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Arrestato Ligresti con famiglia: la fine di un impero del mattone

| giovedì 18 luglio 2013

ligrestis

di Giorgio Salvetti

Dopo il disastro finanziario, le manette. L’epopea del principe del mattone Salvatore Ligresti, detto Totò, uno degli uomini chiave del capitalismo italiano degli ultimi quarant’anni, è finita con l’arresto suo e di tutti i suoi figli per ordine della procura di Torino. Il patriarca è ai domiciliari a Milano. Le figlie Giulia Maria e Jonella sono in carcere rispettivamente a Vercelli e Cagliari. L’altro figlio, Paolo, è latitante in Svizzera. Sono stati arrestati anche gli ex amministratori delegati di Fonsai, Emanuele Erbetta e Fausto Marchionni, e l’ex vicepresidente Antonio Talarico. Sono tutti accusati di falso in bilancio aggravato per grave nocumento al mercato e manipolazione del mercato. La procura sta valutando se procedere anche alla confisca dei beni. Gli arresti sono scattati per scongiurare il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove.
L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore di Torino Vittorio Nessi, è solo una delle tante iniziative giudiziarie che stanno facendo luce sulla caduta dell’impero immobiliare e finanziario dei Ligresti. Una storia simbolo del modo di fare impresa e finanza in Italia che si è concluso con l’acquisizione da parte di Unipol di Fonsai.
Il più grande gruppo assicurativo rc auto italiano fino ad allora era controllato dai Ligresti che lo avevano portato sull’orlo del tracollo. Salvatore Ligresti, grazie al suo rapporto con Mediobanca ed ai suoi agganci politici, a cominciare da Craxi per finire con il padre e i figli di Ignazio La Russa, era riuscito a costituire Fonsai tramite la quale finanziava i suoi progetti immobiliari (era il principale costruttore a Milano e non solo) e le sue partecipazioni in moltissime società strategiche, da Pirelli a Rcs, tanto da essere soprannominato «mister 5%». Inoltre utilizzava il serbatoio di capitale di Fonsai anche per le spese di famiglia ed i capricci dei figli – Giulia Maria si lanciò nel mondo della moda, mentre Jonella, amante di cavalli, si dava all’ippica. Un salasso di risorse milionario che con il passare degli anni divenne insostenibile e costrinse Mediobanca a orchestrare il salvataggio di Fonsai puntando su Unipol.
L’indagine della procura di Torino adesso chiarisce come effettivamente venivano distratti i fondi. Secondo i magistrati, nel bilancio 2010 è stato occultato un buco da 600 milioni grazie alla sottovalutazione delle riserve da accantonare per il pagamento dei sinistri. 253 milioni sono finiti alla Premafin, la società di famiglia dei Ligresti, trasformando delle perdite in utili. Il falso è stato determinante per il piano di ricapitalizzazione del 2011, ha condizionato il mercato e danneggiato 12 mila piccoli risparmiatori. Sono state proprio le querele di alcuni di loro ad allargare il fronte delle indagini della procura di Torino che già nei mesi scorsi aveva emesso 12 avvisi di garanzia e aveva effettuato molte perquisizioni.
Come tutto questo è potuto accadere senza che nessuno se ne accorgesse? Una possibile risposta viene da un altro provvedimento, questa volta della procura di Milano che da tempo indaga su diversi filone della vicenda Ligresti, fra questi anche il papello segreto con cui Mediobanca avrebbe garantito privilegi e fondi ai Ligresti per cedere Fonsai a Unipol.
Solo ieri si è saputo che da sei mesi è indagato per corruzione e calunnia Giancarlo Giannini, l’ex presidente dell’Isvap, l’ente che avrebbe dovuto controllare le società di assicurazioni. Secondo i magistrati, Giannini avrebbe evitato per ben 10 anni di fare controlli su Fonsai in cambio di una raccomandazione di Ligresti presso Berlusconi e Gianni Letta per farlo nominare componente dell’Antitrust. A rivelare ai magistrati l’intreccio perverso tra controllore e controllato è stato Fulvio Gismondi, l’uomo di Fonsai che doveva tenere i rapporti con Isvap. In base alle carte già nel 2008 Fonsai stava sottovalutando le riserve per i sinistri. Sarebbe bastato intervenire allora per tutelare i risparmiatori, questo però avrebbe buttato all’aria i piani non solo di Ligresti, ma di buona parte del capitalismo e della politica italiani.

