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Psykattiva

Condividere (parte V)

by Marta A. | domenica 22 maggio 2016

Per la quinta parte dell’intervista collettiva sulla condivisione due punti di vista che ancora non aveva sviscerato nessuno. Cosa succede quando si è costretti a condividere qualcosa con qualcuno? E quando si scrive?

REMIGIO – lavoratore dell’editoria

Tante cose si possono condividere (un oggetto, un’idea, un momento, un’esperienza, un pezzo di vita…) e tante sono le occasioni per farlo. Perché si possa parlare di vera condivisione, però, è indispensabile a mio parere che esista tra chi condivide un comune sentire nei confronti di ciò che viene condiviso. In questo caso – e solo in questo – la condivisione dà il meglio di sé, perché si crea una sorta di risonanza che amplifica l’emozione.

Intesa in questo senso, l’esperienza della condivisione non è così frequente né facile (di sicuro non a portata di clic…). Ho anche l’impressione che la condivisione abbia una predilezione per la gioventù. Invecchiando gli interessi si diversificano, anche fra persone che vivono a stretto contatto, e sopratutto la sensibilità emotiva tende un po’ a ottundersi. Entrambe, condizioni che rendono meno probabile e soprattutto meno viva e intensa la condivisione.

Al di là di questo, una forma di condivisione che mi incuriosisce (anche perché l’ho sperimentata in prima persona) è la «condivisione coatta». Ci sono situazioni in cui uno è costretto a condividere cose e momenti con persone che gli sono estranee per formazione, carattere, ideali. In collegio, in carcere, in trincea… Sebbene basata su premesse non favorevoli, anche in questi casi la condivisione è in grado di creare dei legami. È una conferma della sua forza, della capacità che ha di modellarci.

Condividere è bello e gratificante, senz’altro una delle esperienze più positive che si possano fare. Se è vero, come è vero, che siamo animali sociali – pare che i moderni biologi che studiano il nostra DNA stiano confermando l’antica intuizione di Aristotele –, nella condivisione troviamo una via per sentirci meno soli e più realizzati come uomini.

 

LORENZO – checché ne dica, già scrittore 

La Treccani recita: “condivìdere v. tr. [comp. di con– e dividere] Dividere, spartire insieme con altri” e ancora “avere in comune con altri” anche figuratamente, come nel caso di condividere un’opinione.

Il punto per me, sta proprio negli altri. Io scrivo, e voglio diventare uno scrittore. La particolarità della scrittura è che se scrivi lo fai in primo luogo perché serve a te stesso – i cassetti degli adolescenti sono pieni di poesie che non faranno mai leggere a nessuno – e in secondo luogo perché vuoi dirlo a qualcuno. Adoperi infatti uno strumento che di per sé richiede un altro con cui comunicare. Se così non fosse, subito dopo aver scritto qualcosa la potresti gettare laddove getti la carta igienica. Il fatto che quell’altro posa essere uno dei tuoi te stesso non cambia le cose.

Nel mio caso io scrivo perché voglio ‘dividere con’ qualcun altro la complessa massa magmatica che sono i nostri sentimenti o, allo stato più elementare, le nostre emozioni. Detta così sembra una cazzata da figlio dei fiori, ma la realtà è che passiamo tutta la nostra vita a capire cosa ci attraversa e quando troviamo qualcuno che sentiamo aver provato una o più di quelle stesse sensazioni questo ci fa magicamente stare meglio. Così è l’amore, così l’amicizia, così l’abbraccio di due tifosi sconosciuti dopo un gol. Ci sentiamo parte di una cosa più grande di noi, ed è questo che cerchiamo tutta la vita, la compartecipazione. Chi dice il contrario è una persona che si barda di cinismo, e che prova lo stesso sollievo di cui parlo quando incontra qualcuno che con lui compartecipa al cinismo.

Non è casuale che molte religioni vedano l’aldilà come una compartecipazione eterna. La cosa bella è che questa non deve avvenire per forza nello stesso momento, né per lo stesso motivo, né per davvero: trovo conforto nel sapere che non solo io, ma tutti quanti, affronteremo la morte; guardo Il Laureato di Mike Nichols e mi compiaccio nel sentire che l’alienazione e lo smarrimento che ho provato dopo la laurea sono gli stessi del personaggio di Dustin Hoffmann, ma lui l’ha provata nel 1967, e non è nemmeno realmente esistito.

A mio avviso dunque, la condivisione è lo strumento per arrivare alla compartecipazione. Per questo l’uomo non fa altro che condividere storie, dalla parrucchiera o davanti a una birra con gli amici, su uno schermo o su una pagina.

Il vero problema sorge quando la sensazione da condividere è fasulla, una menzogna verso se stessi e gli altri, e allora vivi amori e amicizie fasulle, trovi i libri di Fabio Volo in libreria, e assisti al fenomeno dei social network che traboccano di stronzate di cui tutti faremmo volentieri a meno.