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Psykattiva

Condividere (parte II)

by Marta A. | giovedì 12 maggio 2016

Nella prima puntata di questa intervista collettiva sul tema della condivisione si sono toccati argomenti come la sharing economy e la condivisione su Facebook (http://www.milanox.eu/condividere-parte-i/).

Ecco ora il secondo round, di cui protagonisti una psicoterapeuta, un editore e un poeta.

ANNA SILVIA PERSICO – psicoterapeuta

La terapia è, essenzialmente, condividere se stessi.

La storia che mi hanno raccontato, che mi sono raccontato da solo per anni, o ancora la parte della mia storia che non conosco – inconscia, direbbe il Dottor Freud – ma che dolorosamente mi agisce, esce dall’autoreferenzialità e diviene atto condiviso con un altro essere umano, che ascoltandomi aggiunge le sue parole, il suo sguardo  e le sue configurazioni.

In questo passaggio di occhi e significati la mia storia non è più solo mia, diventa condivisa e – non è forse un miracolo? – moltiplica senso invece di dividerlo, diventa più ricca, più complessa, più comprensibile, e più bella.

La costruzione di una verità narrativa nasce dall’incontro di due persone che condividono, una raccontandosi, l’altra accogliendo il racconto: questa è l’infinita potenzialità del legame che cura, questa la fecondità del circolo ermeneutico, o esperienza intersoggettiva. Il riverbero di un’esperienza che cambia e acquista generatività e potenza proprio perché condivisa.

Condividendo la nostra storia in terapia procediamo come se sbucciassimo una cipolla: togliendo il primo strato si comincia a lacrimare un po’, e continuando a scendere dentro noi stessi, scavando nella nostra storia, nell’esperienza presente, nelle idee e nelle emozioni che ci muovono nel mondo, esprimendo, arrabbiandoci e piangendo ci liberiamo progressivamente di strati di carattere che ci tengono rigidamente inchiodati lontani da noi stessi e dagli altri.

Il problema, mi pare, non è mai il nostro dolore, ma il fatto che abiti da solo dentro al cuore – la terapia è espressione e condivisione. È in questa matrice relazionale che abita la possibilità di nuovi gradi di libertà, la strada per uscire dalla solitudine che sempre ci chiude agli altri e al mondo. Certo, per fare ciò bisogna rinunciare a dire giusto e sbagliato (che sono modi educati con cui chiamo quello che voglio io e quello che vuoi tu), rinunciare a gridare sempre “io! Io! IO!” (se lo faccio mi pare di avere di più, ma alla fine rimango vuoto, solo e terribilmente povero). Bisogna, insomma, rinunciare all’egocentrismo, che è la monarchia assoluta e tirannica dell’ego, ed entrare nel mondo dove gli altri abitano, abitarlo con loro, scambiare invece di pretendere, condividere invece di tenere per me.

L’effetto di questo salto paradigmatico della terapia provoca un allargamento di prospettiva in cui l’Io non è più così miope e può vedere il Tu, e può assaporare il Noi – non è semplicemente l’evitamento della sofferenza, ma la possibilità di un’esperienza di valore nuova, di bellezza, autenticità, contatto e condivisione umana.

MARCO PHILOPAT – scrittore ed editore (Agenzia X)

Mi è stato chiesto qualcosa a proposito del sottotitolo del nome della mia casa editrice, Agenzia X: “Idee per la condivisione dei saperi”. La definizione viene dalla riflessione nella seconda metà degli anni Ottanta di punk e cyberpunk dentro la Calusca. Lo slogan da cui si è partiti era quello che Primo Moroni diceva sempre: “socializzare i saperi senza fondare poteri”. La condivisione è un po’ quella: quando uno, per esperienza di studio o di vissuto, ha un sapere, però non lo usa per creare dei rapporti gerarchici.

Al giorno d’oggi la produzione, per esempio a Milano, non è più industriale ma è soprattutto legata al pensiero, ai dati che si vanno a moltiplicare su tutti questi computer che abbiamo, ed è quindi diventato importantissimo questo approccio alla condivisione. Il tipico esempio è il barone universitario che ha un sapere – voluto, su cui ha lavorato tanto – e lo usa soprattutto per creare un rapporto di subalternità con i propri studenti o con gli altri professori. Questo è l’esempio più classico, però questa cosa qui la si ha anche nel piccolo ambiente delle controculture: uno che fa il punk si crede di essere chissà chi, o uno che ha fatto il “ravaiolo” poi si incazza con quelli più giovani, perché non sanno fare le cose… Invece l’approccio alla “condivisione dei saperi senza fondare poteri” porta chi sa di più anche a livelli più bassi, o d’altro canto, viceversa, quello che ne sa di meno può riuscire a fare un gradino in più per tentare di parlare a parimerito con un professorone o un esperto di un determinato settore. La condivisione così fruisce di più un senso orizzontale.

Onirico de-lirismo di PAOLO CERRUTO (poeta)

Condivivere, vivere insieme, scambiarsi le vite, spremere una vite e regalarne il frutto per poi avvitarci davvero, questo il mio sogno dell’altra notte, forse indotto dagli studi dell’esame di antropologia dove si parlava del potlach (usanza pellerossa in cui i candidati capi tribù davano sfoggio di scialacquo: otteneva il consenso chi bruciava più beni, in barba all’accumulazione). Dunque, vi dicevo, l’altra notte ho sognato la fine della sovranità statale, dopo il TTIP, la riforma costituzionale, una macro dittatura mondiale e noi del quartiere che ne sfuggivano, CASORETTO LIBERA, la chiesa occupata, il Bellini reintrodotto come guru etilico, la ganja minima garantita, il Lambro vigneto, il Cheers pub regalava birra come la sera dell’inaugurazione, il birrificio Lambrate finalmente espropriato, piazzale Loreto chiusa al traffico, le aiuole-orti, enormi falò di superfluo, chilometrico mercato permanente in Purple st, anche detta volgarmente via Porpora; ognuno, nella calle, ritrovava nello scambio la sua dimensione, scovando ciò che aveva cercato ovunque, su e-bay, sulla luna, effettivamente, parlando da economisti, soddisfazione massima per gli individui, zero costi e tempi di ricerca e transazione, l’immediato in vendita, l’usato garantito, il circo Buenos Aires fallito, le cassiere, gli operai tessili in disoccupazione, una grande vacanza collettiva, una sbronza generale, la felicità d’accorgersi di bastarci, dopo tutto, soprattutto. Nella Casoretto liberata ho finalmente conosciuto i vicini di casa, scambiato scarpe e calzini spaiati, sogni e poesie sdraiati sui tetti, cammelli e sorelle. Poi il risveglio, un euro di caffè e cinque di paglie morbide per colazione, il pane a tre soldi al kilo, il giornale più l’inserto da cesso, la morte generale, il sogno rimbalza in testa, l’eventuale protesta, mi dico, passerà dalla fame, dal non sentirci liberi e anestetizzati, esausti del senno di poi, del sonno di noi. Leggo su un muro una frase di ivan e sorrido: “sognare non costa nulla, è svegliarsi che costa caro”.