MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Psykattiva

Condividere (parte IV)

by Marta A. | mercoledì 18 maggio 2016

Eccoci alla quarta parte dell’intervista collettiva sul tema della condivisione. Stavolta tre persone si sono raccontate in delle esperienze di condivisione di cui sono o sono stati protagonisti. Esempi concreti e personali, quindi – diversi tra loro, ma tutti molto significativi nel mostrare cosa può voler dire, nella realtà, “condividere”.

PIER – coder, dj

Se dovessi stabilire quando un seminterrato di una quarantina di metri quadrati passò ad essere “la Cantina”, probabilmente penserei al periodo a cavallo tra il 1987 e 88. Avevo cambiato casa da qualche mese, passando da un anonimo quartiere-paese dell’area ovest di Milano al non-quartiere di Piazzale Loreto, perdendo tutti i riferimenti. Mio padre aveva appena perso la sua battaglia con il mare, lasciando un vuoto importante (la cantina doveva diventare il suo laboratorio). La mitica nonna, senza capire cosa fosse ma fidandosi della mia insistenza e del luccichio degli occhi, mi aveva regalato un mixer. Infine arrivò il mio primo impianto stereo.

Decisi di prendere tutto e rifugiarmi sottoterra, lontano da tutti, in un posto senza tempo e sufficientemente spoglio per essere plasmato. Passai tutto il tempo libero a disposizione tra la consolle e l’arredo del locale. Montai il primo impianto di luci psichedeliche, iniziai a disegnare le pareti, arrivarono i primi elementi di arredo urbano che saranno i tratti distintivi della cantina negli anni successivi.

Nacque così la prima discoteca DIY. Il debutto fu nel giugno del 1988, approfittando dal mio compleanno. L’idea era che diventasse un punto di riferimento aperto per le feste al liceo. Investii tutte le mance in alcool e fumogeni per gli effetti speciali. Si presentarono i sei, quasi intossicati dalla nebbia delle torce.

Tutt’altro che demotivato continuai ad investire tempo e (pochi) soldi in quello spazio. La colonna sonora, quasi unica a Milano, era Acid (Dr. Megatrip – Joy Joy Joy). Da lì a poco arrivò la sala prove, grazie alla passione di mio fratello per John Bonham e la batteria, i primi ospiti fissi, le feste di successo.

Nei primi anni 90 ci fu la svolta. Approfittammo dei lavori di rifacimento della facciata del condominio per finanziare la ristrutturazione della Cantina, introducendo due novità che si rivelarono fondamentali: un bagno e un citofono. Sul primo c’è poco da dire. Non mi ricordo come avessimo fatto tutto quel tempo senza, certo è che da quando fu installato lo spazio diventò una via di mezzo tra un locale e una casa. Tutte le sere veniva gente, a volte qualcuno si fermava a dormire. Il citofono in questo fu di grande aiuto. In un epoca in cui non esisteva ancora Internet e i telefonini erano costosissime valigette da un chilo, la possibilità di potersi presentare a qualsiasi ora senza dover avvisare facilitò il continuo via-vai e ricambio di gente.

Iniziarono gli anni d’oro. Nacque una rivista interna, “La cantina, echi dal sottosuolo”. Organizzammo corsi, di arte, storia, djing. Tutto free, senza organigrammi né paletti. Proponevi e facevi.

Da bere non mancava (quasi) mai, soprattutto alcool, grazie a un mini-bar autogestito e gli avanzi delle feste.

Il modello che più funzionò fu quello musicale. La cantina suonava sempre elettronica, principalmente techno. Tutto rigorosamente in vinile, non esistevano Trackor, Shazam e gli autosync. Si mischiavano dischi di generi differenti, a velocità differenti, creando sempre qualcosa di unico. Ci si scambiava vinili, trucchi, consolle.

Quando grazie a Pablito el drito esportammo il suono all’esterno con Analogic Mantra, il riscontro fu unanime. La gente saltava.

Con l’arrivo del nuovo millennio le cose cambiarono, la cantina con loro. Fuori non si organizzava più nulla, la città era spenta. Continuai con le feste come all’inizio, ma più sporadiche. Nacque per un po’ di tempo un cineforum dove chiunque poteva proporre film e video, senza scalette né paletti. Poi il letargo.

A volte quando ripasso da Milano scendo a vedere come sta lo spazio. Ed è una sensazione strana. Sembra che le pareti abbiano imprigionato volti, voci, l’odore di alcool misto fumo, le luci e i bassi in 4/4.

Mi rendo conto di quanta energia siamo riusciti a creare mettendo insieme pochissime risorse. Condividendo un solo, grande, ingrediente: la passione.

