù, il Minton report sulle discariche tossiche in Africa, il mnuale dell’esercito americano per la gestione della prigione di Guantanamo e la relazione dei servizi segreti americani sull’attività di Wikileaks e sui modi migliori per contrastarla.