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Condividere (parte I)

by Marta A. | domenica 8 maggio 2016

Digitando il verbo “condividere” su google vengono fuori “circa 28.000.000 risultati”, scrivendo “condivisione” i risultati sono circa 17.700.000, e “share” ne ha circa 8.110.000.000.

Il termine, in italiano o in inglese, ce l’abbiamo sotto gli occhi e negli orecchi quotidianamente.

Ma qual è il suo vero significato? Sulla ristampa del 2000 del grande dizionario italiano Garzanti (l’ultimo dizionario cartaceo che ho in casa) la definizione di “condividere” è semplicemente “dividere, avere in comune con altri”, mentre sotto “condivisione” ci sono due significati: “l’atto di condividere” e “in informatica, utilizzo di una risorsa da parte di più utenti, apparentemente in contemporanea, ma in realtà con elaborazione ciclica, ad alta velocità, delle diverse richieste da parte del sistema”.

È ancora tutto qui?

Non credo. La mia impressione è che “condividere” sia un verbo che si declina facilmente a seconda del contesto, e che nel tempo forse ha mutato un po’ il suo significato originario, o ne ha assunti di nuovi, o viene abusato.

Per questo, mentre alla radio parlavano di sharing economy e non sapevo se “condividere” o meno una cosa su Facebook, ho deciso di fare un’intervista collettiva, coinvolgendo persone diverse che potessero illuminarmi sulle tante sfaccettature della condivisione. Ad alcuni ho fatto una domanda più vaga, del tipo “che cos’è la condivisione per te?”, ad altri ho chiesto qualcosa di più specifico, del tipo “cosa vuol dire  secondo te condividere su Facebook?”. C’è chi ha scelto di fare riflessioni più teoriche, chi ha dato esempi pratici. Condivisibili o meno, i loro contributi sono sicuramente tutti molto interessanti. Ve li sottopongo un po’ alla volta, perché mi dicono che online gli articoli troppo lunghi non si leggono. Ecco, quindi, i primi quattro.

SIMONE – matematico

A cosa penso se mi dici condivisione? A niente. Oggi dire condivisione è come dire “realtà”. A cosa pensi? A tutto. A niente.

ANDREA STAID – antropologo

Nella vita di tutti gli esseri umani la condivisione è una componente importante del legame sociale. Sono convinto che la ricerca del profitto, del salario, dell’utile non può assolutamente essere la principale spiegazione del comportamento umano. Il bello della condivisione, come ci ricorda Adriano Favole, è che non implica il possesso e neppure l’obbligo di ricambiare, la condivisione caratterizza tutte quelle situazioni in cui gli “io” si dissolvono in un “noi”.

Ma stiamo attenti alle parole: il capitalismo, soprattutto in tempo di crisi, è ben capace di sfruttare a suo vantaggio determinate tematiche come quella della condivisione.

Il dono e la condivisione sono economie, ma senza profitto, la moderna sharing economy è una invece cosa differente che crea profitto. Prendiamo l’esempio del car sharing e pensiamo all’abolizione in città di tutte le macchine private per lasciare solo macchine condivise: non sarebbe male. Ma qual è la differenza con una vera politica della condivisione? È che nella sharing economy ci sono soldi che girano e c’è dietro qualcuno che fa profitti. Anche quello del coworking è un discorso stimolante, si lavora fianco a fianco con persone diverse, si crea uno scambio di saperi, si risparmia sulle bollette. A Milano negli ultimi anni c’è stato davvero un boom del coworking, ma anche qui la cosa pazzesca è che c’è qualcuno che lucra sui centimetri di tavolo che prendi in affitto. La sharing economy per come la conosciamo oggi è più che altro una soluzione per il capitalismo in crisi, per me la condivisione è una pratica di libertà.

MARCO MOSQUITO LIBERATORE – giornalista culturale

Si condivide un’idea, un’opinione, un’affermazione.

Oppure si fa qualcosa insieme a qualcuno. Ci vediamo? C’è una bella serata, ci andiamo insieme?

Soprattutto, si condivide un’esperienza. Si cresce insieme. Molto semplicemente, quello che si condivide è la vita. Capita in modo spontaneo con le amiche e gli amici, succede sempre nello spazio comune e multiforme dell’affettività, avviene – nostro malgrado? – con sconosciuti ed estranei, e forse è questa la situazione limite che più ci mette in discussione se fossimo in grado di saperla riconoscere e nominare.

Altra cosa, appare sempre più chiaro allo sguardo degli avveduti, è l’economia della condivisione o sharing economy, quando si condividono oggetti di proprietà di qualcuno. Che siano cose mie o di un gestore di un servizio, che siano oggetti materiali o meno, la proprietà privata non viene mai messa in discussione, neanche nel caso di un post su Facebook. È una condivisione basata sulla possibilità di utilizzo e non sulla proprietà; non c’è redistribuzione.

