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Atti Osceni

by Rosario Gallardo | domenica 9 febbraio 2014

Atti Osceni in luogo pubblico. In pieno centro cittadino, in un locale della movida milanese, all’ora dell’aperitivo. Non cercheremo di spaventare nessuno, scandalizzeremo quel tanto che fa bene al cuore, per scardinare un po’ l’omertà e l’assuefazione.

Immaginate un locale dove sorseggiare un aperitivo mentre io compio per voi delle oscenità.
Atti Osceni non vuole essere una performance, non ha alcuna velleità estetica con pretese autonobilitanti. Questa storia del fare arte è vetusta e piena di ipocrisia e, nel nostro caso, si finisce troppo spesso a viverla come una nobilitazione, così sottointendendo che sesso in quanto espressione del reale, soggetto e mezzo narrativo, non sia arte. E allora arte cos’è? Di fatto arte è quel qualcosa a cui una certa cerchia di mercanti e ausiliari è riuscita a dare un prezzo e tutti a fare “si” con la testa. Questa è l’antitesi della pornoestetica che nell’oscenità vede un punto di vista più profondo e non un eccesso pruriginoso ed eccentrico da addomesticare. Questo è per dire che “Atti Osceni” non è una performance.

Genesi.
Non è che non noi siamo nuovi a questa cosa di fare otti osceni in luogo pubblico. Il flashing lo pratichiamo dal 2000: supermercati, metropolitane, strada, il video girato per la muestra marrana del 2012 era ambientatao in autostrada e quello del 2013 in aereoplano. Uno dei miei sogni nel cassetto è filmare atti osceni in una ricca serie di ristoranti, bar e affini. E’ un processo di riappropiazione della sfera erotica in ambito sociale, potremmo parlare di rivendicazione del diritto a poter trarre ed esprimere piacere senza obbligo di una riservatezza imposta. Ma non credo che esistano i “diritti”, sono al massimo una figura retorica. Molto spesso, soprattutto le donne, mi hanno scritto: “bello quello che fai, mi domando perché io non lo faccio” oppure ancora più spesso “…io non lo farei mai”. Al di là della sacrosanta libertà di scegliere da sé cosa ci piace fare e come e dove, è indubbio il fatto che le azioni di Rosario Gallardo vengono molto spesso intese come degli inviti a fare altrettanto. Questa è un’esperienza che io vivo nel guardare i film pornografici, spesso l’invidia supera il piacere e mi innervosisco, ma non ho mai pensato, quando lavoro al nostro materiale, che ciò attraverso cui mi esprimo e faccio ricerca sia anche un esempio da seguire. Ma se è vissuto così ben venga, tutto ciò che vi sentite ispirate a replicare o invitate a fare ha di certo una risonanza in qualcosa che già alberga dentro di voi, fateci i conti in un modo o nell’altro. Fatto sta che un paio di anni fa un ammiratore mi disse che mai avrebbe voluto vedere la gente del lunedì mattina in tram disinibirsi quanto me. La cosa mi diede molto sui nervi, perché insinuava che io sul tram al lunedì mattina evito di infilarmi i sediolini nel culo solo perché il lunedì mattina non prendo il tram. L’immagine di un individuo che sfugge all’autorepressione solo per abbandonarsi a un’inevitabile compulsività, in un perfetto contrappunto dantesco, è un classicone della cultura della colpa, del maligno e della bestialità umana. Attribuire a me questo vuol dire che Rosario Gallardo non è riuscito ad esprimersi bene e che il clichè ci vince ancora. Così a ottobre, quando si è trattato di cercare un luogo per fare un’azione, ho pensato che sarebbe dovuto essere un esercizio pubblico.

Censura.
La nostra prima interlocutrice è la censura. Il nostro lavoro, purtroppo, non si spende ancora interamente in un dialogo libero sulla natura dell’orgasmo, sulla vitalità del piacere, sui mostri e sulle note più cupe del desiderio proprio perché ci fermiamo sempre alla soglia di tutto: a se è lecito il nostro contenuto o se basta liquidare tutto in gran seghe. La censura sta nella dicotomia di contenuto e seghe, ovviamente. Ma a dirlo sembra volersi ancora una volta nobilitare come nel fare arte o politica o costume o cultura. E’ un meccanismo diabolico, ma in compenso mette a nudo la viltà e il conformismo meglio di come i raggi X fanno con le ossa. Se non stessimo lottando contro la censura, quella che sta dentro l’animo di ognuno, non esisterebbe nessun progetto pornoguerrigliero né, tantomeno, l’idea di fare Atti Osceni.

Soggetto.
L’idea iniziale di allestire un set di nudo in un luogo pubblico ha lasciato il posto a un progetto di tutt’altra natura. La settimana scorsa un amico è defunto. Si tratta di un amico di vecchia data, un uomo che è stato qualcuno non solo nel mio immaginario di bambina e di ricercatrice esistenziale, ma anche dell’intera collettività umana. L’idea di un “Esibizionismo Sacro” deve a lui la genesi, in analogia con alcune delle sue ricerche scientifiche più importanti. Un pomeriggio estivo di qualche anno fa parlava a me e a mio padre della memoria dell’acqua e della risonanza delle vibrazioni; il suo modo di descrivere, così visibile, mi ha subito reso comprensibile una parte importante della mia esperienza. Tutto ciò e altro diede vita al progetto di ricerca sull’Esibizionismo Sacro. Non farò più in tempo a discuterne con lui, ma a voi altri ho deciso di offrirne un assaggio. Se c’è una cosa che fa la differenza nella vita è sapersi dare, perché poi si muore e non è più possibile nemmeno dire grazie a coloro ai quali siamo debitori. Sarà la mia piccola orazione funebre e nel contempo un piccolo seme di vita per quelle mani che sanno accoglierlo.

Foto e Video.
Durante l’arco dell’azione vigerà il “free souvenir”: libertà totale di fotografare e filmare tutto. Perché l’immagine non ha propietari, a chi non sta bene conviene aspettare fuori.
Vietato ai minori di 18 anni. Si, sarà osceno.

Come.
Non servono prenotazioni, ma c’è la consumazione obbligatoria. Suggeriamo un abbigliamento che si faccia notare.

Soundtrack.
A nostro sostegno Pablito El Drito e il suo game boy.