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Condividere (parte VI)

by Marta A. | venerdì 27 maggio 2016

Andiamo avanti con l’intervista collettiva sulla condivisione. Torniamo in ambito informatico. Kenobit ci racconta la storia della condivisione nell’epoca dei computer. Pablito invita a riflettere sul concetto di gratuità.

(Per vedere gli altri interventi di questa inchiesta, cerca “condividere” su Milanox, ti usciranno tutti gli articoli)

 

KENOBIT – giornalista, gamer, chipstar

In principio era la cassettina. Poi venne il floppy. Poi il masterizzatore. Viviamo nell’era di Internet, in un mondo in cui il verbo “Condividi” viene usato per infestare di contenuti i vari social network, ma la condivisione affonda le sue radici nella notte dei tempi dell’informatica. La condivisione dei dati, del sapere, dell’intrattenimento, dell’informazione che vuole essere libera. La condivisione che ha plasmato la grande rivoluzione dell’home computing, educando una generazione di geek, arrivando ironicamente a cambiare la vita anche a chi quei geek li sfotteva all’intervallo.

Condividere, prima dei modem e della banda larga, voleva dire copiare dei file su un floppy da dare a un amico, un collega, un compagno di classe. A volte c’era sopra un programma di videoscrittura, altre un gioco piratato, altre ancora una demo con rudimentali effetti grafici e il nickname di qualche programmatore sconosciuto. C’erano barzellette, vignette, foto porno. Era un proto-Internet semianalogico, che passava di mano in mano: lento e inaffidabile, ma anche pieno di sorprese. Erano anni di zone grigie, in cui la legge non aveva ancora preso atto dell’esistenza del mondo digitale, e non aveva la più pallida idea di come controllarlo. Il confine tra legalità e pirateria era così labile che in Italia, in tutte le edicole, si potevano acquistare cassette con grandi collezioni di giochi per C64, quasi tutti “rubati” dagli originali inglesi e tradotti senza troppe cerimonie.

La condivisione informatica superava anche i confini più ferrei. Tetris nacque nel 1984, dal tempo libero di un ricercatore dell’accademia russa delle scienze, in piena Guerra Fredda. Poi venne convertito per IBM, copiato e condiviso da centinaia di appassionati. Di floppy in floppy, Tetris arrivò a Budapest, per poi sbarcare in Inghilterra, in Giappone e in America (e trovarsi al centro di una delle dispute legali più affascinanti della storia del copyright). Nemmeno la cortina di ferro aveva le maglie abbastanza strette da fermare il flusso dei dati. In un’epoca in cui l’altro schermo della casa trasmetteva contenuti a senso unico, i computer facevano materializzare mondi interattivi, nati in terre lontane. La ricerca del sapere iniziava a svincolarsi dal gioco dell’accessibilità, mentre l’underground iniziava a scoprire la sua arma più potente.

La generazione cresciuta a pane e floppy non si è fatta cogliere impreparata dall’arrivo dei masterizzatori e di Internet. Il formato della distribuzione esisteva già, ma al posto delle fionde c’erano i bazooka e al posto delle ghiande si sparavano granate a frammentazione di giochi, musica e software. La metafora bellica è obbligatoria, perché gli effetti della condivisione sono stati distruttivi: i modelli di distribuzione che avevano funzionato per un secolo sono diventati obsoleti da un giorno all’altro. Da un lato c’erano i negozi di dischi, dall’altro c’era Napster, dove la condivisione era “peer to peer”, paritaria. All’improvviso, una ragazzina di Busto Arsizio poteva farsi una cultura sul rock degli Anni ’70, scaricando più dischi di quelli che avrebbe mai potuto permettersi con la paghetta. Il concetto di rarità si è estinto, perché anche i bootleg più sotterranei erano a due click di distanza.

In quest’ottica, i concetti di condivisione informatica e pirateria hanno molti punti di contatto. Non voglio addentrarmi in discorsi sull’etica, ma le sue conseguenze della rivoluzione sono sotto gli occhi di tutti. Oggi, nel 2016, un ragazzino nato nel 2004 può scoprire tutta la discografia dei Kraftwerk, anche solo per curiosità. Può leggere tutti i grandi classici della letteratura, può studiare la storia dell’arte, imparare a programmare. Lo può fare con programmi che fanno di tutto per non essere copiati, o con software che nascono per essere liberi e aperti, in cui persino la programmazione è condivisa. E qui si entra nel campo dell’open source, del progresso informatico come sforzo congiunto e di quella cultura che si sovrappone quasi perfettamente all’etica hacker. Una gran bella cultura, diciamolo.

 

PABLITO EL DRITO – musicista 8bit, dj, copywriter

Dirò una cosa pessimista, in maniera da stare sui coglioni a tutti. Mio nonno fu partigiano: a un certo punto, verso la fine della guerra, credo in Friuli, c’era questo piccolo proprietario terriero che scappò perché era un collaborazionista, e quindi i partigiani requisirono del bestiame. Macellarono una mucca e il più giovane di questi partigiani disse: “Adesso diamo da mangiare a tutti”. Ma il commissario politico disse: “No, questa mucca che abbiamo macellato ce la teniamo noi, perché a prendere sono buoni tutti”.

È chiaro che quando ero piccolo e idealista pensavo: “Cazzo, che stronzo il commissario politico”. Ma crescendo ho capito bene cosa vuol dire questo ragionamento. Non è che bisogna dare un prezzo o vendere necessariamente qualcosa che si fa, però per quanto mi riguarda ho capito che mi fa piacere condividere con gente che comunque dà un valore a quello che gli stai dando.

Un esempio, io mi occupo di strategie di comunicazione: è pieno di gente che mi chiede come farei una cosa e che quando glielo dico non si pone il problema di chi è l’idea. C’è il pensiero che le idee dovrebbero essere gratuite, ma io questa cosa non la capisco. È come quando mi dicevano che la techno doveva essere gratuita. Io dicevo “sì, se mi offri cocaina, alcool, casa gratis, allora la techno è gratuita”.

Il problema della condivisione è che dietro la gratuità c’è un discorso falso, perché c’è qualcuno che ci guadagna. Oggi, Facebook fa un sacco di soldi sul concetto di condivisione, e così Youtube. Ma dietro le cose c’è un lavoro.

Con gli amici di Rxstnz, anni fa, abbiamo iniziato a produrre musica con l’idea di registrarla su supporti fisici (quindi che hanno un costo) e poi anche di renderla scaricabile in internet, perché comunque la distribuzione digitale raggiunge ogni angolo del mondo mentre l’oggetto fisico magari no. Ci siamo resi conto dopo un po’ che i profitti di questa operazione digitale erano alti ma che a noi venivano in tasca pochi soldi, perché comunque tutti gli intermediari digitali si fregavano i nostri guadagni. Se la gente si comprava – dico per dire – 500 euro di musica, a noi arrivavano 50 euro.

Allora abbiamo cambiato completamente modello, abbiamo pensato di distribuire la musica noi, tramite una piattaforma nostra, chiedendo in cambio una donazione. Facendo così abbiamo scoperto che non solo la gente scaricava molto di più la musica, ma che guadagnavamo anche circa 4 volte di più. È quasi incredibile, ma il punto è che c’è gente che pensa “Me lo regala? Allora vuol dire che non vale un cazzo”, ma poi ci sono persone che invece danno un valore a quello che fai. È con queste persone che è bello, e giusto, condividere. È un po’ il discorso del commissario politico: la sostanza si divide con quelli che fanno la lotta con te, non con chiunque.