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Ayotzinapa: Aggiornamenti dal Messico che Chiede Giustizia

| giovedì 11 dicembre 2014

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di Andrea Spotti, inviato speciale di MilanoX in Messico

Chiudere il caso Ayotzinapa nel modo meno doloroso possibile per la classe dirigente del paese e mettere a tacere il movimento di protesta più imponente degli ultimi decenni, il quale continua a riempire le piazze messicane e sta rendendo la vita difficile al presidente Peña Nieto, in crisi evidente all’inizio del terzo anno della sua amministrazione. A dispetto della retorica ufficiale, sembra siano queste le priorità di governo e autorità inquirenti, incapaci di dare risposte serie e credibili all’esigenza di verità e giustizia dei parenti delle vittime, ad oltre due mesi dal brutale assalto narco-poliziesco dello scorso 27 settembre.

È da almeno un mese, infatti, che il governo ha sostituito l’iniziale atteggiamento attendista, fondato sulla speranza che la protesta si spegnesse da sola una volta svanita l’iniziale reazione emotiva di fronte all’omicidio di sei persone e alla sparizione forzata dei 43 normalisti, con uno più attivo, fatto di conferenze stampa e arresti spettacolari, da un lato, e di una strategia repressiva e intimidatoria, tesa a criminalizzare la protesta e a creare un clima di terrore tra coloro che vi prendono parte, dall’altro.

Il tentativo di mettere la parola fine sulla strage di Iguala è iniziato lo scorso 7 novembre con la presentazione alla stampa dei primi risultati delle indagini della procura generale della repubblica (PGR), ed ha avuto un’importante accelerazione a partire dal 6 dicembre, da quando cioè sono stati identificati i resti di Alexander Mora Valencia, uno dei 43 normalisti desaparecidos. I risultati delle analisi portate avanti da un gruppo di forensi dell’università di Innsbruck, che confermano senza ombra di dubbio la coincidenza del DNA dei familiari dello studente diciannovenne con quello ottenuto da un molare ed un frammento osseo inviati in Austria dagli inquirenti oltre un mese fa, vengono utilizzati in questi giorni da media e autorità come la prova definitiva della veridicità della versione della PGR.

Secondo quest’ultima, gli studenti sarebbero stati sequestrati dalla polizia municipale di Iguala e Cocula e poi consegnati ai sicari dei Guerreros Unidos, i quali si sarebbero occupati di uccidere i normalisti ed eliminarne le tracce bruciando i loro corpi all’interno della discarica di Cocula. Il falò, alimentato da legno, pneumatici, diesel e benzina, sarebbe durato per oltre 15 ore. Alla sua conclusione, i resti dei normalisti ormai ridotti in cenere sarebbero stati messi in alcune buste di plastica e gettati nel vicino fiume San Juan.

Per il procuratore Murillo, le indagini, che hanno portato all’arresto di 80 persone tra elementi della polizia locale, membri del clan dei Guerreros Unidos e funzionari municipali, hanno risolto tutti i dubbi sulla vicenda. I principali colpevoli sono stati fermati e gli inquirenti sono sulle tracce di altri 16 responsabili. Il governo ha fatto la sua parte, sembra essere il messaggio delle aurorità all’opinione pubblica indignata, il caso è chiuso, non c’è più bisogno di protestare. È giunto il momento di superare il lutto ed il dolore per Ayotzinapa e di ritornare alla normalità, come ha sostenuto di recente Peña Nieto provocando reazioni indignate da parte di diversi settori della società, arrabbiati per il tentativo di minimizzazione messo in opera dal presidente.

Al tentativo di chiudere il caso, tuttavia, si sono opposti da subito i familiari delle vittime e il movimento con delle mobilitazioni spontanee nelle piazze e sulla rete, dove l’hashtag #YaMeCanse, riferito alla frase “mi sono stancato” pronunciata dal procuratore che si lamentava del troppo lavoro durante l’incontro con i giornalisti, è diventato quasi immediatamente trendingtopic. Sotto questo titolo, manifestanti virtuali e reali hanno risposto che ad essere stanca di terrore e impunità è la società intera, vittima da otto anni a questa parte delle scelte di una classe politica che lavora esclusivamente in funzione degli interessi dei grandi capitali, e di una scellerata guerra che ha già prodotto migliaia di morti e desaparecidos riducendo nei fatti l’agibilità democratica su tutto il territorio nazionale. A distanza di un mese, nonostante l’intervento di un esercito di bots governativi ne abbia eliminato la presenza per qualche ora, l’hashtag, trasformatosi adesso in #YaMeCanse2, continua a svettare in cima alla lista delle tendenze nazionali.

