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COMPAGNA LIGRESTI

| mercoledì 3 novembre 2010

Laura L. (le piacerebbe un punto e basta per liquidare la faccenda) è molto gentile con quella sua aria bionda sempre controllata. Se entra una cliente e le chiede “un bel romanzo che parla della famiglia”, lei sorride, si alza e poi cammina radente ai cinquemila volumi che foderano le pareti della sua libreria rimuginando ad alta voce “famiglia… famiglia… famiglia…”. Le viene da ridere, ci mancava solo un romanzo sulla famiglia, ma alla fine salta fuori un volume e la cliente esce dalla Libreria del Mondo Offeso con la sua bella storia familiare confezione regalo. Laura di cognome fa Ligresti, quella è la sua famiglia. Se è per questo, ci tiene a dire che nel suo curriculum figurano mestieri di tutto rispetto, hostess, cameriera, volantinatrice, commessa e adesso anche libraia indipendente. Il suo sogno. Forse è il lavoro più difficile, se è vero che non guadagna un euro. In più, tanto per arricchire la leggenda della candida pecora nera di una delle famiglie più potenti d’Italia, è anche di sinistra, molto di sinistra. Militante, sempre dalla parte degli offesi.

I libri non si vendono o si vendono solo nelle grandi catene. Cosa ti è venuto in mente?

A 33 anni lavoravo tutto il giorno in un sottoscala di una libreria milanese piuttosto famosa per 500 euro al mese, in nero. Mi sono accorta che era gestita male e che i clienti, cioé le persone, non cercano solo un libro da acquistare ma anche un luogo accogliente dove potersi incontrare, per discutere, per confrontarsi, sembrerà strano ma anche per parlare di politica, sfogliare un giornale. Allora ho pensato che sarebbe stato bello provarci, del resto il mondo del lavoro è quello che è, uno schifo, e io mi sentivo già tagliata fuori. Ci ho provato e sono riuscita a costruire qualcosa.

Piacerebbe anche me, ma per aprire una libreria in corso Garibaldi ci vogliono tanti soldi…

Mi sono mangiata il fegato e ho chiesto a mio padre di aiutarmi. Quella è stata l’unica volta e ancora adesso me ne faccio un problema. Comunque per iniziare non bisogna partire con una cifra pazzesca, più o meno ce l’ho fatta con un investimento di 50 mila euro. Il punto è che non si può vivere lavorando in una libreria.

La tua è però qualcosa di più di una libreria, sembra un covo della sinistra che non c’è più, informale e sicuramente più accogliente di un circolo politico vecchio stile.

Questo in realtà era il mio obiettivo, volevo creare un luogo di incontro e di dibattito e – perché no? – di mobilitazione per questa città del… si può dire?

Si può dire.

Città del cazzo! Direi che ci sono riuscita, tanto è vero che intorno a me si sta creando uno strano clima di ostilità. Ho anche ricevuto delle minacce. Qualche giorno fa ho trovato un foglio con il facsimile dell’indentikit del molto presunto attentatore di Belpietro, c’era scritto: “Wanted comunista”. Mi sono spaventata. Poi il condominio, si lamentano per assurde questioni di sicurezza perché teniamo il portone aperto quando organizziamo dibattiti e presentazioni di libri.

Non mi dire che ti definisci ancora orgogliosamente comunista.

Sì, e allora? Diciamo che sono arrivata a questa conclusione. Senza nostalgia, per me essere comunista significa dire “noi” e non “io” e penso che questo atteggiamento sia la base di tutto. Vorrei un mondo diverso, credo ancora nell’utopia. Questo vuol dire essere comunista?

Che tipo di clientela entra in libreria?

Tanti giovani e questo è l’aspetto più positivo. Entrano, escono, poi spariscono e poi ritornano. Entrano ragazzi che magari non comprano nemmeno un libro, però rimangono per discutere, si creano tante situazioni dove si chiacchiera tra sconosciuti. A volte parlano con me. L’età media dei clienti però è più alta, diciamo che il cliente tipo appartiene a quella che si chiamava la borghesia progressista milanese, benestante, colta. Ormai sono clienti abituali, siamo diventati amici.

Di cosa parlate?

Di tutto, di dove sta andando il mondo, di politica. I giovani soprattutto sono in cerca di riferimenti ideali che non trovano da nessuna parte, si interessano anche di politica e non hanno certo una buona opinione dei partiti. Sono tutti attratti da Grillo e da chi magari dice poche cose ma chiare, anche dall’Italia dei Valori, figurati come mi fa piacere…

A proposito, ho visto che la liberia sponsorizzava la candidatura di Pisapia.

C’erano i volantini, ma c’erano anche quelli di Onida. Parliamo spesso di primarie con i clienti e stranamente mi sembrano più coinvolti i giovani. Sono interessati ai messaggi chiari e sono attratti dalle opinioni nette, dal mio piccolo osservatorio direi che scelgono Onida, forse perché dei tre è quello che più riesce a comunicare una certa distanza dai partiti. Pisapia, se devo essere sincera, mi ha un po’ delusa. Non l’ho sentito abbastanza determinato su un tema che per me è fondamentale, la questione dell’immigrazione e soprattutto il trattamento disumano che subiscono i rom.

Sei l’unica libraia di Milano che tappezza i muri con gli appelli per salvare il manifesto, sostieni MilanoX e hai promesso di organizzare un incontro per farlo conoscere. I tuoi clienti cosa dicono?

Commercialmente parlando potrebbe non essere una politica molto utile, lo so, perché in questo modo rischiamo di attrarre o respingere. Invece ti assicuro che moltissimi clienti mi chiedono del manifesto e sono preoccupatissimi per l’eventuale chiusura, ma ormai sono convinta che per salvarlo non basta andare in edicola, bisogna fare altro. Non si dovevano fare i circoli di Milano? Facciamoli, sarei la prima a mettermi a disposizione.