L’impero tossico di Ligresti: 4 miliardi di euro di esposizione bancaria

di Andrea Di Stefano, candidato etico

L’epilogo della famiglia Ligresti, da dinastia degli immobiliaristi e assicuratori a inquilini delle patrie galere, è una delle istantanee più veritiere del capitalismo cannibale italiano: parte del declino economico del Belpaese si può rileggere analizzando il rapporto perverso tra sistema del credito e il capitalismo famigliare dedito a partire dall’inizio degli anni Ottanta alla rendita e alla speculazione.
Non è possibile ricostruire la vicenda dell’ottantunenne Salvatore Ligresti senza ricordare il ruolo svolto dal salotto buono di Mediobanca. Enrico Cuccia venne incaricato da Raffaele Mattioli di mettere al riparo dagli effetti devastanti della Seconda Guerra Mondiale il meglio del capitalismo nostrano, dagli Agnelli ai Pirelli, dai Falck ai Marzotto. Il grande vecchio di Via Filodrammatici governò per oltre trent’anni il sistema capitalistico italiano come un monarca assoluto, totalmente refrattario a qualsiasi forma di trasparenza, con il supporto ambiguo delle Banche di interesse nazionale azioniste di Mediobanca (Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma e Credito Italiano) e con meccanismi di cooptazione ispirati a mantenere un apparente equilibrio di controllo del potere finanziario sul sistema politico. Al banchetto ha così potuto sedersi anche Don Salvatore Ligresti da Paternò.
La leggenda, costruita dallo stesso capostipite in una famosa intervista al Mondo, vuole Ligresti giovane emigrante e fortunato miliardario già nei primi anni ’60 grazie alla compravendita dei diritti per un sopralzo di un sottotetto in via Savona che, grazie al finanziamento dell’allora Credito Commerciale, permise all’Ingegnere di realizzare il suo primo miliardo. Di prestito in prestito l’impero della famiglia è cresciuto a dismisura sino a comprendere il secondo gruppo assicurativo italiano (Fonsai, Fondiaria-Sai) portato sull’orlo del fallimento con oltre due miliardi di euro di perdite cumulate proprio per garantire lauti guadagni (prevalentemente offshore) proprio alla famigliola. Insieme a Zunino, Statuto, Coppola, Ricucci e altri protagonisti minori hanno costituito a tutti gli effetti il club degli immobiliaristi «tossici»: spericolati speculatori, maghi delle compravendite di aree dismesse con i soldi del sistema creditizio che all’inizio della crisi si è trovato con circa 20 miliardi di euro di potenziali insolvenze. Solo il gruppo Ligresti al momento dell’operazione di salvataggio aveva un’esposizione complessiva nei confronti del sistema creditizio per oltre 4 miliardi di euro dopo aver bruciato oltre tre miliardi di patrimonio netto di Fonsai tra il 2007 e il 2012. Una situazione simile a quella di Risanamento, la società di Luigi Zunino, sprofondata sotto oltre 4 miliardi di esposizione, mentre per Danilo Coppola, Giuseppe Statuto e Stefano Ricucci si tratta di circa un miliardo a testa. Una pioggia di miliardi (se si considerano anche personaggi come il finanziere franco-polacco Romain Zaleski) che invece di finire verso il sistema manifatturiero hanno alimentato le scalate bancarie (Antoveneta e Bnl in primis) contribuendo alla bolla immobiliare in larga parte virtuale, costruita sulla compravendita di aree dismesse per le quali, spesso, sarebbero indispensabili onerose bonifiche.
Il rappresentante simbolo del club degli immobiliaristi che hanno disegnato il boom e lo sboom edilizio milanese ha lasciato un’impronta rappresentata da numerose torri d’uffici (rimaste vuote o occupate da uffici delle pubbliche amministrazioni) e dai terreni agricoli, soprattutto del Parco Sud, sui quali si muovono gli interessi, diretti e indiretti, di Expo. È stato grazie al collettivo Macao che sono stati accesi i riflettori su una delle più significative incompiute che portano la firma di Ligresti, la Torre Galfa, nei pressi della Stazione Centrale. Alla famiglia dell’ingegnere di Paternò sono associati numerosi simboli della città di Milano. È stato don Salvatore a cercare di vendere la Torre Velasca prima del crollo del suo impero. Per l’ingegnere la Torre è sempre stata il fiore all’occhiello del suo patrimonio immobiliare, detenuto tramite FonSai. L’impresa però non è riuscita e il grattacielo «con le bretelle» con tutto il gruppo FonSai è passato all’Unipol. A raccontare la fine dell’impero immobiliare Ligresti, prima delle inchieste giudiziarie, sono stati i fallimenti dei grandi progetti. Fra i cantieri centrali destinati al maggior impatto sulla città oggi c’è Citylife: si è consumato un passaggio storico nel luglio di due anni fa quando Salvatore Ligresti, che molto aveva puntato su quell’impresa, gettò la spugna, vendendo a Generali. Chi ha acquistato gli appartamenti tra 8 e 12 mila euro al metro quadro, con l’impegno di una consegna nel 2015, dovrà vivere in cantiere sino al 2023 e con l’assistenza di Federconsumatori ha investito l’Authority per pratiche commerciali scorrette e ingannevoli.
L’altro progetto destinato a cambiare lo skyline cittadino è quello Porta Nuova-Garibaldi-Isola, e anche in questo caso Ligresti ha seguito il progetto fin dall’inizio. Fortemente voluto per ridisegnare il cuore di Milano, proprio nel momento in cui il progetto è decollato e i grattacieli come il Cesar Pelli hanno iniziato a salire Ligresti è uscito dalla compagine degli investitori: a fine 2011 ha venduto le sue quote a Hines.
Sono numerose le operazioni immobiliari che hanno contribuito a drenare risorse dalla compagnia assicurativa FonSai, alcune finite nel mirino della magistratura. Sotto la lente negli ultimi anni però sono finite numerose altre acquisizioni e operazioni immobiliari: ad esempio quelle relative ai terreni limitrofi all’area dove si terrà Expo 2015 (il progetto Fiera); agli immobili di via Lancetti a Milano acquistati dalla controllata Milano Assicurazioni; ai palazzi di via Fiorentini a Roma e via Confalonieri a Milano; al porto di Marina di Loano o all’Hotel Gilli.