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#7 – Oz

L. | venerdì 27 ottobre 2017

Nata nel 1997 da un’idea di Tom Fontana (curiosità: nella sigla di apertura della serie il braccio tatuato con la scritta ‘Oz’ è il suo) e prodotta da Barry Levinson, Oz è da considerarsi una delle serie pioniere del moderno prison drama, nonché una delle più coraggiose e innovative che abbia messo in piedi l’emittente HBO. Andata in onda dal 1997 al 2003 in sei stagioni, Oz è un po’ la mamma della serialità televisiva via cavo di oggi.

La serie mostra la vita in carcere di diversi personaggi all’interno dell’Oswald State Penitentiary, abbreviato ironicamente da tutti col nome di ‘Oz’. In particolar modo si seguono da vicino i detenuti di una sezione di questo carcere, il “Paradiso”, uno sperimentale braccio dove i carcerati hanno condizioni di detenzione meno dure, a patto di sforzarsi nelle attività formative e di recupero che il direttore del braccio offre loro. Qui osserviamo l’umanità ridotta al grado zero, che si riunisce in tribù (i latinos, i neri, gli italiani, i musulmani, etc..) e commina alleanze e sotterfugi per avere la meglio e detenere il potere del territorio.

Cominciamo subito col dire che Oz è una serie cruda, realistica e di denuncia. La voce narrante parte quasi sempre da un fatto reale, una statistica o una legge in vigore per denunciare le condizioni del detenuto medio americano. Non guarda con indulgenza al criminale, ma denuncia l’assurdità di un sistema penitenziale che non corregge né riabilita nessuno, bensì chiude in gabbia gente che non ha più possibilità di rimediare ai propri sbagli. Oz sbatte sotto gli occhi dello spettatore la follia della società e le sue piaghe: razzismo, ingiustizia sociale, povertà, dipendenza da alcool e droghe, l’ipocrisia (vedi pena di morte). Oz grida ai nostri orecchi che la società è impazzita, e che mettere i cattivi in gattabuia non migliora nulla, anzi. Un docile avvocato civilista diventa un animale in balìa degli istinti, un ladro diventa un assassino, un assassino diventa concime per le piante. La serie ci chiede: cosa farne dei carcerati? Li lasciamo marcire in un buco come meritano? Diamo loro una seconda chance? Ciò che a mio avviso Oz sostiene è che non serve a nulla cercare di riabilitare un criminale se non si è prima agito sulle storture sociali che il criminale lo crea.

Oz è un romanzo positivista, un esperimento sociale narrativo. Come nelle opere di Emile Zola, la serie cala i personaggi di un contesto sociale degradato in un ecosistema isolato dal mondo, con determinate regole, e li lascia agire. La silenziosa regia osserva dai vetri di plexiglas il formicaio di un’umanità ridotta alla lotta per la sopravvivenza. Nessun’altra serie mette così tante linee narrative insieme senza perderne i fili; nessuna come lei apre e chiude personaggi senza farne avvertire il trauma; nessuna ha una scrittura così oltraggiosa (bestemmie e blasfemie comprese) in nome della realisticità. La scrittura è cinica, impietosa, disillusa. Originale è l’espediente del narratore che è allo stesso tempo interno ed esterno, onnisciente e parziale, personaggio e voce di commento. Oz ha lanciato diversi attori importanti (J. K. Simmons su tutti), ha proposto violenza e nudità mai fine a se stesse, ecco perché ha fatto la fortuna di HBO ancor prima dei Soprano e ha invece costretto Italia Uno a relegarlo nelle segrete del palinsesto notturno. Ecco perché può essere considerata un’antesignana della moderna serialità.

Personalmente credo che Oz rifletta coraggiosamente sulla componente umana di ognuno di noi, sul fatto che il male è il prodotto di un ambiente abbrutito più che una tara genetica. Credo che questa serie dica una cosa che non possiamo e non vogliamo sentirci dire: assassini, stupratori, nazisti, pedofili. Anche loro sono esseri umani come noi.

L.