MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Cultur(A)

#9 – Fargo

L. | venerdì 10 novembre 2017

Ideata da Noah Hawley per la FX e andata in onda dal 2014 per tre stagioni, Fargo è sicuramente uno dei prodotti più interessanti degli ultimi anni. Pur senza i grandi clamori che spesso seguono una serie di successo, Fargo si è ritagliato un posto di tutto rispetto tra le serie televisive che valgono la pena di essere viste.

Partiamo subito dicendo che è una serie antologica, ovvero in ogni stagione cambiano storie e personaggi, pur mantenendo intatto spirito, luoghi e tematiche di fondo. Elementi che la serie prende dall’omonimo film dei fratelli Cohen del 1996, a cui è ispirata. Da lì è presa l’ambientazione (il freddissimo e innevato Minnesota), da lì la tipologia della trama: uomini inetti e mezzi falliti vengono catapultati in una realtà più grande di loro, una realtà-valanga dove, non appena cercano di uscire dai binari della loro mediocrità, causano una catena di morti e di incredibili capovolgimenti che mettono in pericolo le loro vite. Una realtà che li fa affondare in un pantano da cui dovranno risollevarsi mettendo da parte la loro indolenza e tirando fuori gli artigli.

In altre parole, la vita è una giungla e se non sai difenderti da solo vieni divorato. Ma allora vince il più forte? Il più scaltro? Il più spietato? Non proprio, perché la serie mostra anche personaggi con una solida morale di fondo, piccoli poliziotti di provincia che nella loro ingenua fiducia nei valori alla fine la spuntano. Non stupisce che il tutto avvenga in un paese che i furbissimi americani considerano una terra di tontoloni, dove vige lo stereotipo del Minnesota nice. Il paese dei pirla, per intenderci.

Forse la grandezza di Fargo sta in questa riflessione che ci spinge a fare. Chi di noi non si è sentito frustrato di fronte al volpone che salta il traffico sfrecciando sulla preferenziale? Chi di noi non prova rabbia quando vede un gradasso saltare la fila e passarla liscia? Quante volte abbiamo pensato «adesso la faccio sporca anch’io» e poi siamo rimasti prigionieri di quel senso di colpa che ci impedisce di violare le regole? O magari l’abbiamo fatta sporca, e ci è andata anche bene. Fargo ci mostra come il mondo sia pieno di squali e di come sia facile vacillare dentro di sé per mandare all’aria i pochi princìpi interiori rimasti ed essere squali a nostra volta. Una cosa è certa, e questo vale per sia per i buoni che per i cattivi, e cioè che non ci si può fidare di nessuno: né del marito, né del fratello, né della brava casalinga che non fa mai domande. Non ci si può fidare nemmeno del regista, quando ti scrive che quello a cui stai assistendo è tratto da una storia vera.

Fargo prende spunto dal film che consacrò i Cohen al grande pubblico, e a quello deve una regia ispirata, nitida, fluida e avvolgente. Una scrittura solida che spazia dall’humor nero alle divagazioni filosofiche. Una colonna sonora eclettica e una storia ben congegnata in quanto Fargo è, come dice Hawley stesso, «non una serie, ma un film di dieci ore». Dal cinema nasce questa nuovo modo di fare televisione, e allora sorge la domanda: non è che la televisione, con storie sempre più articolate, dialoghi brillanti e colpi di scena mozzafiato, sta soppiantando il cinema, così concentrato com’è sull’immagine fine a se stessa da orgasmo oculistico? Così si giustifica il centotredicesimo film sugli Avengers, il quarantaduesimo Star Wars, l’ennesimo reboot. Vendi il marchio, non la storia. E così i cinema si svuotano, e Netflix macina grano perché, alla fine, la gente segue sempre le storie.

In Fargo vediamo un mondo in cui chi non segue le regole è inesorabilmente il vincitore, e lo sconfitto mastica amaro chiedendosi: a che pro comportarmi bene? E allora forse lì sta la vera grandezza, nel rimanere piccoli e forti delle proprie convinzioni, nel guardare al proprio orto con la consapevolezza che il più ricco è colui che si accontenta. Perché Fargo ci insegna anche questo e cioè che, alla fine, è sempre e solo una questione di soldi.
L.