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Berlin Porn Film Festival

by Rosario Gallardo | domenica 10 novembre 2013

Ottobre, cadono le castagne e si guardano film porno, meglio se a Berlino al Porn Filmfestival. Quest’anno l’affluenza alla kermesse ha battuto tutti i record delle edizioni precedenti con lunghe liste d’attesa e proiezioni extra di un già fitto catalogo di titoli, laboratori, festa e performance live.

Seguire un festival di cinema è un’attività totalizzante, ma noi abbiamo voluto fare di più: abbiamo voluto farne una performance, non nella rassegna del festival ma durante tutta la nostra trasferta. Dal momento in cui usciamo di casa al momento in cui rientriamo vado a spasso, guardo film, intervisto e faccio una cronaca per la telecamera, costantemente nuda sotto il cappotto. Di tutte queste ore di esibizionismo sbizzarrito sono visibili ben 25 minuti nei quali raccontiamo come noi abbiamo vissuto il festival. Vi ho risparmiato quando piango che voglio tornarmene a casa perché mi mancano i miei figli, perché mi sento un’imbecille a realizzare costose trovate eccentriche invece di tirare la cinghia in un quotidiano angusto e pacato, vi evito quando mi sono infuriata perché sul mio badge hanno scritto “guest” mentre su quello con la foto di Nicola c’era scritto “Rosario Gallardo film maker”, così come i miei lunghi monologhi su com’è starsene una settimana senza un vestito, sopratutto quando poi mangi in ristoranti arabi e devi farlo col cappotto abbottonato, ed è chiaro che il quartiere arabo di Berlino non è Barcellona.

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Il Porn Filmfestival è un festival di cinema di genere, potete immaginarlo come un festival horror ai tempi in cui Battiato cantava “in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore” in Bandiera Bianca. Non siamo riusciti a vedere nemmeno metà di tutto ciò che il festival ci ha proposto, pur stando in ballo dalle undici del mattino fino alla sera, ma comunque abbiamo portato a casa esperienze di cui vale la pena raccontarvi. Oltre la zuppa di zucca e una giovane fotografa che mi ha chiesto di mordere il badge per una foto, concquistando così il mio cuore per sempre, abbiamo trovato memorabili anche alcuni film.
Ora non credo che tutti voi possiate capire, del resto i mari sono strapieni di plastica e i negozi continuano a venderla, c’è chi inorridisce innanzi a un parto naturale invocando mali e disgrazie o discrimina e osteggia anche chi va scalzo o nudo, figuriamoci empatizzare con l’archetipo dei mostri. Eppure il mostro noi lo abbiamo guardato negli occhi mentre lui si è messo a nudo, nell’anima intendo, tutto ciò in “Outing” un film di Sebastian Meise e Thomas Reider, un documentario su di un giovane pedofilo che, pur senza aver ancora commesso reati, sceglie di parlare di se sperando di trovare una qualche via d’uscita a quello che lui descrive come un vero e proprio inferno nel quale lui è il male.  Desidera uccidersi, straziato dal suo romanticismo a tratti perfino grottesco, inabissato nella solitudine. La regia non aggiunge enfasi né commento a una tematica già di per se estrema, così che riusciamo a stare a tu per tu col mostro e per un attimo perfino in empatia. Questa è letteratura della conoscenza, riuscita a sfuggire all’urgenza difensiva della funzione educativa a cui troppo spesso anche il cinema si presta. Credo sia stato il più bel film del festival. Di tutt’altro tipo è stato il piacere per la proiezione di “HPG, son vit son œuvre”, 51 minuti di frammenti assemblati tratti dalle riprese personali dello stesso HPG, pornoattore francese, che durante le sbronze di tutto un anno (il 1996) ha avuto l’accorgimento di premere rec sulla sua telecamerina personale e registrare gli avvenimenti bizzarri della sua vita privata. Il montaggio ricostruisce una piccola panoramica attraverso la quale l’indole iperegoica ed eccentrica diventa una performance esistenziale. Si può essere eccessivi? Si, ed è molto liberatorio anche vederlo fare ad altri. Il tipo di montaggio e il grado di monomaniacale esibizionismo l’ho trovati simpaticamente affini ai miei, in compenso lui ha degli amici che lo insultano mentre io evito di frequentarne… ma forse perché all’epoca non era sposato, mentre oggi si e la moglie è la sua spalla in stile mistress; ha anche realizzato un corto in risposta al film del marito, ma credo sia di scarso interesse. Insieme hanno presentato la loro proiezione realizzando un vero e proprio cabaret e dichiarato che si accingono a girare un film con Gerard Depardieu. Tra i corti vi menziono il più romantico e sensuale tra tutti “Tram” un cartone animato di Michaela Pavlatova. L’immagine, i ritmi, le azioni raccontano dell’arrapamento femminile con una completezza emotiva e un’aderenza culturale sublime, ho pensato: caspita è proprio così che mi sento io! E mi hanno confermato la stessa immedesimazione anche altre amiche che hanno visto lo stesso corto in momenti diversi. Un altro short movie notevole, che infatti è anche tra quelli menzionati dalla giuria, è stato “Beautiful Monotony”, una telecamera (pare nascosta) riprende e riproduce in accellerazione la notte di lavoro di una sex worker, la quale balla per i clienti di cui spesso capita il viso nell’inquadratura. Donne e uomini pagano per un balletto, per annusarle la fica e sentirsela strusciare sulle gambe o sotto il naso, la scena è carica di ironia, di intensità emotiva e di significati archetipici e non si è trattato di fiction. Più intenso e rivitalizzante di qualunque psicoterapia, messa o lezione di filosofia. E ancora tra i corti il cartone animato “De Genero Humano” di Victoria Karmin o anche “On Top Of Your Gaze” dove l’autrice Joanna Rytel, telecamera alla mano, convince sensualmente il suo compagno e un loro amico, che la guardano attoniti attraverso la telecamera, ad osservarla mentre lei, abbondantemente mestruata, si masturba. Per quanto riguarda le performance, discretamente soft, erano ben fatte tranne le prime due o tre che vi ho risparmiato anche nel documentario. Di certo questo è un festival di pornografia molto diversa da quella industriale, non che non ci siano “pezzi bellissimi” dentro la pornografia industriale, ma a Berlino si da voce a un altro tipo di esperienza pornografica, quella attraverso la quale autori narrano la loro visione del mondo senza “censura per pornografia”. Il problema del cinema industriale esiste al di là del genere pornografico, purtroppo, ma il tema esplicito porta con se una sua peculiare storia di persecuzione e di costume che ha tanto da raccontare e tanto di cui liberarsi. Infatti credo che la differenza molto spesso la fa il modo in cui si fruisce di un oggetto. Questo diventa evidente con le retrospettive di autori che nell’industria hanno fatto la storia come per l’attore giapponese Koichi Imaizumi, pietra miliare dei pink film. Dimenticavo, tra i corti fetish c’era anche “Road Movie”, un brevissimo film di Rosario Gallardo durante il quale io mi masturbo sull’autostrada Torino-Milano. Abbiamo raccolto applausi, risate e arrapamento anche se non so se essere inseriti nella raccolta “fetish shorts” sia una dimostrazione di comprensione del nostro lavoro… ma forse, chi sa, magari per l’anno prossimo si saranno decisi a fare una categoria per noi esibizionisti consapevoli. Anche nel porno gli orizzonti sulla conoscenza dell’umanità e delle sue forme d’autonarrazione sono un work in progress!