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Boris, il Buio del Tunnel Italico

| sabato 2 aprile 2011

by Doctor Peppe

Ecco, finalmente, Boris il film, il pesciolino rosso, dal nome tennistico, vero portafortuna del regista di fiction “alla cazzo di cane” René Ferretti (Francesco Pannofino), sugli schermi da tre stagioni con la fortunata serie tv dove mette alla berlina il caustico sottobosco delle soap, con tutte le sue manie, tic, squarci di impensabile miseria e indicibile tenerezza. Qui si assalta il carrozzone cinematografaro: dai cinepanettoni, al sedicente cinema impegnato (“Mi ha cercato Calopresti? No? Meglio!” urlerà un declassato Lopez, Antonio Catania); da Raicinema, che pure produce (che miseria la dirigente esperta di fumetti francesi, con il codazzo di tre ottusi e accondiscendenti giovani burocrati, finto-intellettuali), al cameo su commissione del numero cinque di Medusa(!); dalle stressanti attrici impegnate, come Marilita Loy (vi ricorda qualche cognome di italica attrice? qui è una perfetta Rosanna Gentili), che hanno costruito una carriera sulle loro insicurezze, alla solita Corinna, la “cagna maledetta”, sempre splendida Carolina Crescentini. E soprattutto un avvio che è tutto un programma!

C’è da girare al rallenti la corsa nei prati di un giovanissimo futuro Papa, per la soap del Giovane Ratzinger. Ma René, il nostro regista preferito, eppure costretto a fare montagne di monnezza televisiva, di infami biografie (Caprera, Libeccio), ha un sussulto di estrema dignità e si rifiuta. Abbandona il set, la storica troupe di Occhi del cuore, il delegato di rete Lopez e Sergio, il direttore di produzione (Alberto Di Stasio), che sarà vittima di un “coccolone”. Eppure la solitaria fuga di René è un cupo isolamento, distillato in ottimi titoli di testa, dove vediamo il nostro eroe barbuto, sprofondare nella depressione, con sguardo sperso e intristito dinanzi al cinepanettone Natale al Polo Nord, mentre tutti intorno se la spassano, non ultimo il capo elettricista Biascica (Paolo Calabresi), con famiglia. Ma si riparte: c’è l’opportunità del cinema, per René! Addirittura quello impegnato, tratto da La Casta, libro-denuncia contro la politica, con l’attrice “colta”, il grande direttore della fotografia, l’impegno di Raicinema: quelli con gli occhialetti tondi, i maglioncini con le spolverate di forfora, relegati subito prima della radio, che poi c’è solo la morte! “E non se ne esce” è il leitmotiv della prima parte del film. Ecco che ritorna la vecchia troupe ed allora è tutto un “dai, dai!”, mentre il divo delle soap Stanis (Pietro Sermonti) si incaponisce in una azzeccata parodia di Fini, “con le sue cravatte rosa, il suo senso delle istituzioni, la centralità del Parlamenta”, con il comico Martellone (Massimiliano Bruno) che passa da “bucio de culo”, al più adeguato “’sticazzi!” È una superba presa in giro della sinistra italica, la stessa che i tre sceneggiatori dileggiano nella loro residenza ribattezzata Sceneggiatura Democratica, con tanto di campo da tennis indoor e giovani creativi, schiavi. In mezzo ci perdiamo dietro allo stagista (Carlo De Ruggeri) che propone petizioni per esportare lo Stato del Vaticano e urla, non vi diciamo in compagnia di chi e come, “Tecnostruttura! La colonna romana delle BR!” Quindi un inarrivabile Massimo Popolizio che ci ammansisce: “è il momento della grande narrazione popolare”; Frankie Hi-Nrg che cita Old Dirty Bastard; la lezione di cinema impartita da Glauco (Giorgio Tirabassi), in cui l’utopia di Eduardo Galeano si stempera nelle centralità delle tette.

Senza svelarvi il finale, dobbiamo dirvi che si ride di gusto, ma spesso molto amaro. Ciarrapico, Torre, Vendruscolo, sceneggiatori e registi, hanno confezionato una oliata macchina di sorridente rivolta contro l’odioso esistente; per questo hanno fatto assai bene le/i precari-e a interrompere la conferenza stampa per comunicare la giornata del 9 aprile: il nostro tempo è adesso.

Boris, il film: il nostro pesce d’aprile per questo paese indecente: “un paese di musichette, mentre fuori c’è la MORTE!”, per citare La locura di Boris 3.