E MilanoX, che ne pensi? Se non arrivano soldi (o pubblicità) sarà destinato a chiudere. Incredibile come la sinistra non sappia cogliere le opportunità di rilanciarsi in qualche modo.

Dico meno male che c’è! E’ utilissimo. Le tante realtà che agiscono sul territorio non riescono a fare rete, ognuno si sbatte nel suo angolino isolandosi. MilanoX potrebbe essere proprio il luogo dove far confluire tutte le energie isolate che altrimenti sono destinate a spegnersi o a non lasciare traccia. Nel mio piccolo, cercherò di dare una mano.

Perché hai deciso di vendere solo letteratura italiana? E quali sono i libri più venduti?

Solo attraverso una specializzazione molto mirata puoi sperare di riuscire a mantenere aperto uno spazio se sei una piccola realtà. I librai indipendenti si fanno un culo quadrato e fanno fatica a tirare la fine del mese. Dopo due anni di attività ancora non riesco a darmi un euro di stipendio. Riesco a vendere i libri che amo particolarmente, anche più di quelli commerciali che comunque non posso fare a meno di avere. Titoli… non so… “Retablo” di Consolo, per esempio, o “Il canto clandestino saliva dall’abisso”, un libro bellissimo sul tragedia degli immigrati annegati a Porto Palo, oppure “Piazza d’Italia” di Tabucchi, che è venuto domenica scorsa da noi a presentare il suo ultimo libro.

Senza un euro come campi?

Sono sposata e mio marito lavora, ci facciamo bastare questi soldi. Credimi, è quasi impossibile guadagnarsi da vivere con questo mestiere, le grandi catene ci strangolano.

Insomma, Laura Ligresti è povera… posso rivolgerti una domanda importuna?

Sono pronta, ho capito dove vuoi arrivare.

Sai bene che per tutti quelli che ti conoscono tu sei una Ligresti. Quanto pesa questo cognome? Ci farai i conti tutti i giorni, e questa condizione ti avrà pur avvantaggiato in qualche modo. Solo se ne vuoi parlare, ovviamente…

Intanto mi hanno insegnato che le colpe dei padri non ricadono sui figli e col tempo sono anche riuscita ad emanciparmi da una condizione che, lo ammetto, mi perseguita ancora tutti i giorni. Però io sono io e quindi contano i fatti.

Quali fatti?

Ho sempre cercato di vivere una vita normale, detesto quel mondo, mi fa schifo. Non sto parlando della mia famiglia, ma di un sistema, delle relazioni che lo regolano. Gli affetti sono una cosa, le scelte di vita sono altre. Mi pesa, ma cerco di vivere la mia vita. Vedo mio padre spesso, lui mi è molto vicino e comunque sempre a natale, tanto per intenderci… Ho deciso tanti anni fa di non far parte di quel mondo perché ti distrugge, non ce l’ho con la mia famiglia, ce l’ho con gli affari, le speculazioni, la finanza…

Come hai fatto a diventare comunista provenendo da quell’ambiente?

Quell’ambiente intanto non ci apparteneva perché mio padre era solo un medico e quindi eravamo una famiglia normale a tutti gli effetti, solo in seguito ha cominciato a lavorare con lo zio. Da parte di mia madre, invece, le mie origini sono umili.  Mio nonno viene da uno dei paesi più rossi d’Italia, Scicli, in provincia di Ragusa. Negli anni Cinquanta è emigrato in Francia per lavorare e poi è rientrato a Milano alla fine degli anni Sessanta. Ha sempre militato nella sezione Vigentina del Pci.

Immagino che le tue relazioni con le persone che incontri non possano prescindere dal cognome che porti. Onestamente, non saranno mica tutti svantaggi?

Adesso molto meno, sono cresciuta e riconosco subito il motivo per cui le persone mi approcciano, se cercano di approfittarsi di non so che cosa. Quando ero piccola invece era molto peggio. A scuola, con i compagni alle superiori, per un colloquio di lavoro… insomma, è vero, sono schedata. Non so se ci sono vantaggi, faccio una cosa e tutti sanno chi sono, è un po’ una persecuzione… mi sono sposata di nascosto in un’altra città e mio padre lo è venuto a sapere, ho scelto questo palazzo per aprire la libreria e il proprietario… insomma il proprietario conosceva mio zio.

A proposito, com’è lo zio Totò?

Intanto si chiama Turi e non Totò… Cosa devo dire? Nel suo genere è mitico, è molto simpatico. C’è un affetto reciproco, e credo anche stima da parte sua perché ho scelto di non fare parte del suo mondo. Non è stata una scelta facile. Lui pensa che sono un po’ matta e forse è vero. Non faccio parte della sua corte ma posso dire che ci vogliamo bene. Ma non ci sono né sottomissione né contaminazione.

Scusa la domanda un po’ stronza, ma ammetterai che alla fine, prima o poi, anche tu, comunista come sei, beneficerai del nome che porti.

Non lo so, vedremo, per me è una sfida tutti i giorni, soprattutto qui a Milano. Apro il giornale, guardo la televisione, e mi ritrovo irrimediabilmente coinvolta. Mi viene anche da ridere. Penso allo zio e mi dico: “Ma chi cazzo glielo fa fare?”.

LAURA LIGRESTI

Nata a Milano il 28 giugno 1972. Dopo aver dato vita alla compagnia Macchine Teatrali di Roma nel 2008 ha aperto la Libreria del Mondo Offeso di corso Garibaldi 50, a Milano