La teoria investigativa viene messa in dubbio dai familiari dei normalisti e non solo. I suoi punti deboli in effetti sono diversi, a partire dal fatto che si fonda esclusivamente sulle testimonianze di tre membri del clan e non è corroborata da nessuna prova scientifica: nella zona in questione, la notte in cui si sarebbe tenuta la cremazione dei corpi dei 43 normalisti, è piovuto insistentemente; nessuno ha notato il fumo che un falò del genere avrebbe certamente determinato; compagni e genitori dei normalisti hanno denunciato di non aver trovato tracce di fuoco recente né di grandi dimensioni all’interno della discarica; e infine diversi esperti nell’ambito della cremazione hanno evidenziato come sia sostanzialmente impossibile incenerire dei corpi nelle condizioni descritte dai narcos.

Inoltre, per quanto riguarda il ritrovamento dei resti di Alexander nel fiume San Juan, i dubbi hanno a che fare con la scarsa trasparenza dell’operazione. Infatti, secondo quanto dichiarato dall’Equipe Argentino di Antropologi Forensi (EAAF) che rappresenta i familiari degli studenti, questa è avvenuta senza la presenza dei periti indipendenti, giunti sul posto quando la borsa in cui sono stati ritrovati i frammenti era già stata aperta. Per cui, sostiene l’EAAF nel comunicato del 7 dicembre, se è vero che i resti corrispondono ad Alexander, questo non prova la ricostruzione fatta dal procuratore, dato che non è scientificamente dimostrato dove siano stati effettivamente ritrovati. Esiste, in altri termini la possibilità, come dichiarato meno diplomaticamente da un portavoce dei familiari delle vittime che gli inquirenti abbiano cercato di costruire uno scenario ad hoc per chiudere rapidamente il caso.

La linea investigativa della procura viene criticata anche per tutto quello che omette di indagare. A cominciare dal ruolo di polizia statale e federale, che hanno seguito le attività dei normalisti ad Iguala e che, insieme all’esercito, presente sul territorio con il XXVII Battaglione Infanteria, hanno saputo quasi immediatamente della sparatoria decidendo di non intervenire. Per quanto riguarda l’esercito, alcuni normalisti sopravvissuti hanno denunciato di essersi incontrati con dei soldati durante la fuga e che questi, lungi dall’aiutarli, hanno minacciato di farli sparire e gli hanno impedito di usare i cellulari per chiamare aiuto nonostante le gravi condizioni di uno degli studenti, ferito al volto da un proiettile.

La mancata indagine nei confronti dell’esercito lascia perplessi, e non solo per la tradizione di sparizione forzata della quale questa istituzione è protagonista nello stato del Guerrero a partire almeno dalla fine degli anni’60 – tradizione nella quale spicca la pratica, comune alle sanguinarie dittature di Pinochet e Videla, del volo della morte, per cui i desaparecidos venivano gettati nel Pacifico -, ma anche perché nel 2011 Human Rights Watch (HRW) aveva puntato il dito contro elementi dell’esercito in un caso analogo, che riguardava la sparizione di 6 persone avvenuta in un club notturno di Iguala, nel marzo del 2010.

Altri aspetti inesplorati della faccenda sono le responsabilità dell’ex-governatore Aguirre e quelle della PGR rispetto all’impunità di cui godeva la cosiddetta coppia imperiale formata dal sindaco di Iguala Luis Abarca e dalla consorte Maria de Los Angeles Pineda, rispettivamente in carcere e agli arresti domiciliari, le cui gesta criminali – almeno tre omicidi e complicità con la criminalità organizzata – erano state denunciate alle autorità statali e federali almeno dal maggio 2013.

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Parallelamente alla campagna mediatica e diplomatica tendente ad archiviare il caso Iguala e a circoscrivere le responsabilità politiche a livello locale, è ormai evidente l’esistenza di una strategia repressiva e intimidatoria che mira a inibire la partecipazione alle proteste. È il secondo aspetto della strategia governativa in campo a partire dai primi di novembre ed ha a che fare con il tentativo di delegittimare un movimento che gode di una grande simpatia all’interno della popolazione e che sta facendo traballare la poltrona del presidente.

Come sostiene Omar Garcia, portavoce dei normalisti di Ayotzinapa, il governo, non potendo reprimere direttamente le mobilitazioni che si stanno portando avanti nello stato del Guerrero, cuore pulsante e motore della protesta nazionale, ha iniziato a colpire i solidali che si mobilitano nel resto del paese. Nella capitale, prima di tutto, dove si sono tenute le manifestazioni più partecipate, e nel mondo giovanile e studentesco, decisamente in prima linea nella lotta che, oltre a esigere giustizia, sta iniziando a chiedere anche la testa di Peña Nieto, considerato non all’altezza di gestire la crisi attuale.

La campagna mira a dividere il movimento in buoni e cattivi e ad infondere nella popolazione l’idea che partecipare alle mobilitazioni può essere pericoloso, non solo perché chi vi partecipa può finire in galera, all’ospedale o peggio, ma anche perché coloro che si espongono possono essere vittime di aggressioni individuali.

Tra i fatti più gravi ricordiamo quelli avvenuti il 14 novembre all’Universidad Nacional Autonoma de México (UNAM), quando, con il pretesto di indagare su un cellulare rubato, 4 agenti in borghese della polizia giudiziaria della capitale hanno violato l’autonomia universitaria ed uno di loro, sostenendo di essersi sentito minacciato dai giovani, ha fatto fuoco su due studenti ferendoli fortunatamente in modo lieve.

