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Anniversario di Matrimonio

by Rosario Gallardo | domenica 27 settembre 2015

Diciotto anni oggi festeggio: è il mio anniversario di matrimonio. Sono diciotto anni che sono sposata con la fede e tutto il resto, con la stessa persona, con due figli. E mi viene pure da festeggiare. Brioche siciliana con panna montata fresca a letto e figli che saltellano tutto in torno.

Il lettore si starà domandando come mai, invece di scrivere di sesso, io scrivo di matrimonio; come se non sapessi che il matrimonio è un’istituzione patriarcale e che è la tomba del sesso con i doveri, la monogamia eccetera. Sposarsi è una cosa da vecchi, da gregari, e di certo non ha nulla di porno, di rivoluzionario e bla bla bla. Ora, chi mi legge lo sa, scrivo di me, scrivo sempre del mondo così come lo vedo io perché diffido dei parametri assolutisti, quelli che dicono che hanno capito, per astratto, il mondo come va. Il mio libro di testo è tutto scritto sulla mia pelle ed è della mia pelle di cui posso parlare. Quindi non voglio dire che ciò che è la mia libertà sia anche la vostra, tanto meno permetto a nessuno di tracciare per me cosa debba essere la libertà. E’ già così arduo capire da me cosa cerco che ci mancherebbe pure perdersi inseguendo il delirio di onnipotenza di qualche educatore frustrato.
Dunque vi presento mio marito: lui è un maiale da trifola e, ovviamente, il suo tartufo sono io. Il suo punto di contatto con me è su vari piani: la fica e le idee. Il suo essere maiale lo rende il mio vero eroe. Da la sua vita, giorno per giorno, per me. Pende dalle mie labbra, tutte e quattro le mie labbra, e questo fa di me la regina del regno.
Ho molto rispetto di ciò in cui ho creduto da bambina e quindi mi piace vedere il mio maschio come un principe azzurro. Lui, col suo impetuoso cavallo turgido, è sempre pronto a portarmi giù dalla torre in cui finisco relegata di tanto in tanto.
Giorno per giorno mi ha sottratta e mi sottrae dal concepirmi come figlia, ovviamente a colpi di minchia sulla faccia. E questo fa di me una donna. E quando ho bisogno di un padre c’è lui ad accudirmi e un padre che mi onora come regina e quanto di meglio anche per una figlia.
Ho i piedi sporchi, lui me li lava. Mi sento depressa, lui monta il teepee dello sciamano e ci passiamo la nottata. Quello che fa lui per me è molto meglio dei servizi che potrei comprare in giro. Il nostro è un matrimonio di interesse. Mi interessa quello che mi da, quello che vuole da me, quello che sogniamo di fare assieme. Mi interessa la sua visone del mondo. Mi interessa la tutela che mi da sotto tutti i fronti. Gli orgasmi con lui sono sempre meglio. Non vi è masturbazione né altro individuo con il quale ottengo più godimento. E se sono nei periodi di chiusura lui non molla perché è un porco e gratta alla mia porta finché non apro. E poi gli sono grata per non aver mollato, per non avermi mandato a fare in culo. E siamo a diciotto anni. Ero una pischella quando tutto è iniziato e lui aveva tutti i capelli, me lo ricordo.
Lo so che siamo fuori moda, questo perché io so da me cosa voglio. E la mia libertà da così fastidio che me l’avete pure catalogata come patologia nevrotica: co-dipendenza.
Si, e vaffanculo. Noi siamo una famiglia; la voglia che ha la mia fica del suo cazzo fa di noi una famiglia, assicura ai miei figli una famiglia. Fa si che ci sia un dentro dove la mia vita è un po’ più mia proprio perché è al di fuori che lasciamo il resto. Perché nel delirio lui mi accompagna, mano nella mano viene con me.
Io devo dirgli tutto perché è la mia coscienza.
Io ho bisogno di compiacerlo sempre, perché poi mi infila tutta la sua mano dentro.
Sento che è mio dovere farlo sborrare almeno una volta al giorno, per tenermelo e tenermelo buono e non ci trovo nulla di male in questo, anzi, ve ne parlo perché sono certa che c’è della saggezza nel riuscire a formare un piccolo nucleo solido piuttosto che rimanere soli, sempre più consumatori alla mercé di partner che ti offrono solo promesse senza dita. Perché col delirio di onnipotenza assolutista dell’individualismo faccio fatica a sfondarmi il culo ed odio il preservativo. Alla fine mi serve l’altro, un altro di cui posso fidarmi così tanto, e mi piace che sia lui perché il mio romanticismo l’ha selezionato. E mi piace la fedeltà assoluta, come quella dei cani. E mi faccio anche vestire da lui. Lui sceglie cosa devo indossare e spesso me lo infila. Adoro essere la sua bambina. Lui è anche il mio papà. Mi piace la libertà sessuale che abbiamo nella coppia senza perdere la nostra morbosità! Anche questa, a descriverla, incontra una valanga di luoghi comuni persecutori. Perché è solo grazie alla sua protezione che io mi sento di espormi. Se non avessi lui, col cazzo che mostrerei la mia vagina a chicchessia. Lui è il mio protettore. Vedete come suona male. Suona male che lui mi protegga, incredibile! Come siete strani! Suona male che a noi, che abbiamo la bocca così piena, venga voglia di condividere tutta questa schiuma con chi ha tanta sete.
Perché è la sete che vi lega alla legge. La legge è quella cosa a cui appellarsi quando la vostra natura è diventata una patologia, un peccato, una deviazione. Io non riconosco autorità alla legge, io riconosco autorità al cazzo. E ne ho uno tutto mio. Lui è la mia autorità, la mia legge, mio padre, il mio dio e il mio schiavo. E’ con lui che discuto cosa è bene e cosa è male. E mi piace.