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Generazione (A)

Cipro: Rabbia contro l’Europa e Beni Comuni a Nicosia

| domenica 21 aprile 2013

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dall’inviata speciale di MilanoX Anna Casaglia

A Cipro non si parla d’altro, e c’era da aspettarselo.

La prima novità che colpisce tornando dopo quattro anni sono le indicazioni in russo all’aeroporto, che sono state aggiunte a quelle in greco e inglese nel nuovo terminal di Larnaca, ingresso principale dell’isola. Poi si raggiunge Nicosia con una rinnovatissima autostrada a tre corsie grazie a un nuovo servizio di navette. All’arrivo in città, l’enorme bandiera turco cipriota illuminata a intermittenza sul profilo delle Five Fingers Mountains riporta tutto a com’era quattro anni fa, quando “the Cypriot problem” non era la crisi, ma il conflitto irrisolto tra greco e turco ciprioti.

Nicosia ha sempre avuto due anime, quella dentro e quella fuori le antiche mura veneziane che circondano la città vecchia, provata da anni di scontri, tagliata in due dalla buffer zone e ciò nonostante (o forse proprio per questo) affascinante e attraente al punto da aver subito negli ultimi anni un intenso processo di gentrificazione, con il restauro delle antiche case ottomane, l’apertura di kafenio e negozi e l’arrivo di giovani stranieri a riempire il vuoto che l’ha caratterizzata per oltre trent’anni. La città nuova invece è sempre stata la città dei ciprioti, con le grandi strade contornate di catene commerciali, club, bar, dove fare le vasche il sabato pomeriggio, bere frappè coffee ai tavolini all’aperto e passare le serate. Fa una certa impressione quindi vedere Makarios Avenue deserta, e ai lati vetrine vuote di negozi in vendita. Tutti dicono che è la crisi che ha fatto chiudere le attività di quello che era considerato il centro, che in alcuni casi si sono spostate nella città vecchia, dove gli affitti sono più bassi.

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Sembra che le persone non parlino d’altro, si lamentano di quello che sta succedendo e ripetono ‘fuck Europe’, come un mantra. Hai visto? -mi dicono- ti ricordi com’era qui? Sarà sempre peggio!

Poi superando le mura l’effetto della crisi sembra svanire, e viene da pensare che più che la troika sia stata la gentrificazione a mandare in rovina la new city. Alla sera e nei week end i piccoli cafè spuntati come funghi intorno a Faneromeni, l’antica chiesa del centro storico, sono letteralmente gremiti di persone, le stesse che prima riempivano i vari Starbucks di Makarios Av.

Ma il mantra anti-europeista non cambia, misto a una generale disillusione e alla sfiducia nella politica, incapace, a quanto pare, di convincere e rassicurare i ciprioti, che non credono alle parole dei loro rappresentanti (specialmente da quando la cifra del debito è passata senza spiegazioni da 17 a 23 miliardi di euro). Molti sottolineano come il peggio debba ancora arrivare, e che la sensazione di apparente normalità sia dovuta solo al fatto che la Laiki Bank non ha ancora chiuso, sono stati alzati i limiti dei trasferimenti bancari e molte persone hanno ricevuto gli stipendi in sospeso (per quasi due mesi pochissimi sono stati pagati regolarmente). Mi dicono che “da qualche parte questi soldi dovranno saltare fuori” e intanto biasimano i ‘fratelli greci’, che hanno rifiutato di restituire 2 dei 5 miliardi di euro che Cipro gli aveva prestato quando i tempi erano diversi. C’è anche chi scherza sulla possibilità che la Turchia offra un prestito ai greco-ciprioti (ma non scherzano sul fatto che il prestito sarebbe inaccettabile) e il conflitto torna a prendersi spazio nelle conversazioni. C’è chi dice che la crisi potrebbe aiutare i ciprioti a trovare una soluzione alla partizione del 1974, mentre secondo altri i turco ciprioti ora hanno ancora meno interesse a una riconciliazione.

