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Abba Cup: una storia di antirazzismo metropolitano

| giovedì 25 giugno 2015

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Di C.S. Cantiere e Comitato per non dimenticare Abba

La notte tra il 13 e il 14 settembre 2008, “Abba” Abdoul Guibre, ragazzo italiano originario del Burkina Faso, venne ammazzato a sprangate per il colore della pelle. Accusato del furto di un pacchetto di biscotti, venne inseguito dai due baristi al grido “sporco negro ti ammazziamo”. Abba é stato ucciso da un’ignoranza che valuta la vita di un ragazzo meno di un biscotto, dalla guerra tra poveri e dalla xenofobia che seminano paura ovunque. Le campagne di odio dei governi della fortezza europa vogliono farci vedere in ogni arabo un terrorista, in ogni africano un malato d’ebola, in ogni diverso un potenziale nemico. I partiti neonazisti di mezza Europa (con la Lega e il Front National in testa) continuano a fomentare un razzismo che uccide ogni giorno: nel III millennio morire per questo è ancora di una normalità disarmante. Migliaia di persone affogano nel Mediterraneo o cercando di scavalcare il muro tra Ceuta o Melilla e il Marocco, centinaia e centinaia finiscono mitragliati dalla guardia costiera libica o colpiti da uno dei nuovi droni finanziati dalla nuova operazione firmati E.U., altre decine e decine vengono colpiti da un proiettile sparato magari alle spalle da un poliziotto come a Ferguson o da più proiettili sparati da un neofiscista legato a casapound nel mercato comunale come a Firenze, qualcuno termina la sua vita sotto i colpi di spranga vicino alla Stazione Centrale di Milano.

Ricordare Abba non è e non può essere un semplice esercizio di memoria: diventa oggi una questione di resistenza quotidiana, un’affermazione di pratiche di solidarietà, di condivisione, di riconoscimento ed affermazione di quel meticciato che compone sempre di più i territori nell’era della globalizzazione. 

Che sia con lo sport o con le proiezioni di film, con i concerti o i murales, ricordare Abba significa respingere la paura, costruire spazi di scambio costante di saperi e di storie, riconquistare fisicamente spazi nella città, sottraendoli al razzismo becero della Lega o a quello pietista delle lacrime di coccodrillo del PD. 

I film premiati dal “Premio Abba” negli ultimi anni, come “Io sto con la Sposa” (l’ultimo premiato in ordine cronologico) raccontano infatti storie di resistenza alla Fortezza Europa, a quell’Europa che costruisce muri e esternalizza i propri confini, che militarizza le frontiere, che diffonde clandestinità e cancella diritti per poter continuare a speculare e fare profitti sulle spalle di quelle stesse persone di cui cancella la dignità. 

I concerti, i murales, le iniziative, aprono squarci in una città che chi governa vorrebbe anestetizzata o meglio impaurita, intollerante a ogni forma di diversità e che invece si sveglia e riconosce meticcia, costruita sull’incontro e sullo scambio di culture e lingue diverse che diventano però patrimonio collettivo. Le rime dei contest hiphop organizzati dal NoMama Project con cui ragazze e ragazzi, spesso giovanissim*, si confrontano sul palco del Cantiere o sulle gradinate dell’Arco della Pace durante il Concertone antirazzista, i testi e le musiche degli artisti che sempre su quei palchi si esibiscono, le parole scritte sui muri, diventano così laboratori dove comprendere che l’antirazzismo è una pratica quotidiana, e che la paura e l’ignoranza si combattano anche con una rima ben piazzata, che non alimenti il sessismo o la xenofobia, ma che sappia invece parlare all’altr@. 

E infine lo sport, che ci permette di sovvertire il modello dominante di un’industria sportiva che promuove la competitività fine a se stessa, quella in cui “non ci sono italiani neri” o dove a nessuno frega di “quattro lesbiche” (termine usato da Belloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, riferendosi al calcio femminile), promuovendo invece la costruzione di spazi e tempi dove il giocare insieme, il confronto nella squadra o con altre squadre, permettano di costruire e sperimentare la solidarietà e il rispetto a prescindere dalle differenze, come avverrà sabato 27 giugno in Montagnetta, per i preliminari dell’Abba Cup.

Chi scappa dalle guerre che le “democrazie occidentali”seminano nel mondo viene fermato e arrestato, le bombe e le armi trovano sempre passaporto: Stop War Not People, é oggi l’imperativo da affermare. Davanti alla chiusura delle frontiere, agli eserciti schierati, davanti alla repressione di uomini, donne, bambini, colpevoli solo di reclamare diritti e una vita e un futuro più degni, davanti ai migranti lasciati sugli scogli davanti a Ventimiglia, noi  scegliamo di praticare solidarietà quotidiana, di attivare mutuo soccorso, di giocare insieme, di rappare insieme. Davanti alle retoriche del “aiutiamoli a casa loro”, di un sistema che prima devasta territori in mezzo mondo tra guerre e speculazioni e poi respinge indietro chi da quegli stessi territori scappa, ribadiamo che i territori sono di chi li vive, qui come sull’altra sponda del Mediterraneo, e che nonostante i loro tentativi di sottrarceli noi continueremo a riprenderci quegli spazi che ci spettano e che sono e continueranno ad essere meticci e solidali. 

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