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Andrea Benedetti, eminenza grigia della techno romana

| venerdì 13 marzo 2015

a cura di Pablito el Drito

benedetti

Dj, produttore, e storico del movimento techno romano, Andrea Benedetti è uno dei personaggi che più ha plasmato la scena, ricostruendola anche in un libro, che a suo tempo ho divorato (“Mondo techno”, edito da Stampa Alternativa).
Partiamo da Roma, dalla tua storia personale. Come hai scoperto il tuo amore per questa cultura?

Il mio rapporto con la techno inizia nei negozi di dischi a Roma verso la metà degli anni ’80. Erano anni in cui non c’era alcuna informazione musicale scritta su una musica che non fosse rock o pop per cui se volevi sapere qualcosa su hip hop o electro, ad esempio, te lo dovevi cercare nei negozi. Quello che ora si chiama digging per me era informazione diretta. Io cercavo sempre musica che fosse allo stesso tempo con groove e sperimentale. Grazie a questo approccio, sono venuto in contatto con il primo mix della Metroplex, “No Ufo’s” di Model 500. Suonava diverso. Un mix fra electro ed EBM, ma con molto più groove. E sul retro c’era “Time, Space, Transmat” che aveva un’atmosfera mai sentita. Come se i Kraftwerk e John Foxx avessero deciso di chiudersi in studio per una jam. In quegli anni ero fissato con qualsiasi cosa suonasse elettronico, dalla new wave all’hip hop, dal funk all’electro e quel disco è stata la chiusura del cerchio e l’inizio di un nuovo percorso da seguire.

Il passo successivo, quello da ascoltatore a dj, come è avvenuto?

Quella del dj è stata una scelta quasi inconscia. Era il 1982 e con mia madre sono passato davanti ad un negozio di elettronica che vendeva anche dei mixer. Essendo appassionato di hi-fi, sapevo a cosa servivano ed ero affascinato dall’idea di mescolare fonti sonore diverse. L’ho tormentata fino a quando non me ne prese uno. Aveva due canali e un preascolto senza volume, ma per me era il massimo. Poi presi due giradischi con regolazione di velocità della Technics, ma non erano i 1200. Erano due Technics a cinghia di modelli diversi! Un incubo metterli a tempo. Ci mixavo di tutto, ma soprattutto 45 giri e qualche mix (così chiamavamo i 12″) che avevo iniziato a comprare. Stavo anche tutto il pomeriggio a cercare di mettere a tempo i dischi e capire come erano le scansioni ritmiche dei vari pezzi e relativi break. Una vera fissazione. Poi piano piano mi sono costruito la mia piccola collezione di dischi che è stato il passo successivo.

Ad un certo punto ti sei messo pure a produrli i vinili. Come ci sei arrivato?

Il passaggio alla produzione è stato naturale. Ho sempre pensato che era importante proporre un proprio suono, originale e ben realizzato tecnicamente. Verso la fine degli anni ’80 con Eugenio Vatta, un mio amico musicista che conoscevo dai tempi del liceo e con cui condividevo un grande amore per i Pink Floyd e la musica elettronica, pensammo di mettere in piedi uno studio di registrazione e lo aprimmo a cavallo fra il 1989 e il 1990. Tramite amici comuni venni in contatto con Lory D che già seguivo come dj per le sue proposte musicali assolutamente rivoluzionarie per quei tempi. Lui voleva fare un’etichetta e aveva bisogno di uno studio: da qui la collaborazione con lui per i primi dischi della Sound Never Seen usciti fra il 1990 ed il 1992. Per me fu un onore e una grande palestra per le mie future produzioni, che vennero dal 1993 grazie all’incontro con Marco Passarani con cui realizzai Finalfrontier, un centro di produzione e distribuzione musicale. Lui creò la su etichetta Nature ed io la Plasmek. Poi mettemmo in piedi anche altre etichette parallele come XForces con gli ADC, la SET con Lory, la Engine con i fratelli D’Arcangelo e la ACEW con Emilio Urbano per produrre amici e dj romani che ci piacevano. Su Nature e Plasmek abbiamo fatto uscire tantissimi artisti come I-F. Anthony Rother, Max Durante, Keith Tucker, RA-X, Mat 101, Dynamic Wave, MSB, Raiders of the Lost Arp, T.E.W., Amptek, J.S. Pool. Vendor Refill,Jolly Music, Ambit3, Dynarec, Dexter, Alan1, Roberto Auser, Snuff Crew, Adult e Phoenecia per un totale di circa cento uscite. Uno sforzo produttivo notevole che abbiamo supportato con l’importazione parallela di etichette straniere che distribuivamo per l’allora statico mercato italiano in termini di techno ed elettronica in generale. Volevamo dare un segnale di cambiamento e far capire che c’era altra musica oltre quella che veniva proposta dai classici distributori italiani al Nord ed al Sud. Non è stato facile, ma credo che siamo stati un esempio importante e significativo per l’Italia.

Assolutamente si! Dei dischi che hai prodotto quali sono quelli che ritieni siano stati più innovativi?

Sprawl ‎– Unknown Patterns Vol. 1
Analog Fingerprints ‎– Projector
Various ‎– The Dark Side Of The Sword 2
Raiders Of The Lost ARP – Tema5


Attualmente quali sono i tuoi progetti musicali?

Qualche anno fa è uscito un mio album su Solar One del mio amico The Exaltics, uno dei migliori produttori electro in attività, che raccoglieva le ultime mie produzioni. Poi ho fatto uscire altre tracce con MinimalRome in varie compilation. Per ora ho chiuso con la produzione discografica. Mi sto concentrando solo sul mettere i dischi che è una delle cose che più mi far stare bene.

In che direzione si sta muovendo la scena italiana?

La scena italiana è ormai simile a quella straniera. Tutto è globale. La comunicazione è istantanea e le influenze travalicano i confini geografici. La differenza c’è nell’organizzazione e nella burocrazia su cui abbiamo ancora da imparare molto.