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Generazione (A)

All’ultimo stadio

| giovedì 24 ottobre 2013

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Il 2 febbraio 2007, ovvero l’anno 0 del movimento ultras italiano: per la prima volta nella storia dei campionati da quando sono presenti le tifoserie organizzate, le forze dell’ordine vedono un caduto in servizio allo stadio; a Catania muore l’ispettore capo della polizia di stato Filippo Raciti, a un ultrà catanese minorenne all’epoca dei fatti vengono dati 8 anni di carcere per omicidio preterintenzionale, malgrado la dinamica dei fatti non sia mai stata soddisfacentemente ricostruita al processo.
La necessità di espellere i tifosi dagli stadi italiani per trasformare gli stessi in centri commerciali in un ultimo tentativo di rendere i disastrosi investimenti finanziari nel calcio profittevoli (prova ne sono i reiterati inviti delle autorità calcistiche italiche ai magnati stranieri ad investire da noi….), nel massimo momento di contrazione della frequenza degli stadi (figlia della pay tv), si è esplicitata nel tentativo di espropriare agli ultras proprio le curve, che sono diventate oggetto di azioni repressive sempre più pesanti, che a partire dall’ “anno 0” hanno potuto godere di ogni giustificazione.

Le tifoserie italiane si sono ritrovate ad affrontare negli ultimi anni, in vere e proprie battaglie campali in prossimità degli impianti, quella che unanimemente considerano la più violenta ed aggressiva delle loro rivali, le forze dell’ordine: le stesse, ovviamente possono godere della stessa impunità che a loro è garantita persino dalla giurisprudenza (da dopo il G8 di Genova, risulta conclamato che in italia le forze dell’ordine hanno licenza di uccidere e torturare, e ne sa qualcosa il tifoso bresciano Paolo Scaroni, aggredito da agenti in divisa alla stazione di Verona e che attende giustizia dopo 4 anni di indagini, 2 di processo e 64 giorni di coma da cui si è svegliato invalido al 100%). Senza contare gli innumerevoli divieti a cui sono stati soggetti i tifosi negli ultimi anni: negli stadi si proibiscono con motivazioni più o meno ridicole le aste delle bandiere, le cinture ai pantaloni, fumogeni con potenziali incendiari minimi, le sigarette e il possesso di moneta, ma si continua a giocare in impianti pensati e strutturati con logiche vetuste (gradinate di ferro poste in velodromi, tribune appoggiate 15 m.sotto il livello del terreno) spesso posti nel centro delle città, al cui interno ed in cui prossimità provano a iniziare la loro attività strutture commerciali e del terziario che dovrebbero richiamare utenza a cui dovrebbero lasciare il passo le tifoserie organizzate.

Le prime settimane del campionato 2013/2014 hanno riproposto con prepotenza questa tendenza della autorità ad agire comportamenti discriminatori ed espulsivi verso le curve ed i suoi tifosi: in linea con la tendenza inaugurata con l’introduzione della “flagranza differita” introdotta dalla legge 88 del 2003, a Milano si sono sperimentati nuovi dispositivi repressivi che sono arrivati a sanzionare gli “sfottò” tra gli opposti colori come episodi di razzismo e discriminazione che hanno cagionato la squalifica della curva degli ultras di Milan e Inter (ovviamente senza alcun tentativo di risarcimento degli abbonati da parte delle società…), e che si configurano come esperimenti di sospensione del diritto da applicare successivamente in altri contesti: nel paese della legge Reale e del decreto Pisanu lo stadio di San Siro è diventato la palestra dove esercitare interventi da fare nelle piazze; mentre la giustizia sportiva ed i tribunali amministrativi si prestano per elaborare distorsioni del sistema dei diritti da estendere a tutti i cittadini.

La reazione compatta degli ultras di Milan e Inter (e la solidarietà di quelli di Juventus e Napoli) a tali decisioni del giudice sportivo è la reazione di chi si prefigura l’inizio di un iter che potrebbe portare alla squalifica di piazze, di media indipendenti, di spazi sociali liberati autogestiti.

La lotta è appena cominciata.

(Andy Martesana)