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Barbarossa

| venerdì 27 novembre 2009

L’occasione è di quelle da non farsi sfuggire. Due biglietti per la faraonica anteprima di Barbarossa, il kolossal padano che narra l’epico scontro fra i comuni lombardi e l’imperatore tedesco Federico I Hohenstaufen. Tanto più che negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare di questo film, fortemente voluto da Umberto Bossi, coprodotto da Rai Fiction e Rai Cinema, girato da Renzo Martinelli e costato circa 30 milioni di dollari, una cifra enorme per una produzione italiana. La sede scelta per l’anteprima è niente meno che il Castello Sforzesco di Milano, addobbato a festa come un panettone medievale. C’è polizia ovunque perché si vocifera che si presenti anche il premier. Caso vuole che io arrivi nello stesso momento di Bobo Maroni. Seguo ordinato il codazzo del ministro lungo il ponte levatoio per imbattermi subito nel garrulo Borghezio che intona una marcetta padana, accompagnato da a una banda di cornamuse bergamasche. L’inizio sembra molto promettente. Rimango in un angolo ad osservare questo strano popolo formato da quadri leghisti locali e nazionali, qualche esponente PDL, un buon numero di quella che un tempo era la borghesia milanese colta e che adesso è solo la borghesia milanese stanca, più qualche giornalista di costume. Non intravedo nessun uomo di cinema e neanche una starlet o velina (tira un brutta aria). La sala della proiezione è nello splendido Cortile della Rocchetta e mentre mi compiaccio della magnificenza del posto penso a quanto possa essere costato questo scherzetto al Comune: la cifra come minimo si aggira sulle centinaia di migliaia di euro. Intanto cominciano a arrivare i pezzi grossi: La Russa, Calderoli, Formigoni, Tremonti, l’applauditissimo Bossi – ‘grande Umberto’ urla il mio vicino di sedia – e perfino Berlusconi con il suo codazzo di guardie del corpo. Passa mezzoretta e il regista sale sul palco. Martinelli è un tipo franco e dall’aria volitiva. Di norma i suoi film non mi piacciono (penso a Vajont, il Mercante di pietre o a Carnera) ma sono venuto al castello per dargli un’altra possibilità. Lui, in modo sbrigativo, ringrazia tutti – compresi gli assenti Rutger Hauer (il Barbarossa) e Cecilia Cassel (l’imperatrice), deliziosa attrice francese impegnata politicamente che dopo aver scoperto in che combriccola si era ficcata si è data alla macchia – per poi chiamare sul palco il sindaco di Milano.
E Letizia ci sorprende con il suo entusiasmo: ‘Milano lotta per la libertà’, urla alla folla che risponde con un applauso mentre lei continua, “Oggi come allora, la libertà è preziosa e dobbiamo donarla ai nostri figli”. Esaurito il secondo applauso, il regista la liquida senza troppe manfrine e comincia i ringraziamenti di rito: la Rai, Rai Cinema, il Ministero dei Beni Culturali, l’assessore Zanello e poi Berlusconi. Curiosamente il pubblico risponde fin troppo tiepido al nome del premier, mentre esulta come allo stadio a quello di Umberto Bossi. Comincia il film: dopo i primi tre minuti di film siamo già convinti di stare sprecando il nostro tempo e i vostri soldi. Barbarossa è un lavoro di una bruttezza imbarazzante. E non solo per le numerose castronate storiche o per la retorica bolsa e ripetitiva, non per il cast raccogliticcio e svogliato o per la sceneggiatura desolante e nemmeno per la mancanza di qualsiasi afflato epico. No, il film è brutto perché il regista non sa girare. Hanno speso trenta milioni di dollari per un cosiddetto kolossal che sembra una docufiction storica in costume girata per i programmi di Alberto Angela. Dopo due ore di riprese sono convinto di aver vissuto un’esperienza disarmante che la dice lunga sulla strategia culturale della nuova destra italiana. Se uno dei pericoli di questi anni bui era di assistere alla fine dell’egemonia culturale di sinistra, stiamo tranquilli ancora per un po’ di tempo. Questi rimangono dei perfetti incompetenti. E non sono il solo a pensarlo. L’applauso finale è debole e stentato, certo obbligato dato il parterre, e mentre ci avviamo al generoso buffet le facce sono davvero deluse. Vedo Maroni rifiutarsi di rispondere alla comprensibile domanda di un giornalista sulla qualità dell’opera. È nervoso. Hanno puntato molto su questo film e lui conosce il suo elettorato. Sa che alla base leghista, che al Nord conta su una massiccia presenza operaia, lo spreco di denaro in periodo di crisi è visto parecchio male. Come racconteranno ai cassintegrati padani che la Lega Nord ha buttato 30 milioni di dollari per una porcheria che nelle sale ci starà neanche un finesettimana? Mentre addento un pezzo di salame, mi sale una dolce euforia. Non vorrei essere nei loro panni.

Da Alessandro Bertante