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Caro-Milano: su i prezzi!

by Stefano Mansi | venerdì 21 settembre 2018

Una volta si chiamava caro-vita, ma oggi di fronte ai professorini dall’inglese incomprensibile che vanno così tanto di moda, usare questi termini concreti è diventato da sfigati. Eh sì, la narrazione colta non è fatta per quel popolo di ignoranti e populisti degli italiani, così come è stato definito questa settimana nientepopodimento da due delle bibbie della sinistra elitaria: Linkiesta e Internazionale. MilanoX alle seghe sulla ‘percezione’ preferisce la strada, al ruolo di giudice arrogante preferisce cercare di capire gli ignorranti: è vero, la Milano vetrina del centro è bella, attrattiva, piena di opportunità ma costa un botto e i suoi prezzi lievitano continuamente. Non c’è bisogno di pubblicare i dati dei due differenti istituti di ricerca, accompagnati da uno più specifico dell’Università Cattolica di Milano, per accorgersene. E nemmeno caricarsi i file di excel coi calcoli che mostrano come Milano sia diventata la seconda città più cara d’Europa dopo Londra: una brutta scoperta certificata dallo studio di UBS Wealth Management dello scorso giugno. Ma nei mercati, alle file degli esami medici, sui mezzi pubblici, dal panettiere: col grande rientro di inizi settembre non si parla d’altro. Il costo della vita a Milano, dopo aver subito un incremento durante il 2014 e dopo Expo 2015 è aumentato di nuovo: a pagare mutui e debiti contratti dalle istituzioni pubbliche siamo noi.

I ticket medici sono aumentati, i generi di prima necessità sono più costosi oggi che a maggio, il costo delle operazioni in posta è aumentato ma nessuno che affronti mai la voragine di mancati introiti di chi affitta in nero le case, un buco nero che a Milano è cresciuto a dismsura negli ultimi anni grazie anche a siti e piattaforme non tassate. Non stiamo parlando dei beni di riferimento dei city user e delle elites colte e capaci che affollano Milano, anzi i costi di connessione wi-fi, prezzi a minuto di chiamata, la banda larga, co-working, eventi, i prezzi di aerei e treni veloci sono diminuiti mentre i prezzi degli affitti in nero nelle zone della Milano borghese sono aumentati di poco, in genere restano stabili. Ma di beni molto più basici, quelli che interessano a chi a Milano ci lavora per vivere e non ci vive per lavorare: in molti esercizi commerciali il caffè da 1 euro è passato a 1,10 euro. Il prezzo del pane è indicativo del rincaro: sotto i 4 euro è ormai quasi impossibile trovarlo fuori dai super, ma anche carne, vino, tabacco e latticini hanno subito una impennata, così come l’olio complice anche la pessima annata del raccolto 2017. Il dato più evidente nella rincorsa al rialzo dei prezzi è che il muro dell’apartheid sociale della cerchia dei navigli è stato sorpassato, anzi, spesso nemmeno il muro sociale della circonvallazione serve più a frenare gli aumenti che dilagano anche nelle periferie abitate dai ceti popolari: Ripamonti, Comasina, Bruzzano, Quinto Romano, Morivione, Giambellino, Vialba, Lorenteggio, Baggio, Corvetto, Crescenzago etc…

Non è il caso di fare distinguo sulle responsabilità degli aumenti, anche se è evidente come le scelte politiche, urbanistiche e di investimenti fortemente condizionate da banche, fondi Immobiliari e da categorie quali esercenti e commercianti, siano responsabili sia dell’enorme attrattività della città, di un’accumulazione di profitti importanti, così come dello scadimento delle condizioni di vita dei ceti popolari e delle funzioni pubbliche. Il divario è sempre più largo e regione Lombardia così come il Comune di Milano con le loro importanti leve economiche e decisionali potevano scegliere di ammorbidirne gli effetti, limitarne le cause, in una parola sola redistribuire quella enorme ricchezza che la città produce. Invece, l’ormai imminente aumento del costo dei trasporti non farà che acuire le differenze, con un effetto catena su tutti i prezzi e sull’ulteriore impoverimento dei salari sotto i 1400 euro netti al mese, dei pendolari, dei flex e temp workers, sugli anziani, sui lavoratori dipendenti in genere. L’effetto peggiore però è quello della segregazione sociale indotta dall’aumento del costo dei biglietti, che inciderà nei quartieri più lontani in tutti i sensi dal centro, particolarmente negativa sui più giovani. Il Comune di Milano, lasciati languire i servizi di statistica e il controllo sui prezzi dei mercati comunali coperti e settimanali all’aperto, diminuito il numero degli agenti accertatori, dei responsabili dei mercati, tagliato il numero dei progetti e delle Unità Educative dei Servizi all’Infanzia, corsi di Milanosport, aumentato tariffe delle imposte comunali, dei parcheggi a striscia blu, di asili, campus estivi e scuole comunali, introdotto la tassa di iscrizione alle scuole d’infanzia, dovrebbe intervenire per riequilibrare la bilancia. L’ISEE così come è concepito serve a pochissimi, soprattutto a chi lavora in nero, e non certifica più la reali condizioni di reddito soprattutto di soggetti e nuclei famigliari che ne hanno bisogno per mense, asili, rette delle case di riposo, sostegni sociali, case popolari. Redistribuire la ricchezza di Milano è una necessità che la recente notizia dell’impegno di Comune e Regione sulle Olimpiadi rende quantomai urgente, nonostante lo squilibrio delle forze in campo non faccia presagire nulla di buono.