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Generazione (A)

Ciao Andrea, che le note di Morricone ti accompagnino mentre cavalchi nelle celesti praterie.

Duka | martedì 27 dicembre 2016

Andrea, forse il giorno di santo Stefano non è un bel giorno per morire – come diceva un vecchio Sioux de “Il Piccolo Grande Uomo” – però, da milanese quale tu eri sei riuscito a mangiare il panettone.
“Forse non arriverò a mangiare il panettone”. Me lo dicesti anni fa, in dicembre, mentre combattevi la tua battaglia, poi vinta, contro il secondo tumore. Non è la morte davanti un plotone di esecuzione, come tu volevi. Come il movimento – grattiamoci i coglioni – immaginava.
Forse, in molti non capivano che questo tuo sogno era tutt’altro che la megalomania di un comandate. Figuriamoci di un eroe. Era, invece, la morte di un uomo che dà la propria vita per quella dei suoi. I suoi peones. I compagni e fratelli portati in battaglia. Perché “una vita per essere vissuta deve andare all’assalto del cielo, come dicevi agli amici di quell’infanzia vissuta in piazzette di periferia.
“Alla conquista del centro della città” dicevi. Tu che il centro lo hai visto già diciassettenne.
Consapevoli che la rivoluzione, forse, non ci sarà ma pronti a lottare per un “vivere meglio, un miglior bere, mangiare, scopare” – come dicevi – e non per lavorare all’Innocenti, come i nostri padri e nonni.
Tu eri consapevole che non esiste un altro mondo, esiste semplicemente un’altra maniera di vivere. Il tuo senso del dovere di quel giorno di maggio del ’77 in via De Amicis sarebbe piaciuto a Hemingway. Avresti preferito non scendere in piazza – sapevi che quella mattina sarebbe morto il movimento dell’autonomia operaia – ma hai scelto di non abbandonare quelli che per anni, capitanati da te, si erano scontrati con la sbirraglia. Hai scelto di guidarli ancora e ricondurli a casa.
Andrea sei stato un compagno. Non solo di lotte. Ma di sbronze e di ghignate al bar. Come lo sono gli amici, i complici – i “delinquenti” – veri. Come è un Compagno.