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Cultur(A)

#8 – Scrubs

L. | venerdì 3 novembre 2017

Chi la conosce la adora. Per chi non la conoscesse, Scrubs è una serie comedy ideata da Bill Lawrence prima per NBC e poi per ABC dal 2001 al 2010, nonché una delle serie più spassose mai prodotte. Tecnicamente è un medical drama, un genere dalla lacrima facile, ma Scrubs è in questo senso rivoluzionario: è una serie ambientata in un ospedale eppure, tra pazienti in fin di vita e malattie terribili, si ride in continuazione.

La trama orizzontale è molto flebile, come spesso accade nel genere comedy. La serie tratta le disavventure di tre giovani specializzandi di Medicina all’Ospedale Sacro Cuore, accompagnati dal primo giorno di tirocinio sino alla loro maturità professionale. Più interessante la struttura della trama verticale, quella di ogni episodio per intenderci: ogni puntata corrisponde a una pagina del diario personale di John Dorian, il protagonista, che affronta un tema specifico e, confrontandosi anche con le disavventure dei suoi amici, ne trae un insegnamento, una sorta di filosofia da cui impara qualcosa, da bravo studente quale è. Per questo ogni puntata è intitolata con la formula Il mio… o La mia…. Ogni puntata, è una preziosa lezione di vita.

I pregi di Scrubs sono tanti, ma in assoluto spicca la capacità che ha di far empatizzare lo spettatore coi personaggi, un’abilità che forse nessun’altra serie comedy può vantare. Si ride, si piange, si riflette, ma senza quell’eccessivo (e francamente fastidioso) patetismo che costella le medical drama come E.R. e Grey’s Anatomy. Non c’è nemmeno la geniale risoluzione che salva capra e cavoli all’ultimo momento, marchio di fabbrica di Dr. House. In Scrubs la gente muore, le malattie vincono, i medici sbagliano, e anche di brutto. Questo è il grande merito della serie: di presentare personaggi tutt’altro che invincibili, di non eroicizzare la categoria medica, di mostrarci ragazzi che di fronte al terrore del loro primo intervento si nascondono nello sgabuzzino o rimangano fermi come stoccafissi. Il titolo, Scrubs, è un gioco di parole: in inglese vuol dire “camici”, ma vuol dire anche “riserve”, “panchinari”. Gli eroi della serie, sono in realtà dei perdenti.

Quando vediamo i personaggi di Scrubs vediamo uomini fallibili, pasticcioni e anche un po’ sfigati, che affrontano completamente impreparati i grandi temi della vita come la morte, l’amore e l’amicizia, la crescita, e lo fanno procedendo per tentoni, sbagliando, sbattendo il muso e poi rialzandosi. Se poi la figura pasticciona è quella che idealizziamo sempre più delle altre, il medico, capiamo quanto potente sia come scelta narrativa.

Lo stile di Scrubs può essere definito comico-demenziale, e a volte si riduce quasi all’infantile, in quanto ricalca la personalità fanciullesca e insicura del protagonista. Ci sono moltissime gag, che spaziano per varietà di stile: dalla pura comicità visiva dello slapstick (per intenderci, il classico uomo che scivola sulla buccia di banana), passando per i siparietti surreali frutto dell’immaginazione di J.D., il vero e proprio sognatore ad occhi aperti. Ciò che vi farà piegare da ridere sarà però l’irresistibile sarcasmo affilato e verboso di un personaggio che amerete alla follia, il Dr. Cox. Scrubs gioca moltissimo con i cliché di genere, prendendosi gioco di serie come Dr. House o scimmiottando le sit-com dalle risate registrate. Bellissima la puntata in cui tutto richiama al mondo del Mago di Oz e sapiente la scelta della colonna sonora, che spazia molto dal pop al rock melodico anni ’80.

In generale Scrubs ci mostra le difficoltà di una vita qualsiasi, piena di illusioni, speranze, sconfitte e sacrifici. E ce la fa amare perché ci riconosciamo in quei personaggi che la affrontano, perché noi siamo così, più piccoli di ciò che affrontiamo, e sappiamo bene che di fronte a ciò che ci accade nella vita l’unica cosa che si può fare, come ci insegna il diario di J. D., è imparare una lezione.

L.