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Leftism

Ada Colau, l’Indignata AntiSfratti è Sindaco di Barcellona

| lunedì 25 maggio 2015

adacolau

La lista Barcelona en comú prima alle municipali della capitale catalana con il 27% dei seggi

di Luca Tancredi Barone, dal manifesto

Una okupa al potere. Se voles­simo tro­vare un titolo a effetto per le ele­zioni ammi­ni­stra­tive in Spa­gna del 24 mag­gio su cui si gioca il futuro poli­tico del paese, baste­rebbe con­cen­trarsi sul fatto che Ada Colau sarà sin­daco della seconda città spa­gnola, Bar­cel­lona. Colau è diven­tata famosa dopo essere apparsa in Par­la­mento due anni fa a difen­dere la legge di ini­zia­tiva popo­lare, poi affos­sata dal Pp, che chie­deva una cosa sem­plice: che alle ban­che bastasse ritor­nare in pos­sesso della casa per estin­guere il debito dei morosi.

Nel paese della più grande bolla spe­cu­la­tiva immo­bi­liare euro­pea, dove, per dire, nel 2005 si costrui­vano più case che Ger­ma­nia, Fran­cia e Ita­lia assieme e si sti­mano più di 5 milioni di case vuote, mezzo milione di per­sone sono state but­tate fuori di casa ma man­ten­gono il loro debito con le banche.

E, nel più asso­luto disin­te­resse delle isti­tu­zioni, sono state aiu­tate dalla «Piat­ta­forma vit­time del mutuo» (Pah, dalla sigla in spa­gnolo), nata dalle ceneri del 15M a Bar­cel­lona e dif­fusa in tutto il paese. Che li ha aiu­tati a affron­tare le ban­che e soprat­tutto ha dato un tetto, occu­pando le case vuote delle ban­che, a migliaia di per­sone. Colau ne è stata la por­ta­voce e oggi, secondo alcuni son­daggi, la sua Bar­ce­lona en comú (Bar­cel­lona in comune) sarebbe il par­tito più votato (con circa il 26% dei voti, con­tro i 19% dell’attuale sin­daco, della demo­cri­stiana Con­ver­gèn­cia i Unió e con un con­si­glio comu­nale fram­men­ta­tis­simo). L’abbiamo incon­trata all’una di notte, instan­ca­bile, in chiu­sura di un comi­zio alla Barceloneta.

La sua can­di­da­tura ha messo insieme vari fram­menti della sini­stra: da Pode­mos, ai rosso-verdi cata­lani di ICV, a Izquierda Unida, oltre a vari movi­menti cit­ta­dini. Un’impresa unica. Come ha fatto?

Viviamo un momento di ecce­zio­na­lità, e cose impos­si­bili fino a poco tempo fa stanno diven­tando pos­si­bili. Da un lato c’è una truffa chia­mata crisi che sta intac­cando i diritti fon­da­men­tali, un’assenza di demo­cra­zia, una cor­ru­zione gene­ra­liz­zata, una crisi eco­no­mica e una crisi poli­tica del paese. Dall’altro, c’è un’eccezionalità in senso posi­tivo: sono già anni che il paese si sta mobi­liz­zando: il 15M, le maree per la sanità e l’educazione, la Pah. Il pro­cesso elet­to­rale nasce in que­sto con­te­sto di «rivo­lu­zione demo­cra­tica». Dob­biamo esserne orgo­gliosi: in altri paesi la rispo­sta è stata di tutt’altro segno. Il muni­ci­pa­li­smo poi è sto­ri­ca­mente un luogo di rot­tura dal basso, dove la poli­tica è più vicina alle persone.

C’entra la città di Bar­cel­lona in que­sto successo?

Bar­cel­lona non è una città come le altre. Ma qui c’è una mag­gio­ranza sociale pro­gres­si­sta, la città è stata pio­niera di pro­cessi di rot­tura (si rife­ri­sce al periodo repub­bli­cano, ndr) ed è una città dove più che in altri posti si può vin­cere; di posi­zioni testi­mo­niali ne esi­stono già abba­stanza. Il primo obiet­tivo era di mobi­liz­zare quel 50% di asten­sio­ni­sti che non ave­vano mai par­te­ci­pato. Aggiun­gendo sia chi stava facendo poli­tica da tempo, come Icv o Iu, sia i più nuovi, come Pode­mos. A tutti abbiamo detto la stessa cosa: i cit­ta­dini ci chie­dono gene­ro­sità e ampiezza di vedute per dare prio­rità agli obiettivi.