Detto questo, a cosa corrisponde esattamente il tasto condividi/share su FB? Semanticamente ambiguo, un po’ segnalazione, un po’ spam, un po’ mirror, svolge una funzione di distribuzione di contenuti ideati e realizzati da altri. Usare i social network per condividere informazioni è una delle modalità di fruizione più diffusa ma la condivisione è un’altra cosa! È diretta, ti coinvolge in prima persona, è impegnativa. Se c’è un mediatore non c’è vera condivisione!

DAVIDE ROCCO CAPALBO – copywriter

Ai tempi in cui in un ateneo americano un sitarello nato con il nome di thefacebook muoveva i primi passi che lo avrebbero portato a diventare Il Social Network Per Antonomasia, nell’auditorium di via De Rossi, tristemente illuminato a neon, durante una lezione di Teorie e tecniche della comunicazione di massa del corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’ateno di Bari, in un pomeriggio d’autunno Michele Mirabella (sì, quel Michele Mirabella) mi spiegò la differenza tra un soldo e un’idea.

«Supponiamo che io abbia un soldo e tu abbia pure un soldo», disse Mirabella a un interlocutore ipotetico. «Se io do un soldo a te e tu dai un soldo a me, abbiamo sempre un soldo ciascuno. Giusto?». E dalla platea qualche cima rispose anche di sì.

«Supponiamo, ora, invece, che io abbia un’idea e che anche tu abbia un’idea», disse sempre parlando con l’ipotetico. «Se io do, racconto, spiego, in qualche modo trasferisco la mia idea a te, e tu dai, racconti, spieghi, trasferisci la tua idea a me, non abbiamo più un’idea ciascuno, ma entrambi abbiamo due idee».

L’unico problema è che mentre i soldi hanno lo stesso valore, non è detto che le idee siano equivalenti. Fine delle premesse teoriche.

Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa a proposito del tasto Share di Facebook. Ecco, il tasto Share ha come conseguenza il pubblicare, e questo secondo me è il vero punto. Se la domanda è: quel tasto significa davvero condividere?, allora la risposta è sì. Ma condividere cosa? Ultimamente va di moda dire che Facebook aspiri a diventare Internet, e il motivo è che Facebook sta nel tempo inglobando e amplificando tutte le pratiche di comunicazione online, prima tra tutte quella di pubblicare a costo zero.

Come nota Silvio Lorusso nel suo interessante Di cosa parliamo quando parliamo di pubblicare, “su Google, la ricerca più frequente, dal 2004 a oggi, associata al termine «pubblicare» è relativa a Facebook, seguita dal più tradizionale «pubblicare un libro»”.

Pubblicare un libro, però, richiede progettazione e una valutazione dell’opportunità di investire, anche economicamente, nell’opera. Pubblicare un libro, insomma, significa pubblicare qualcosa cui è riconosciuto un certo valore – altrimenti detto: ci si chiede se ne vale la pena. Considerando che ciò che pubblichiamo su Facebook ha una vita media di pochi minuti, che valore possiamo attribuire a queste effimere pubblicazioni? Quanto vale la pena di pubblicare su Facebook? Ecco, rispondi a questa domanda e saprai qual è il valore di ciò che condividiamo su Facebook. A volte ne vale la pena, a volte no: dipende, e il giudizio dipende solo dalla capacità di critica di ciascuno.

La condivisione senza filtri, inoltre, ha effetti sociali potenzialmente devastanti. Quando qualcosa viene condiviso in modo massivo, si dice che quel contenuto è virale. L’aggettivo è azzeccato, perché gli effetti sulla comunità possono essere veramente quelli di un virus. Se condividere idee di valore accresce il nostro bagaglio culturale, condividere idee che non hanno valore può danneggiarlo, e Facebook (cioè internet) non si è ancora dotato di un sistema immunitario abbastanza efficace.

Passando dalla metafora alla realtà, quando diventa virale l’idea che i vaccini fanno male, le conseguenze sono che a Bologna una bambina è morta di una malattia che fino all’anno scorso era considerata debellata.

Ti ricordi di quando Umberto Eco disse che il problema di internet è che lo scemo del villaggio è promosso a portatore di verità e i commentatori più eleganti gli diedero del reazionario? Ecco.

Infine, quando un editore pubblica un libro, si aspetta un ritorno economico. Visto che Facebook permette a tutti di condividere gratis, mi pongo delle domande. Perché Michele Mirabella non è su Facebook? Sa qualcosa che noi non sappiamo? Supponiamo che io abbia un soldo e tu abbia un’idea: che succede se io ti do un soldo e tu mi dai un’idea? Che se ne fa Facebook delle nostre idee? E noi abbiamo davvero un soldo in più in tasca?