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Alberto Dubito. È tempo di capire che non c’è tempo

paolo cerruto | martedì 18 luglio 2017

 

La prima volta che mi è capitato in mano il libro di Alberto Dubito avevo ventun anni. Esattamente l’età alla quale si è suicidato il suo autore. Leggerlo è stata l’esperienza più profonda, disturbante e vivifica della mia vita. Il suicidio di Alberto credo sia un invito a vivere la vita fino in fondo, senza sprecare tempo ed energie in ciò che silenziosamente, ogni giorno, ci uccide. Un invito a resistere.

In una sua canzone dice: “sai, devo scrivere il mio tempo, prima che sia lui a scrivere me”. Forse il gesto di Dubito non è che un tentativo di sfuggire all’omologazione calata dall’alto, all’illusione di completezza che questa società tecnicista abbina all’idea di carriera e realizzazione. Ho smesso di interrogarmi sul perché abbia voluto lasciare il mondo, è più importante soffermarsi su cosa ci abbia lasciato. Mi viene difficile analizzare e sezionare la sua opera così attuale e bruciante, uno squarcio aperto su quest’epoca; proverò quindi a riportare alcuni suoi versi a mio parere importanti a descrivere l’essenza profetica e poetica di Alberto Dubito.

La sua vastissima produzione, tre poesia e prosa, ha il pregio di riuscire a fotografare e rappresentare una generazione disorientata, cresciuta a cavallo tra due secoli, “abbiamo a imparato a contare e sbagliare in lire / abbiamo pagato in euro il primo pacchetto di sigarette / chi ha quindici anni adesso è cresciuto con la parola Crisi”. Una generazione orfana e abbandonata a se stessa, cresciuta nell’epoca del berlusconismo e del disinteresse politico verso la sua sorte.

La versificazione di Dubito è ritmata dalle sue influenze musicali; diversi suoi testi sono pensati per essere letti ad alta voce di modo da valorizzare il messaggio e l’incredibile padronanza di figure retoriche (figurine retoriche ce l’ho, ce l’ho / il cielo però mi manca); Dubito è un abilissimo sperimentatore nel campo della spoken word, genere che coniuga musica e parlato. Nel corso degli anni ha vinto parecchi poetry slam e pubblicato due dischi, con i Disturbati dalla CUiete.

L’immaginario della poetica di Dubito è ambientato nelle periferie arrugginite e nei non-luoghi partoriti dalla modernità; nei viali in cui si alternano tigli e lampioni, nelle città teatro orfane di un centro storico, di un’identità definita e riconoscibile. Il giovane poeta ha un rapporto conflittuale con la sua città, Treviso, roccaforte della Lega Nord e capitale di un nord est produttivo e arrivista. A Treviso dedica diversi scritti e canzoni, in cui essenzialmente le chiede di svegliarsi: “sono nato che tu eri troppo vecchia per capirci (…) Cara città questa è una serenata urlata / fino a sfrangiarmi le corde vocali / non sotto al balcone ma appoggiato al bancone”.

L’impegno politico di Alberto si traduce in pratiche effettive di conflitto e militanza. Insieme ai suoi compagni ha dato vita a occupazioni e spazi sociali; più di una volta si è spostato in Italia per manifestare, con un’attenzione fortemente critica alle forme e ai contenuti della lotta. Dopo la violenta manifestazione a Roma del 10 dicembre 2010, giorno nel quale governo Berlusconi ottenne una tutt’altro che scontata fiducia prima al Senato e poi alla Camera, scrisse “(…) ora ti parlo di quanto sia futile / e mi accorgo che è una guerra tra cani / ma già decisa, già vista e voluta. Siamo volubili / c’hanno fottuto come sempre (…)”.

Nella poesia riportata in fondo all’articolo Dubito si fa poeta civile, scagliandosi contro una società dormiente e un potere brutale e inquietante, rappresentato da spietate e disumane forze dell’ordine. Inoltre richiama alla necessarietà di una coscienza sociale per ogni poeta che voglia veramente definirsi tale: “ma prima di andare dammi un solo motivo per non dar fuoco a tutto questo / dammello e giuro che metterò via la benzina e tornerò un poeta da mezza lira / che parla del tempo e del poco parcheggio in centro.”