E il fatto che sia lei a gui­dare la can­di­da­tura ha aiu­tato più che in altri casi?

Ogni città è una realtà diversa. Qui esi­ste un tes­suto sociale più orga­niz­zato che in altre città. La mia figura visi­bile e di con­senso aiuta alla tra­sver­sa­lità e a unire per­sone diverse. Ma ce ne sono altre meno visi­bili dei movi­menti per la casa, per la povertà ener­ge­tica, del mondo acca­de­mico. Non è un caso che il nostro lavoro abbia ispi­rato più di 40 altre can­di­da­ture in altre città di tutta la Spagna.

Mi rac­conti come avete costruito pro­grammi e liste.

Ci siamo detti che se face­vamo que­sto pro­cesso non era solo per met­tere altre per­sone al posto di quelle che ci sono, ma per cam­biare il modo di fare poli­tica. E non pote­vamo aspet­tare il giorno dopo le ele­zioni per farlo. Abbiamo pun­tato sul pro­ta­go­ni­smo dei cit­ta­dini, sulla tra­spa­renza, e sull’indipendenza finan­zia­ria (con una cam­pa­gna di cro­w­d­fun­ding, ndr).

Tutti quelli che hanno voluto par­te­ci­pare al pro­cesso deci­sio­nale sui grandi temi l’hanno potuto fare, senza nes­suna «tes­sera» di Bar­ce­lona en comú — che peral­tro non esi­ste. Il primo passo è stato quello di farci «vali­dare» dai cit­ta­dini. In piena estate e in poche set­ti­mane, abbiamo rac­colto 30mila firme per assi­cu­rarci di non essere un gruppo di fuori di testa senza nes­suno die­tro. Poi, in un momento di discre­dito della poli­tica, abbiamo appro­vato un codice etico. Da qui è sorta la limi­ta­zione del sala­rio, del numero dei man­dati, la resa dei conti, la pub­bli­ca­zione dell’agenda e una serie di cose per eli­mi­nare pri­vi­legi e cat­tive pratiche.

A volte per­sino un po’ dema­go­gi­che. Un sala­rio di 2200 euro netti per un sin­daco (con­tro i 12mila dell’attuale) forse è fin troppo basso…

Guardi, oggi come oggi più della metà delle per­sone a Bar­cel­lona ne gua­da­gna meno di mille. E noi stiamo esi­gendo esem­pla­rità da chi occupa cari­che pub­bli­che.
Anche se evi­den­te­mente come can­di­data alla carica io non ho par­te­ci­pato a que­sto dibat­tito, ne accetto le con­clu­sioni. In gene­rale credo che se par­te­ci­pano molte per­sone in una discus­sione, si impone l’intelligenza col­let­tiva e il senso comune. Se no, non par­te­ci­pe­reb­bero in tanti e non si sareb­bero unite tante nuove per­sone al pro­getto. Io stessa, come molti altri, se ci fos­sero state pro­po­ste senza senso o dema­go­gi­che non mi sarei prestata.

Con­ti­nuiamo con il pro­cesso di for­ma­zione del programma.

Dopo que­sti passi, abbiamo fatto le pri­ma­rie e poi il pro­gramma, a par­tire dai gruppi di quar­tiere dove sono state rac­colte più di 2000 pro­po­ste che abbiamo diviso per assi pro­gram­ma­tici. Un’esperienza incre­di­bile. Cen­ti­naia di per­sone super esperte di mobi­lità, urba­ni­stica, eco­lo­gia, eco­no­mia. Un livello incre­di­bile di com­pe­tenza. Più di 5000 per­sone hanno par­te­ci­pato alla reda­zione del programma!

