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Black Sails: le Rotte Atlantiche della Guerra di Classe

by Duka | martedì 12 gennaio 2016

Era dai tempi di The Wire e Breaking Bad che non finivo magnato dalla rota per una serie tv. Causa della mia ennesima scimmia è Black Sails – la prima che mi sono sparato in streaming senza aspettare l’appuntamento settimanale su RAI 4. La fissa per la fiction – che si candida a prequel de’ L’isola del tesoro, di Stevnson – mi è partita, sia per l’ammirazione che avevo da bambino per i pirati dei Caraibi, ma soprattutto per l’apertura – episodio 0.1 – del Capitano Flint: “Quando dicoche sta arrivando una guerra… non intendo dire con la Scarborough, non intendo con re Giorgio né con l’Inghilterra. Sta arrivando la civiltà e ha intenzione di sterminarci”. Per la prima volta una serie televisiva, prodotta da eredi dei proto-liberisti (Platinum Dunes, Quaker Moving Pictures) che sconfissero i pirati d’oltreoceano, non mette al centro della narrazione le avventure guascone, da cappa e spada, della pirateria, ma il suo ruolo di proletariato atlantico, significativo nella lotta contro il monopolio spagnolo del commercio e gli Stati-nazione, agli albori di colonialismo e capitalismo. Secondo me, gli ideatori della serie – due onesti marchettari come Jonathan E. Steinberg e Robert Levine – centrano per pura botta di culo le origini del conflitto per il controllo delle rotte marittime, premessa alla guerra di classe nel Nuovo Mondo. A chi non dovesse
accontentarsi di arrembaggi, battaglie navali, bordelli, rhum e intrighi vari, consiglio gli studi di Peter Linebaugh e Marcus Rediker, autori de’ I ribelli dell’Atlantico (Campi Del Sapere, Feltrinelli 2004). Un saggio straordinario, per una lettura radicale dei fatti. A chi. Ai pipponi, preferisce la narrativa, suggerisco il capolavoro di Valerio Evangelisti – trilogia della Filibusta – Tortuga, Veracruz, Cartagena ( Piccola collana oscar, Mondadori).