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| venerdì 24 luglio 2015

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Gabriel Kuhn, “La vita all’ombra del jolly roger. I pirati del’epoca d’oro tra leggende e realtà”, Eleuthera

Il jolly roger, la bandiera con teschio e ossa incrociate, di questi tempi sventola dappertutto: al cinema, sui prodotti d’abbigliamento delle grandi catene di moda, come sui tetti degli squat di mezzo mondo.
La pirateria esercita un fascino irresistibile oggigiorno, sia sulla cultura mainstream (film, fumetti, libri, moda) che sui movimenti radicali, come testimonia il moltiplicarsi dei saggi di storici e pensatori, soprattutto di sinistra e di area libertaria.
Il libro di Kuhn, studioso delle micro-società, si propone di indagare l’epoca d’oro della pirateria (1690-1725), sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista culturale.
La cultura pirata fu certamente in antitesi con quella delle potenze europee ad essa contemporanea, di cui sovvertì i valori, talvolta capovolgendoli del tutto.
Alcuni pensatori hanno intravvisto nella “società liberata” fluttuante da essi messa in piedi una sorta di protosocietà di senza stato, certo violenta, ma allo stesso tempo meno autoritaria, classista e razzista delle società “ufficiali”. Alcuni, forzando spesso quest’interpretazione, hanno letto nelle pratiche dei pirati un pattern rivoluzionario, proto-democratico (i capitani delle navi pirata venivano eletti), addirittura anarchico (individualista) o anticapitalista (!).
Altri pensatori invece hanno tagliato corto, etichettando i pirati come assassini nichilisti e senza scrupoli dediti a bagordi a base di cibo, alcool e orge, che li avrebbero condotti ad una rapida autodistruzione.
Nelle oltre 280 pagine, ben tradotte, ricchissime di annotazioni e rimandi ad altri classici della storia e del pensiero, Kuhn ci illustra tutte le teorie, focalizzando su quelle di area radicale, di cui spesso “smonta” le tesi più audaci e discutibili.
Ognuno di noi potrà così decidere se i pirati fossero solo avventurieri dalla smisurata voglia di libertà (ricollegandoli così al vitalismo di Nietzsche), banditi sociali (senza però una base sociale e quindi senza una strategia vincente), o semplici criminali, che operarono nel contesto dell’imperialismo europeo dell’epoca (secondo me non meno criminale).

http://www.ibs.it/code/9788896904848/khun-gabriel/vita-all-ombra-del-jolly.html

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De Agostini e Schirone, “Per la rivoluzione sociale”, Zero in condotta

Per gli anarchici la lotta contro il fascismo iniziò prima che per il resto degli italiani.
Infatti i libertari furono colpiti per primi sia dalla violenza squadrista che dalle leggi mussoliniane: gli attacchi portarono ad arresti di massa, omicidi, torture, chiusura di circoli e di giornali, invii al confino senza processo alcuno.
Nonostante la brutale repressione, l’azione sotterranea continuò, così come la solidarietà internazionale.
“Per la rivoluzione sociale” ricostruisce in oltre trecento pagine le vicende del movimento milanese dall’inizio della dittatura fino ai primi mesi del dopoguerra. Da quando ai vecchi militanti, sopravvissuti alle vessazioni, al carcere e al confino, si aggiunse una forte componente giovanile, desiderosa di liberarsi dalla dittatura dopo gli insuccessi delle guerre fasciste e, soprattutto, dopo l’8 settembre.
A Milano nacquero le formazioni “Malatesta – Bruzzi”, che inquadrarono i militanti anarchici, non senza destare le preoccupazioni dei partiti borghesi o del Pci, preoccupati per le tendenza troppo “di sinistra” delle stesse.
“Per la rivoluzione sociale” è un libro importante per molti motivi.
Perché attingendo a molte fonti fino ad ora inedite o poco accessibili, ricostruisce un tassello fondamentale della Resistenza, che fino ad ora era rimasto in secondo piano.
Perché ci dà conferma di come le aspirazioni partigiane siano state quasi completamente disattese nel secondo dopoguerra e la storia riscritta dai partiti del CLN, non dando il giusto rilievo al contributo di molti compagni libertari nella guerra di liberazione, che spesso militarono in formazioni non libertarie.
Perché è importante ribadire che la Resistenza fu anche e soprattutto un movimento rivoluzionario, che, tradito nel dopoguerra, viene ora infangato dai revisionismi di destra e “sinistra”.
Perché mi pare sempre più legittimo parlare di “Resistenze”e non di “Resistenza” come un blocco unico, come ci vorrebbe tramandare la vulgata naznal-popolare, quella che ci viene propinata dai partititi che hanno capitalizzato l’esperienza partigiana (DC, PCI, PSI in primis).
Per i ricercatori e gli studiosi e per i lettori più esigenti, nell’appendice sono pubblicati per la prima volta alcuni documenti inediti: gli elenchi degli aderenti alle formazioni “Malatesta Bruzzi”, la relazione del capo militare Giuseppe Seregni, il prezioso diario politico di Bruzzi prima della sua fucilazione nel giugno del 1944.

http://www.hoepli.it/libro/per-la-rivoluzione-sociale/9788895950402.html