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Leftism

Allegri & Bronzini: Sogno Europeo o Incubo?

| domenica 25 maggio 2014

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di Marco Bascetta

Quando nel 2009 entrò in vigore il trat­tato di Lisbona, che ren­deva ope­ra­tiva anche la Carta di Nizza messa a punto quasi dieci anni prima, il ciclo che aveva con­dotto all’approvazione dell’uno e dell’altra era giunto al suo esau­ri­mento. Il pro­cesso che tra azzardi e pru­denze, resi­stenze e con­ces­sioni, com­pren­deva comun­que nel suo oriz­zonte (e in diversi risul­tati con­se­guiti) la costru­zione di un’Europa sociale e di un diritto comu­ni­ta­rio che garan­tisse nel loro insieme i cit­ta­dini del vec­chio con­ti­nente vol­geva al ter­mine. Se era riu­scito, sia pur mal­con­cio, a soprav­vi­vere alla boc­cia­tura della Costi­tu­zione euro­pea, affon­data dall’esito dei refe­ren­dum in Fran­cia e Olanda nel 2005, non sarebbe soprav­vis­suto ai quat­tro fat­tori che negli ultimi anni hanno in larga misura ridi­se­gnato il campo europeo.

In primo luogo, ovvia­mente, la cata­stro­fica crisi eco­no­mica glo­bale che in Europa si è mani­fe­stata come crisi dei debiti sovrani. In secondo luogo, il defi­ni­tivo supe­ra­mento tede­sco dei costi e dei pro­blemi con­nessi alla riu­ni­fi­ca­zione, accom­pa­gnato da un incre­mento di com­pe­ti­ti­vità otte­nuto a spese dei diritti e dei salari. In terzo luogo, l’inasprirsi di quel sovra­ni­smo con­ser­va­tore bri­tan­nico che ha sem­pre messo un freno all’integrazione euro­pea e che ora aspi­re­rebbe per­fino a ridurre ulte­rior­mente le pre­ro­ga­tive comu­ni­ta­rie. Infine la scon­fitta, più o meno com­pleta, delle resi­stenze anti­li­be­ri­ste in gran parte dei paesi dell’Unione. Per vit­to­ria poli­tica della destra o per assi­mi­la­zione dei suoi prin­cipi fon­da­men­tali da parte delle sini­stre gover­na­tive o aspi­ranti tali.

Que­sti quat­tro ele­menti, nel con­te­sto della crisi e com­plice la spe­cu­la­zione finan­zia­ria, hanno gene­rato un «diritto euro­peo dell’emergenza» che si con­trap­pone, nel merito e nel metodo, al pro­cesso di inte­gra­zione, sacri­fi­can­done i prin­cipi soli­da­ri­stici e coo­pe­ra­tivi alla legge indi­scu­ti­bile della com­pe­ti­ti­vità e alla sta­bi­lità della ren­dita finan­zia­ria. Se fino a pochi anni fa, almeno in linea di prin­ci­pio, si poteva lamen­tare un defi­cit demo­cra­tico dell’Unione e mani­fe­stare la volontà di col­marlo, ora la musica è com­ple­ta­mente cam­biata. Nella gestione della crisi i cit­ta­dini non devono avere voce in capi­tolo, né come cit­ta­dini dello stato di appar­te­nenza (si ricordi la rinun­cia obbli­gata di Papan­dreu al refe­ren­dum sul dik­tat della Troika), né come cit­ta­dini comu­ni­tari (ini­biti nell’affermazione di diritti sociali e poli­tici comuni). È da que­sto sce­na­rio emer­gen­ziale, dall’arresto della costru­zione euro­pea come pro­getto demo­cra­tico e sociale, che prende le mosse l’analisi con­dotta da Giu­seppe Alle­gri e Giu­seppe Bron­zini in un agile ma esau­riente libro sulla crisi dell’Unione (Sogno euro­peo o incubo?, Fazi, pp.175, euro 10). Alla let­tera dei Trat­tati, alle rac­co­man­da­zioni e alle norme del diritto comu­ni­ta­rio – spie­gano gli autori – si è sosti­tuita una gestione inter­go­ver­na­tiva della crisi che non può che rispec­chiare il rap­porto di forze tra i diversi stati dell’Unione, resu­sci­tando un clima di riva­lità del quale si nutrono ampia­mente le forze nazio­na­li­ste e antieuropee.

