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Àmala come Lui Non L'Ama

| lunedì 20 dicembre 2010

by Rocco Herrera

Àmala. Che fosse pazza l’Inter, lo si sapeva già. Ma il tempo ha provato anche come ad amarla siano soltanto i suoi tifosi. Numerosi dipendenti, infatti, hanno difettato e continuano a difettare pure nella semplice arte del portare rispetto alla maglia. E se Ronaldo, il più forte giocatore degli anni Novanta, scappò nel buio di una notte e qualche anno dopo tornò a Milano per giocare con il nemico, anche l’altro super campione passato in neroblù, Ibrahimovic, fece lo stesso, aggiungendoci pure un plateale gesto fallico per evitare fraintendimenti. E se il grande Mou annunciò la propria dipartita il giorno stesso in cui i tifosi festeggiavano il tetto d’Europa dopo un’eternità, oggi pure il meno blasonato Benitez si permette di dare un aut aut alla società all’indomani della vittoria dell’Intercontinentale attesa da 45 anni, ponendo le basi per un suo repentino allontanamento. E trovando il modo di guastare, ancora una volta, la festa nerazzura. Àmala. Perché con tanti nemici – anche sul campo – vincere è ancora più difficile. Ma la vittoria arriva gloriosa, e con lei i giubili dei milanesi bauscia.

È il terzo trionfo su tre per l’Inter nel mondiale per club, il settimo su undici per la città di Milano da oggi sola al comando di questa speciale graduatoria. Certo, fino a una settimana fa Seongnam e Mazembe non le conosceva assolutamente nessuno (seppur si stia parlando dello sport più popolare del pianeta), ma la vittoria vale lo stesso. E vale soprattutto per chi, come capitan Zanetti, ben sapeva che forse sarebbe stata l’unica chance della carriera per completare il palmarès, arricchito d’un colpo (a 37 anni) di trofei fin lì inarrivabili. Un elogio a bandiere come lui è quindi d’obbligo. Perché in questi anni di via vai nerazzurro è stato lui l’unico vero volto dell’identità interista. L’unico fedele, l’unico sempre leale. Sono storie che il calcio talvolta regala, meglio se a uno come lui, sempre l’ultimo ad abbandonare la nave, sia che dovesse fare il mozzo sia nelle vesti di ammiraglio. Unica pecca quella fuga dal campo di San Siro durante una finale di Coppa Uefa, quando insieme a tutti i compagni (tranne uno), sparì negli spogliatoi senza assistere alla premiazione dei rivali dello Schalke 04. Il solo che rimase in campo, quel giorno, era un altro volto dell’«essere interisti»: l’indomito Paul Ince. Un omaggio va allora anche a lui, che dell’Inter visse i momenti più difficili, senza poter raccogliere alcuna meritata soddisfazione. Ma quel gesto di fair play, solo contro tutti, è uno di quelli che nobilita una carriera intera, perché a vincere con stile sono capaci quasi tutti, mentre perdere con dignità è cosa da pochi.

Per esempio Allegri nell’ultima di campionato: passa l’intera settimana ad avvertire i suoi sul rischio cali di concentrazione in vista delle vacanze di Natale e a fine partita li accusa proprio di avere la testa già alle feste. Complimenti. Così San Siro milanista vede la prima sconfitta interna della stagione dopo una partita davvero brutta avvolta dal gelo della capitale lombarda. Solo tre le azioni rossonere in 90 minuti, di cui due in fuorigioco (anche se uno solo fischiato), contro la Roma di «quel 70enne» di Ranieri, per dirla con l’onnipresente timoniere portoghese, che con la vittoria dell’Inter ad Abu Dhabi ha ottenuto anche lui la sua manita, seppur davanti al televisore. Allegri invece è ancora molto lontano dal primo trionfo e inoltre persevera diabolicamente nei propri errori, qui non (solo) tecnici ma soprattutto umani. Per la terza partita di campionato di fila, nonostante lo svantaggio maturato al minuto 68, insiste a scegliere i minuti conclusivi (l’87 sabato) per far entrare in campo Ronaldinho, continuando a comportarsi in maniera inqualificabile verso un campione assoluto, accantonato da un giorno all’altro senza una reale giustificazione, se non al giocatore, almeno agli spettatori paganti. Se il comandante è questo, perdere fa quindi meno male. Solo che le altre squadre rosicchiano punti e, con due vittorie dell’Inter nei recuperi, ci si potrebbe trovare con un torneo in bilico con ben sei squadre in sette punti. Potevano essere 10 sull’Inter, sei sulle seconde… bravo Allegri, bene così. Sempre senza Ronaldinho. Occhio Cassano, che qui rischi fredde, interminabili panchine.