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Psykattiva

Condividere (parte VII)

by Marta A. | lunedì 6 giugno 2016

Rieccoci con due nuovi contributi sul tema della condivisione. Apparentemente molto distanti, ma accomunati dal fatto di condividere qualcosa con qualcuno con cui magari non condivideresti nient’altro… Nel primo caso Cama ci parla della condivisione allo stadio, nel secondo Lina ci racconta un episodio che le è accaduto quel giorno che si è ritrovata a condividere un taxi…

CAMA – tifoso

La condivisione allo stadio è una forma di condivisione unica. È più profonda di quella razionale. Quando uno pensa alla condivisione di pensieri, idee, concetti, pensa al mettersi a un tavolo, discutere, scambiarsi pareri a livello culturale. Invece la condivisione dello stadio è una condivisione empatica: è come se tutte le persone che vanno allo stadio e che vivono le situazioni che si presentano allo stadio avessero già in partenza una categoria aristotelica innata, nascessero già con qualcosa nei geni che le contraddistingue. Gran parte di quelli che vengono allo stadio sentono delle cose, e le sentono empaticamente, tutti nello stesso momento, provano la stessa sensazione quando avviene quella determinata cosa. Per esempio, tu sei in mezzo a 80.000 persone e quando il Milan segna un gol (mai!), magari importante, in una partita sentita, in una semifinale di coppa, all’ultimo minuto, lo senti fortissimo, e sei lì, non sei da solo, insieme a te tutti gli altri, e tu lo senti e lo sai che ci sono gli altri. Condividi delle sensazioni con tutte quelle altre persone che magari non hanno nulla a che fare con te, le vedi giusto allo stadio due ore a settimane, magari non ci parli neanche, non ci condividi niente su altri piani.

Ma andiamo oltre: non è qualcosa di legato allo stadio come luogo fisico. Anche quando sei a casa perché non sei potuto andare allo stadio, ma sai che allo stadio sta succedendo quella cosa lì, ovviamente vorresti esserci, ma in realtà stai esattamente vedendo e provando la stessa cosa, sai di essere con tanti altri. Anzi, io so di essere con tanti altri sempre: per anni il Milan, la condivisione dei valori del calcio con altre persone, sono state un’ancora di salvezza. La tua vita può andare di merda, può succedere tutto, però sai che la domenica, quelle due ore, sei lì con 80.000 sconosciuti a fare la stessa cosa. E questo ti dà una grande serenità, un senso di appartenenza enorme. È una forma silenziosa di condivisione, che ti porti dietro sempre, una specie di fil rouge. Con persone che non vedo magari da 5, 10 anni, so che se comincio a parlare di calcio ripartiamo subito dallo stesso punto, come se ci fossimo visti la sera prima allo stadio. Questo è straordinario, perché condividere in questo senso vuol dire anche partire dalla stessa base.

E ovviamente non è neanche una cosa legata solo alla tua squadra del cuore. Tutti quelli che vivono il calcio in un certo modo condividono questa cosa. E tutti quelli che vanno allo stadio, anche se magari non è il tuo stesso stadio. A Milano come in Argentina, le stesse esperienze si ripropongono magicamente in varie parti del mondo e da tantissimi anni.

È un po’ come quando leggi un libro di Nick Hornby – o di chiunque altro – che dice le stesse cose che tu hai pensato in cameretta: fino a quel momento pensavi di averle pensate solo tu e poi ti dici “cazzo!”, e di colpo non sei più da solo.

LINA DANIELLI BALLI – scrittrice

Freddo. Buio. Pioggia. Sera tardi .  Alla stazione, una fila interminabile davanti alla fermata dei taxi che arrivano con incredibile lentezza.

– Condividiamo la corsa ? -,  mi chiede una tutta verde dalla felpa al fazzoletto tirolese al collo.

Accetto, un po’ perplessa .

.- Bello- dico io appena salita e rivolta all’autista- quando, a partire da una certa ora, a Bologna per le donne era previsto il taxi rosa. –

– Tutto spolvero,  solo propaganda-, replica la sconosciuta compagna di viaggio,- visto che poi  hanno subito tolto il servizio per destinare i fondi del Comune all’accoglienza dei nomadi  .-

Inizio a temere il peggio che piomba dentro l’abitacolo con un oceano di parole da invadere anche il deserto in compagnia degli anfibi dei soldati italiani.

La verde ha la canta bolognese  nella voce mentre gratta  il sedile con le dita della mano, che sembrano le dita di una ruspa, per ribadire le sue convinzioni  in fatto di pericoli, contagi ,lavoro,  sicurezza e poi scatta la parola – mito pistola da tenere  sul comodino di casa e, magari, pure  sul cruscotto dell’auto.

Piena  condivisione da parte dell’autista che racconta come debba  pigliar su , soprattutto di notte, gente di ogni sorta: insomma rusco e brusco.

– Ma R.U.S.C.O.- ,  dico io, – è chiamata un’iniziativa di writer italiani e stranieri che lavorano in una fabbrica abbandonata di via Stalingrado per il Recupero Urbano di Spazi Comuni.-

Nessun punto a mio vantaggio da parte dei due.

Fine corsa per me che chiedo la ricevuta fiscale, equamente divisa, da intestare a Lina Danielli. Il portafoglio ringrazia per il dovuto risparmio . Io, invece,  NO.