I due trat­tati che rap­pre­sen­tano la spina dor­sale della «legi­sla­zione di emer­genza euro­pea» e cioè il Fiscal Com­pact e il Mec­ca­ni­smo euro­peo di sta­bi­lità (Mes) sono stati sot­to­scritti secondo le regole del diritto inter­na­zio­nale e sono dun­que del tutto al riparo dagli stru­menti e dagli scopi dichia­rati dell’architettura comu­ni­ta­ria, per non par­lare del con­trollo demo­cra­tico. Rispon­dono, insomma, a una ruvida logica geo­po­li­tica. Men­tre da una parte si vin­co­lano i diversi paesi a un dra­stico ridi­men­sio­na­mento dei wel­fare nazio­nali e a un rigido con­te­ni­mento della dina­mica sala­riale, dall’altro, rifiu­tando una sostan­ziale auto­no­mia di bilan­cio dell’Unione, le si impe­di­sce di eser­ci­tare una poli­tica sociale a soste­gno dei livelli di vita dei cit­ta­dini del vec­chio con­ti­nente. I poteri oli­gar­chici occu­pano, insomma, la tota­lità del campo.

Que­sta poli­tica si è dispie­gata nel segno di una ege­mo­nia della Ger­ma­nia la quale, gra­zie alla sot­to­mis­sione colo­niale dell’est e al con­trollo ricat­ta­to­rio delle pre­tese di red­dito dei suoi cit­ta­dini, si è garan­tita un buon mar­gine di mano­vra per il man­te­ni­mento della pace sociale. Ma que­sta con­di­zione pri­vi­le­giata non cor­ri­sponde per nulla a quella in cui ver­sano molti paesi dell’Unione, e in par­ti­co­lare quelli dell’area medi­ter­ra­nea, dove gli effetti della crisi minano seria­mente la tenuta della coe­sione sociale. In que­sti paesi le poli­ti­che di auste­rità hanno col­pito dura­mente i livelli di vita della popo­la­zione senza per que­sto pro­durre le con­di­zioni per una ripresa eco­no­mica, né per la ridu­zione del debito pub­blico. Il fal­li­mento com­pleto di que­ste poli­ti­che restrit­tive, dalla forte con­no­ta­zione ideo­lo­gica, è sotto gli occhi di tutti. E non sono più solo gli eco­no­mi­sti di scuola key­ne­siana a denun­ciarlo con chiarezza.

L’aggravarsi della situa­zione – sosten­gono Alle­gri e Bron­zini – fini­sce così col met­tere in crisi la stessa legi­sla­zione euro­pea di emer­genza, ripor­tando alla ribalta la que­stione dell’Europa sociale.L’impasse del modello emer­gen­ziale gover­nato da Mer­kel e Bar­roso pone tut­ta­via la poli­tica euro­pea di fronte a un bivio. Da una parte la ripresa di un pro­cesso di inte­gra­zione che con­fe­ri­sca all’Unione gli stru­menti per com­pen­sare gli squi­li­bri e garan­tire ai cit­ta­dini euro­pei diritti, libertà e risorse ade­guate, dall’altra un ritorno alla pre­va­lenza delle sovra­nità nazio­nali, nell’illusione che que­ste ultime sap­piano pro­teg­gere le pro­prie cit­ta­di­nanze dagli effetti più dolo­rosi della globalizzazione.

È quest’ultima la con­clu­sione, deci­sa­mente poco cre­di­bile, a cui giunge, per esem­pio, Wol­fgang Streek, sia pure a par­tire da una pre­cisa ana­lisi del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo. Con­clu­sione alla quale si oppon­gono sia Juer­gen Haber­mas, man­te­nen­dosi nel qua­dro della più clas­sica demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva, sia Etienne Bali­bar, che pro­pone un ripen­sa­mento gene­rale della demo­cra­zia, appro­fon­den­done e arti­co­lan­done le forme con la par­te­ci­pa­zione sem­pre più inci­siva dei movi­menti sociali. È entro quest’ultima pro­spet­tiva che si col­lo­cano gli autori del volume. Quella di una ulte­riore spinta sovran­zio­nale che si ali­menti di un rin­no­va­mento demo­cra­tico delle isti­tu­zioni euro­pee e di un ciclo di mobi­li­ta­zioni e azioni col­let­tive con­ti­nen­tali che ripor­tino la «que­stione sociale» al cen­tro della scena. I segnali non man­cano, ma dob­biamo rico­no­scere che le con­di­zioni sog­get­tive fati­cano a maturare.