Nel pomeriggio della stessa giornata, Jacqueline Santana e Bryan Reyes, entrambi musicisti, unversitari e attivisti, sono stati arrestati appena fuori dalla casa del secondo ed accusati di aver assalito e derubato un poliziotto armati di coltelli da cucina. L’accusa è ridicola e pare più che altro una toppa messa in extremis su un tentativo fallito di sparizione forzata.

Mary Carmen Rodriguez, madre di Bryan, ha denunciato che il modus operandi degli agenti – anche in questo caso in borghese – più che un arresto ricordava un sequestro. I poliziotti si sono dichiarati tali, infatti, solo dopo il casuale intervento della polizia di Città del Messico, intervenuta dopo aver ascoltato le grida dei giovani e di diversi passanti. Gli arresti, evidentemente illegali, sono stati convalidati dal giudice il quale ha fatto rinchiudere Bryan e Jaqueline, che hanno denunciato di essere stati vittime di tortura sia durante il fermo che una volta giunti in carcere, nel Reclusorio Norte e nel carcere femminile di Santa Martha, al sud della città.

Venerdì 28 novembre, è stato vittima di una situazione analoga anche Sandino Bucio, studente della facoltà di filosofia dell’UNAM e attivista, sequestrato da un gruppo di uomini armati a pochi passi dalla fermata della metro Copilco, all’uscita dall’Assemblea di Filosofia. In pieno giorno i soggetti lo hanno obbligato a salire su una macchina e sono fuggiti via. Fortunatamente, alcuni passanti hanno registrato l’accaduto e, già pochi minuti dopo il video ha iniziato a circolare sulla rete, scatenando l’indignazione. Dopo un paio d’ore di angoscia, le autorità hanno comunicato che lo studente si trovava alla SEIDO (Subprocuraduría Especializada en Investigación de Delincuencia Organizada) perché sospettato di aver aggredito la polizia durante il corteo del 20 novembre. Verso le 2.30 di notte, visibilmente stanco e segnato dalle botte prese, Sandino è uscito dalle stanze della procura senza denunce. Anche in questo caso siamo di fronte all’azione di agenti in borghese che portano avanti un fermo di polizia molto simile ad un sequestro. Anche quì, insomma, è forte in molti il sospetto che si tratti di una tentatvo desaparición fallito. Cosa sarebbe successo se il video non avesse fatto scoppiare l’indignazione?

A tutto ciò vanno aggiunte le violente cariche contro manifestanti inermi e passanti, seguite dagli arresti arbitrari, torture e detenzioni in carceri di massima sicurezza portate avanti da polizia e autorità federali e della capitale che hanno colpito i cortei dell’8, del 20 novembre e del primo dicembre a Città del Messico. In queste occasioni la polizia di Peña Nieto e di Mancera, il sindaco di centrosinistra della capitale, hanno preso di mira perfino anziani, bambini e turisti. Alla mano dura mostrata in piazza è seguito il tentativo di criminalizzare i detenuti accusandoli sommossa, tentato omicidio e associazione a delinquere. Accuse in seguito rientrate data la lor enormità e le nulle prove in mano all’accusa.

Insomma, per farla breve, il sospetto è che il governo stia creando un clima di tensione per poter spostare il discorso sul terreno dell’ordine pubblico. In questo contesto, va segnalata la militarizzazione del territorio, da una parte, con il lancio dell’operazione Tierras Calientes, che prevede la presa in carico della sicurezza in decine di municipi degli stati stati del Michoacan, Guerrero, Oaxaca, Sinaloa e Morelos; e, dall’altra, con l’invio, durante la scorsa settimana di oltre 3 mila agenti tra Chilpancingo, capitale dello stato del Guerrero, che ne ha ricevuti 2000 e Acapulco, dove “per tutelare turisti e famiglie” sono giunti 1500 poliziotti.

Per chiudere il quadro rispetto alle intenzioni belligeranti del governo va segnalata la cosidetta legge anti-cortei, la quale, riformando gli articoli 11 e 73 della Costituzione, inserisce il diritto alla mobilità universale, per il quale, il diritto alla protesta potrebbe essere messo in contrapposizione con quello alla libera circolazione degli automobilisti e, di conseguenza, ridurre o mettere in discussione la possibilità di manifestare proprio in un momento come quello che stiamo attraversando, nel quale, nonostante le strategie mediatiche e intimidatorie del governo, le mobilitazioni sono all’ordine del giorno, come dimostrato dalle iniziative del primo dicembre, a due anni dall’inizio repressivo del mandato di peña, ed il 6, in occasione del centesimo anniversario della presa di ittá del mex da parte di Villa e Zapata. Mentre genitori e familiari delle vittime promettono un natale ed un capodanno di lotta per la restituzione in vita dei 42 normalisti desaparecidos e la caduta del governo di Peña Nieto.