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Generazione (A)

Abbiate Paura di Avere Paura della Cosa Sbagliata

by Marta A. | venerdì 4 dicembre 2015

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Parigi è una città che ho nel cuore nel modo più banalmente romantico da sempre. Mi fa venire in mente l’amore, la poesia, l’arte, il Moulin Rouge – e Moulin Rouge, il film. L’associo inoltre a persone per me fondamentali: il mio uomo, che quando ho conosciuto viveva lì; il mio insegnante di yoga francese, che oltre a formare insegnanti in Italia ha il suo centro lì; mia sorella, che sta con un parigino, e in uno dei suoi avanti/indietro Milano/Parigi partiva da lì per tornare qui, tanto per dirne una, il 12 novembre.

A Parigi, per un motivo o per l’altro, non ci sono mai stata. Eppure è proprio vero che è vicina, anche per me.

Il 14 novembre, quando ho acceso la radio e ho sentito quello che era successo mi è suonato come se fosse accaduto a Milano. Quando ho sentito mia sorella, mi ha detto che aveva saputo la notizia la sera prima e il suo fidanzato era a un concerto e lei non sapeva quale: ha passato dei brutti momenti mentre aspettava di sentirlo, perché il suo cellulare non prendeva nel locale dov’era, che – infine si è saputo – non era il Bataclan. È stata anzi lei, da Milano, a dire a lui cos’era successo ed è curioso perché la stessa cosa mi è stata raccontata anche da altre persone: persone che conosco a Milano e hanno amici a Parigi che quella sera si stavano facendo tranquillamente i fatti loro senza accedere a notizie di nessun tipo e sono stati avvertiti proprio da Milano di quello che gli stava succedendo a due passi. Magia dei mezzi di comunicazione, che a dire il vero mi mette un po’ d’ansia.

Il mio insegnante di yoga teneva un seminario qua a Milano pochi giorni dopo. Purtroppo non ci sono andata, ma quelli che l’hanno visto hanno riportato che con il suo tipico applombe ha detto che tutti quelli che conosceva stavano bene. Ha raccontato poi di come la tensione era nell’aria, i giorni subito dopo, e di una grande manifestazione che ha visto, dove il rumore dello scoppio di qualcosa (una macchina del caffè in un bar? o qualcosa di simile, comunque) ha fatto partire un’onda di persone spaventate che si è propagata dal punto dello scoppio molto più in là. “Impressionante”. E tante opinioni interventiste, a Parigi, a quanto pare, anche da chi non te lo aspetteresti.

A mia nonna, che vive praticamente incollata alla tv, il 13 novembre quasi veniva un colpo, e il 14 al telefono era triste come solo lei sa essere: con il faccino serio, le lacrime lì lì per scendere, la voce flebile, che esce a fatica, nessun pensiero vagamente positivo in testa – mi farebbe tenerezza se non trovassi ipocrita il suo sentirsi così solo per notizie accuratamente selezionate. Sapete il solito discorso morti di categoria A e di categoria B, ecco lei è il caso eclatante di chi fa questa distinzione, tipicamente guidata nella selezione dai mass media.
Ok, un po’ di tenerezza me la fa comunque.

In questo contesto, nei giorni successivi al 13 novembre, ho ascoltato molto la radio. Ascolto sempre Radiopopolare e la verità è che la maggior parte dei programmi li trovo molto interessanti.
Dopo alcune mattine in cui mi svegliavo e la notizia era sempre Parigi, o Bruxelles, o l’Isis, o un blitz, o l’arresto di un potenziale terrorista, mi è capitato, per la prima volta nella vita, di pensare a come si deve stare quando si è in guerra e ogni giorno devi prendere un respiro prima di accendere la radio, la tv, o di guardare il giornale, perché di sicuro è successo qualcos’altro di orribile. L’idea del male che genera male, della violenza che genera violenza, dell’impotenza di chi non ha scelto dove nascere e si ritrova in una guerra che non è colpa sua, si è impossessata di me per alcuni minuti.

La paura: in realtà è questo l’argomento principe, e non è che ci voleva un genio a capirlo, capeggia in tutti i titoli, serpeggia nei discorsi di chiunque, e anche a Radiopopolare la fa da padrone in tutti i microfoni aperti. “Milano ha paura?”, “Parigi ha paura?”, “Di cosa abbiamo paura?” “Dell’Isis, del potere, dei soldi, o dell’Islam, degli islamici, della religione, di un burka, di un velo che copre i capelli?” A furia di chiedercelo, ce lo mettono in testa. Anche a a furia di dire “Che schifo la gente che ha paura degli islamici solo perché sono islamici” prima o poi anche chi non ha mai guardato con occhio diverso una donna con un velo in testa e una senza, si fa condizionare e si fa prendere da leggera inquietudine davanti a uno che sembra mussulmano.
Ve lo voglio dire, è successo a me. Era dall’altra parte della strada, era una donna con la testa coperta, camminava a fatica con l’aiuto di una stampella, aveva la faccia affaticata e incazzosa. Mi sono fermata a guardarla un momento, non ho avuto nessun pensiero sensato e razionale, ma mi sono sentita inquieta. Ve lo voglio dire perché voglio riflettere su questo. La paura esiste e può essere paura della violenza, dell’impotenza, dell’ingiustizia, della perdita, della morte. Può essere anche quella di una persona, se quella persona è pericolosa e attenta alla nostra incolumità o alla nostra vita. Può – e deve – essere anche quella di noi stessi, quando riconosciamo di non essere sempre buoni e che sappiamo ferire, sbagliare, o non sappiamo vivere. La paura ci serve, a saperla usare: a scappare, a difenderci, ad agire per il meglio. Ma non può, non deve – e non deve neanche essere suggerito che possa – essere paura di una categoria di persone. I mass media, le notizie, internet, tutto questo bombardamento di opinioni e di allarmismo, ascoltateli con distacco e con coscienza, perché la paura ci rende confusi e malleabili. Abbiate costantemente paura di avere paura della cosa sbagliata.