E poi il nostro pro­gramma è aperto: la nostra idea è che il pro­gramma non si chiuda mai. Dovrà con­ti­nuare a essere inte­grato. Quando comin­ce­remo ad appli­care le misure, le dovremo valu­tare e se non fun­zio­nano cam­biarle. Tutto que­sto pro­cesso deve con­ti­nuare dopo il 25 maggio.

Che cosa le ha inse­gnato la Pah?

È l’esperienza da cui ho impa­rato più di tutte, senza con­tare la mater­nità. E sono loro infi­ni­ta­mente grata. La Pah mi ha dimo­strato che l’impossibile è pos­si­bile. Che la sto­ria di David con­tro Golia non è mito­lo­gia. Che la gente con meno potere e appa­ren­te­mente più mar­gi­na­liz­zata della società, cri­mi­na­liz­zata per i suoi debiti, ridi­co­liz­zata, se non si arrende e si uni­sce può muo­vere le montagne.

Quelli che hanno perso tutto, che si sono uniti, senza ras­se­gnarsi, con enormi sforzi (per­ché i primi anni sono stati duris­simi), men­tre tutti ci dice­vano che era impos­si­bile affron­tare le ban­che, ce l’hanno fatta. Per me è stata una lezione di vita: l’unica cosa che non otter­remo è quella per cui non lot­tiamo. Magari ci vorrà più o meno tempo, ma qual­cosa otter­remo. E poi mi ha inse­gnato l’importanza delle pic­cole vit­to­rie. Dell’importanza di avere obiet­tivi ambi­ziosi, che magari non dipen­dono solo da noi, ma senza essere mas­si­ma­li­sti. Come nel caso di quelli che abbiamo ora: demo­cra­zia reale, finirla con la cor­ru­zione, ricon­qui­stare i diritti sociali, instau­rare un’economia giu­sta. Sapendo qual è la dire­zione, biso­gna met­tere obiet­tivi a corto, medio e lungo ter­mine e accu­mu­lare pic­cole vit­to­rie che dimo­strano che una vit­to­ria grande è pos­si­bile. È così che si otten­gono cose che sem­bra­vano impossibili.

Lei ha un figlio di 4 anni. Come vive la con­ci­lia­zione fami­liare, e come pensa di poterla miglio­rare in una città come Barcellona?

Non è facile, la società attuale non è fatta per con­ci­liare, si imma­gini i periodi elet­to­rali. Per­so­nal­mente, cerco di tro­vare il tempo sotto le pie­tre e ho la for­tuna di avere un com­pa­gno che mi aiuta. Come città, una cosa molto con­creta si può fare dal primo giorno: creare un sigillo di qua­lità con­trat­tuale che si appli­chi prima ai 12mila dipen­denti del comune e poi a tutte le imprese con cui lavora. Come con­di­zione per lavo­rare con il comune, ci devono essere salari degni con orari che per­met­tano la con­ci­lia­zione. Il comune deve essere esem­plare e que­sto cam­bie­rebbe molte dina­mi­che nella città. Oltre al tema degli orari, c’è anche quello dell’incorporazione dei bam­bini nella vita pub­blica, dove dovreb­bero avere più pro­ta­go­ni­smo e più voce.

Dovrete scen­dere a patti. Con chi lo farete?

Scar­tiamo quindi il PP e CiU, che incar­nano un modello con­tro cui abbiamo com­bat­tuto. In ogni caso, io non posso deci­dere da sola la poli­tica dei patti. Una volta visti i risul­tati, deci­de­remo in modo demo­cra­tico. Di certo, non scen­de­remo a patti sulle pri­va­tiz­za­zioni per­ché sono con­tra­rie al bene comune e al nostro modo di essere. Sono otti­mi­sta, tro­ve­remo il modo, anche se doves­simo inclu­dere più di un partito.

Il punto è che stiamo facendo bene il pro­cesso e dal 25 mag­gio spe­riamo si aggiunga ancora più gente e lo fac­cia suo. Abbiamo mobi­li­tato mol­tis­sima gente per fis­sare le prio­rità della poli­tica pub­blica, anche gli altri par­titi si vedranno obbli­gati ad ascol­tare la voce dei cittadini.

vedi anche: http://www.theguardian.com/world/2015/may/25/spains-indignados-ada-colau-elections-mayor-barcelona