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Amanda Todd, un seno e il mostro

| mercoledì 17 ottobre 2012

Il suicidio di Amanda Todd, diciassettenne, vittima di cyber bullismo, come viene definito dai giornali, è uno di quegli eventi su cui la nostra generazione trasparente non può che interrogarsi. Ferocemente. Amanda a 12 anni ha mostrato il seno a uno sconosciuto, che l’ha fotografata e messa in rete. A 17 anni, dopo un’altra improbabile storia con un uomo adulto, si è uccisa. I suoi coetanei, su Facebook e a scuola, la insultavano. Anche dopo la sua morte c’era chi parlava delle sue tette e la sfotteva. Ieri arriva la notizia che Anonymous ha messo in rete un video dove sono indicati nome e indirizzo del 32enne canadese che ha rovinato la vita ad Amanda, un fottuto pedofilo che i nuovi Robin Hood de noartri hanno dato in pasto alla vaga popolazione del web. Chissà se per lo meno lo prenderanno a bastonate, o che ne sarà della sua vita da spione e inquisitore. Questi, sommariamente spiegati, i fatti. Poi ci sono gli interrogativi, e quelle risposte non piacevoli che ci sembrano arrivare dalla tomba di Amanda e dalle facce ottuse dei suoi amici sui social network.

L’ipocrisia del pudore La cosa che più mi ha stupito di tutta la faccenda, sinceramente, è il fatto che la miccia scatenante sia una foto (che in rete ovviamente si trova ancora) di una ragazzina magra che alza la maglietta per mostrare un micro seno adolescente. Uno spettacolo che a me più imbarazza che altro, che mi mette più a disagio che non in circolazione ematica. Invece, a quanto pare, l’ipocrita America dei film porno girati live nelle feste di teenager, di Jersey Shore in prima serata, di un membro della camera che si fotografa il cazzo in tiro per inviarlo via twitter all’amante, in quella stessa America lì una ragazzina spaurita che mostra il seno a una webcam diventa motivo di scandalo. Me li immagino, quei ragazzi ottusi e quelle ragazze stronze, con i loro cappellini di lato e le borse griffate già alle medie, insultare Amanda solo perché è inciampata, quando a loro non è successo per un pelo. Me li immagino, mentre godono dell’impunità di Facebook, dell’oralità che diventa parola scritta, che uno lascia con leggerezza, senza pensarci troppo, mentre la invitano a bersi la candeggina e a uccidersi per non vivere nella vergogna. Me li immagino, nelle loro stanze piene di eroine esibizioniste e superman maschilisti, mentre danno sfogo a quel puritanesimo che li ha cresciuti mentre agiscono come dei maiali, in una schizofrenia che Amanda, a parte quella webcam, non è riuscita a sopportare. Quella era una foto che avrebbe dovuto sparire, e basta. Che avrebbe al massimo dovuto creare un po’ di disagio, darle la necessità di cambiare. A 12 anni uno non ci pensa, a chiudere i suoi profili social, a usare un nickname anziché il vero alias, a farsi i cazzi propri. Provo a capirla, Amanda, per cui nonostante quel mentecatto la tampinasse e insultasse su Facebook, l’idea di chiudere il suo profilo le sembrava impossibile. Perché sarebbe stato come non uscire più, non vivere più. E quando l’ha fatto forse era troppo tardi, il suo nome e cognome su tutte le foto taggate, oggi utilizzate per orrende pagine in memoria dove delle ragazzine bionde fanno pubblicità ai loro party.

Le responsabilità Il punto di tutta questa vicenda però forse è un altro. Il suicidio di Amanda Todd deve assumere un senso per tutti, altrimenti sarà solo un’altra vittima casuale di un fenomeno di cui tutti parlano (quello del cyber bullismo) ma di cui nessuno sembra poi curarsi nel quotidiano. Un mio professore la chiamava denegazione: quell’attitudine che abbiamo nel mondo virtuale a fregarcene dei rischi, pur sapendo benissimo che li stiamo correndo. Quanti di voi hanno condiviso con un amico o un’amica una foto per cui in confronto quella di Amanda è uno scherzo? Quanti di noi hanno commentato, parlato, scritto impropriamente in rete, pro o contro qualcun altro? Quanti di noi, semplicemente, hanno lasciato che sul proprio profilo gli amici proliferassero, le foto venissero taggate, i commenti esplodessero? Tutto questo resta. Una volta un ragazzo che conoscevo ha pubblicato un commento abbastanza pesante (maschilista, sessuomane, e tutte queste cose) sotto una foto in cui ero stata taggata. Neanche mia, ma caricata da un altro. Ho dovuto insistere, chiamandolo al telefono, ovviamente, perché lo cancellasse. Io non potevo farlo. Vi rendete conto? Io non potevo cancellare un messaggio che vivevo come un insulto e una minaccia, perché non era nella mia bacheca o chissà che cavolo. Alla fine l’ha tolto, dandomi della talebana e della rompicoglioni. Due complimenti, mi verrebbe da dire, se significano voler avere il controllo della propria sfera sociale.

Se un amico ci insulta, non gli parliamo per mesi. Se lo fa su facebook però, quelle sue parole odiose rimarranno lì per sempre, a guardarci come un fantasma del passato che diventa liquido nel presente che viviamo. Non so voi, ma a me questi fantasmi terrorizzano. Un’altro esempio: avevo caricato per sbaglio su foursquare una foto del profilo non osé, ma un po’ provocante. Ovviamente mi sono pentita dopo un mese, e l’ho cancellata, sostituendola con un’altra. Bene, è rimasta in rete. E ora cercandola la si trova ancora, ripresa tramite facerecognition da siti indiani che non saprei nemmeno nominare. Questi sono i meme, pillole impazzite che viaggiano in rete alla faccia nostra. Ho delle amiche che lavorano nel porno, e sono felici di condividere in rete le foto dei loro seni, delle loro fighe, delle loro ginocchia. Ma lo fanno consapevolmente. Si mettono lì, riflettono, sanno che fra 20 anni quelle immagini saranno ancora in giro, anche se loro nel frattempo si saranno magari convertite al cattolicesimo, ma scelgono lo stesso di condividerle, sicure che non vorranno rimpiangere il loro attuale presente. Amanda invece non ne sapeva un cazzo, non sapeva nemmeno lei cosa stava vivendo. Quante volte vi siete baciati o toccati con sconosciuti, a feste improbabili o notturne, in quell’adolescenza torbida che siamo costretti a vivere nelle nostre metropoli? Tante, sono sicura. Immaginate se fossero state pubblicate, derise, insultate, le immagini di quei baci dati per caso, di quei seni mostrati per curiosità, per sentirsi dire “sei bella” come quel porco diceva ad Amanda. Immaginatelo. E inorridite. Perché questa è l’acqua malsana in cui nuotano i dodicenni di oggi. E ringrazio Berners Lee se quando li avevo io quei dodici anni internet erano solo mail e pagine web con le emoticon che viaggiavano sopra le testate. Facebook è una piazza mostruosa. Non ho altre conclusioni edificanti da fare, non ho proposte positive da condividere. Bisogna sapere che è mostruosa, semplicemente. E che se avete figli, convinceteli a frequentare altri lidi, o amici in carne d’ossa che se mai si sa sempre dove andarli a trovare per dar loro una lezione, senza aspettare Anonymous o la rage di qualche represso della rete.