EMINA – autrice e insegnante yoga

Condividere lo trovo uno strano confuso verbo, composto di con e dividere, dividere assieme (a sua volta, incertamente, dal latino: dis separazione e videre vedere). Sostanzialmente non mi piace, mi crea problemi di logica, però se mi sforzo di leggerlo come partecipazione a un progetto comune mi diventa un po’ più simpatico. E siccome un tema che mi sta particolarmente a cuore è quello della sostenibilità su questo organizzo come project manager Lunedi Sostenibili, un incontro sul verde urbano, dove chi è interessato può gratuitamente riportare progetti ed esperienze per uno specifico progetto comune: città più verdi e sostenibili. 

Penso che i Lunedi Sostenibili – network for greener cities – siano un ottimo esempio di condivisione: nascono per lo scambio di opinioni, conoscenze, informazioni, l’intrecciarsi di progetti e entusiasmi per un sogno comune: città più verdi e vivibili, che abbiano la bio-diversità, la stabilità e la flessibilità degli ecosistemi naturali, città multiculturali, con parchi agricoli, energia pulita, bio-architettura, tetti ricoperti di orti/giardini, città dove ritrovare il contatto con la ciclicità della vita e i suoi ritmi: il tempo della fioritura, della maturazione, della raccolta. Il ricco e pacato tempo degli orti.

Sono una serata, a Milano, dedicata al verde e alla socialità, un lunedì sera dove associazioni e persone che si occupano di verde urbano possono conoscersi, auto-presentarsi, illustrare i propri progetti, cercare eventuali sinergie, intrecciare alleanze per i propri progetti o aderire a quelli di altri… fare amicizia, bere un drink o una tisana, chiacchierare in relax.

Lunedì sostenibili non è una associazione, si potrebbe definire una “coincidenza organizzata” senza membri individuati da qualcosa che non sia la loro partecipazione all’evento. Ognuno offre liberamente quanto crede in termini di lavoro-coinvolgimento necessario al funzionamento dell’appuntamento mensile, con la disponibilità a provare vedendo quello che via via succede. È un work in progress che ha visto la formazione spontanea di un gruppo di persone che ha cominciato a prendere a cuore il progetto.

Questo modo di procedere non è facile, le persone sono sempre più affannate nella ricerca di sopravvivere economicamente e hanno poco tempo da dedicare a un impegno gratuito anche se è per “condividere” un sentire comune. Però è una bella sfida.

Invece per altri aspetti della mia vita mi rendo conto di essere molto “sui miei tempi” per cui il mio rendermi disponibile agli altri avviene in tempi differenziati attraverso la scrittura che rimane la mia prima passione. Il mio sentire è lì, accessibile a chiunque. È questo il paradosso dello scrivere: un lavoro solitario la cui condivisione è aperta e non controllabile. Privatissimo e pubblico.

GIULIA – illustratrice botanica

In Irlanda ho vissuto in tre diversi squat nel giro di un anno.

Nel primo nessuno dei miei compagni lavorava, due in verità sono musicisti e provavano quotidianamente, l’atmosfera era bellissima ma spesso si respirava troppa erba e non si faceva molto di costruttivo.

Nel secondo ognuno aveva la sua camera. Eravamo 12 persone: 6 in una casa e 6 in un’altra, connesse da un buco nel muro. La condivisione era un delirio. Da una parte ci sono regole ben stabilite, nonostante siano tutti anarchici, e ci sono meeting da fare ogni settimana… è molto democratica la condivisione in verità. Ognuno ha delle cose da fare come cucinare a turno, fare il giardino, organizzare manifestazioni o eventi vari, proteste, andare a fare la spesa… che in questo caso significa skipping o dump diving.

Bisogna essere in grado di condividere una casa a pezzi e imparare a ristrutturarla in diverse persone. Alcuni sono bravi elettricisti, altri bravi in carpenteria, altri sanno cucinare: si condividono conoscenze, chiedendo un po’ quando si ha tempo.

Il terzo e ultimo squat dove ho vissuto era una fabbrica con diverse case all’interno e diverse persone. Diverse teste. Sono arrivata dopo un rischio di sfratto nello squat stesso. La gente era meravigliosa, ma c’era molta tensione. La comunicazione è importantissima e il rispetto soprattutto. Bisogna dire quello che si pensa sia per gli altri che per se stessi, se no si rischia di essere schiacciati. Ci sono molte teste calde, molta gente che sa ben quello che vuole e riuscire a trovare dei compromessi è spesso difficile. Ci sono questioni politiche, etiche diverse e non è un obbligo accettarle, ma è sano rispettare… e non sempre si riesce. Io di litigi non ne ho visti molti, ma ce ne sono parecchi. Non sono rose e fiori.

In questo tipo di contesto, per me la condivisione è riuscire a essere autonomi insieme.

Se volete leggere le altre parti dell’intervista le trovate qui:

http://www.milanox.eu/condividere-parte-i/

http://www.milanox.eu/condividere-parte-ii/

http://www.milanox.eu/condividere-parte-iii-2/