In modo piuttosto casuale finisco al matrimonio tra un greco cipriota e una immigrata russa, figlia di ricchi imprenditori siberiani che hanno investito sull’isola e che mi racconta di sua madre in lacrime per i soldi persi nelle banche. Mi dice che la sua famiglia è tornata in Russia e che appena possibile trasferiranno il denaro rimasto. Come loro molti degli stranieri che negli ultimi anni hanno aperto attività a Cipro sono in partenza, perché “qui non conviene più stare, non c’è più mercato, e andrà sempre peggio”. L’isola per un decennio circa ha attratto investitori e migranti ‘di lusso’, allettati dalle agevolazioni bancarie, dal clima, e dal boom di costruzioni e investimenti infrastrutturali. Ora viene da chiedersi che fine faranno i nuovi grattacieli di Nicosia, per ora vuoti, o i centinaia di complessi di villette a schiera che hanno devastato le coste del sud. Alcune persone dicono che dopo i russi saranno i cinesi i nuovi investitori, e che già nella zona di Paphos sono stati costruiti complessi residenziali dedicati a questo nuovo mercato. In effetti a guardare bene i cartelloni pubblicitari delle villette sul mare, al russo si è aggiunto anche il cinese…

Ma al di là delle supposizioni su chi pagherà il debito o chi tornerà a investire nell’isola, la crisi ha messo in atto anche nuove reti di solidarietà tra i ciprioti, e la nascita della Bank of Commons, un network di progetti e pratiche di resistenza all’austerity dal basso. Al secondo incontro organizzato a Nicosia da Chara e Christalleni si presentano una sessantina di persone, che rappresentano alcune delle realtà più attive presenti in città.

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C’è Nikos, che coordina progetti giovanili, Stephanie del collettivo Utopìa, Soteris che è architetto e ragiona sugli effetti della finanza neoliberista sulla configurazione urbana, ci sono i fricchettoni che dopo il Rainbow festival sono rimasti sull’isola e hanno creato una comune, e insieme a loro tanti altri che presentano alternative possibili per sopravvivere in tempo di crisi, e per farlo in modo collettivo. In collegamento da Atene, Maria presenta i progetti che sono stati attivati in Grecia negli ultimi due anni, e che potrebbero essere riprodotti a Cipro: gruppi di acquisto diretto e sostenibile (realtà inesistenti prima d’ora sull’isola), banca del tempo, forme complesse di baratto e sperimentazioni di software open-source per on-line banking, cucine collettive, ambulatori popolari, orti collettivi e più in generale la nascita di collettivi urbani costituiti da gruppi di vicinato per mettere in comune beni e saperi. Poi è il turno di Horour che racconta la rivoluzione islandese e le pratiche di azione collettiva nate in seguito alla bancarotta, e infine Joel che da Berlino presenta Opencyprus.org, una piattaforma aperta per raccogliere idee e proposte dal resto del mondo per combattere la crisi.

Altri incontri della Bank of Commons sono previsti presto, così come alcune azioni per cominciare a rendere concrete le idee che sono circolate: dalla creazione di un sito che funzioni come piattaforma di banca del tempo, all’assegnazione di un orto comune che serva anche per organizzare workshop ed eventi collettivi. L’obiettivo è quindi quello di reagire alla crisi collettivamente e attivando reti di solidarietà, anche nel tentativo di contrastare la possibile, e temuta, avanzata di destre sociali che già sembrano approfittarsi della crisi per raccogliere consensi. Negli ultimi tempi le incursioni di ELAM (letteralmente fronte nazionale di lotta popolare) nel centro della città vecchia di Nicosia, storicamente ritrovo di anarchici e punkabbestia, sono aumentate al punto da aver messo in moto una rete di vigilanza tra gli attivisti locali. Il legame di ELAM con Alba Dorata è risaputo e alla luce del sole, e il timore giustificato che stiano cercando di cavalcare la crisi economica più che legittimo. L’attivazione di Bank of Commons e altri progetti potrebbero favorire la creazione di un’alternativa non populista e dare una risposta all’avanzata della destra, ma Nicosia e Cipro hanno una storia di attivismo politico di sinistra piuttosto recente, e al contrario una lunga storia di conflitti etnici e popolari. L’attenzione è quindi giustamente alta e sarà importante seguire l’evoluzione della crisi dato che, come mi dicono salutandomi in aeroporto, ‘the shit has not hit the fan yet’.

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