Quella di Dubito è una consapevolezza disarmante, che l’ha portato a non voler trattare o scendere a compromessi con un mondo ostile a chi ama la libertà e lotta per ottenerla. Probabilmente ora l’ha guadagnata, insieme alla sua poesia che continua a vivere in migliaia di passi e risvegliare le coscienze sopite di una generazione dispersa che in lui ritrova la luce intermittente di un faro, salvezza nel mare del male.

Quest’ultimo estratto proviene da “Storie abbandonate” dei Disturbati dalla CUiete:

“Consapevole che ai piani alti braccano l’algoritmo del sorriso / per fotocopiarci e noi ogni giorno vendiamo loro l’ombra / per un posto comodo tra gli ingranaggi / scrivo una tempesta affinché gli cada il cielo in testa / CHE GLI CADA IL CIELO IN TESTA / Cresciuti mentre l’impero del tutto si mostra in tutto il suo vuoto / che bastano due specchi per inscenare l’infinito.”

[Questo testo è stato pubblicato su Passione poesia – Letture di poesia contemporanea (1990-2015), a cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, CFR, Milano 2016]

Non sarà la gloria della noia di questa città

Non saranno i vostri fumogeni a farci vedere meno chiaro

Pesto i sampietrini cercando di fargli più male possibile,

difficile dire se tutto questo ha davvero il senso che volevamo dargli.

abbiamo fumato troppe sigarette insieme, e sulla lista delle

cose da fare potremmo adottare un tumore in comune o uno

di quegli scatoloni abbandonati di fianco ai cassonetti.

per poi trasferirci affanculo Via da qua e da questa città maledetta

da lei e traffico delle sei pi em.

via dalle vie umiliate e mal illuminate, Via dalla raccolta differenziata di sospiri e bestemmie della domenica mattina chenon vedo da mesi,  via da queste camionette blu angoscia e dai loro manganelli Lungo Via gramsci

Non saranno le vostre facce grigie a toglierci il sorriso

Ma questo gomitolo di Media&Merda,

questo va tutto bene e va pure sempre meglio Mixato al mio

rimanere sveglio

per Mille e una Notte ad accarezzare con lo Sguardo

i quartieri addormentarsi con gli occhi rossi e gonfi,

i vostri trionfi sanno di plastica bruciata e di tutto quello che ci raccontate per mandarci a letto sicuri che domani andrà ancora meglio di oggi anche se oggi al telegiornale ci avete detto che è andato tutto di merda

Non saranno le vostre perquisizioni a trovare quello che non troviamo nemmeno noi

Cani bastardi e bastonati, con la lingua lunga lungo tutta l’autostrada del sole,

con le ventiquattro ore sotto mano e ti chiamo ancora per chiederti

Come mi chiamo e per dirti che ventiquattro ore ancora non mi bastano

E non sono i vostri lacrimogeni a farci piangere

Ma questa continua voglia di niente, e di poeti di merda che scrivono d’amore e delle balene arenate mille miglia lontano da qua, e delle loro esperienze tanto sensibili che delle loro sillabe intense non mi rimane Mai un Cazzo

Che tanto Non saranno i vostri manganelli a romperci le ossa

Ma tutto il lavoro in nero non pagato, e i morti sul lavoro trasparente come

l’acqua al cloro che ci permettiamo.

presto Apriremo un’impresa per abbattere queste diecimila chiese e i vostri sportelli per i giovani sputtanati Per poi addormentarci abbracciati e strafatti sul sedile posteriore di una fiat idea parcheggiata in doppia fila sopra le nostre pianure paranoiche.

ma prima di andare dammi un solo motivo per non dar fuoco

a tutto questo,

dammelo e Giuro che metterò via la benzina e tornerò un poeta

da mezza lira

che parla del tempo e del poco parcheggio in centro

Non saranno i vostri colpi in aria a farci fuori,

sua eccellenza, I cadaveri non volano

Non saranno i vostri spari accidentali a farci fuori,

oh questore, Le pistole non respirano

Non sarà la vostra illegittima difesa a farci fuori,

signor dottore, un diciottenne. coi testicoli spappolati. a manganellate.

neanche si muove

Non sarà la noia della gloria di questa italia a farci fuori,

perché fuori noi ci siamo Già

(e quello che vi fotte è che io sono più sincero,

o almeno lo ero)

da Erravamo giovani stranieri, Agenzia X, Milano, 2012