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Bicicrazia

50 km/h? No, grazie.

| martedì 21 agosto 2012

intervento via Facebook di Alfredo Drufuca

Le polemiche sulla indisciplina dei ciclisti, assieme a quella sull’uso obbligatorio del casco, si accendono sistematicamente ogniqualvolta si cerca di porre con una qualche maggiore decisione la questione della loro sicurezza.

Al di là degli argomenti di volta in volta utilizzati, mi pare si possa in tale ricorrenza riconoscere l’esistenza di una effettiva, irriducibile conflittualità di fondo tra ciclisti ed automobilisti e viceversa. Il viceversa è necessario in quanto non c’è simmetria di rapporto, ed i due conflitti si nutrono di cause ben differenti.

L’essenza del conflitto tra primi e secondi è perfettamente rappresentata da Marc Augé nel suo libro “Elogio della Bicicletta”, in un memorabile dialogo tra un vigile urbano ed il lui narrante che ha compiuto una infrazione -lo svoltare a destra con il semaforo rosso- che ogni ciclista sente come assolutamente priva di controindicazioni e perciò lecita in senso se non formale certamente sostanziale.

E’ solo un esempio di come il ciclista sia soggetto a regole di circolazione in larghissima misura pensate per i mezzi motorizzati (basti pensare ai sensi unici); e di come, d’altra parte, molte regole ed assetti siano addirittura in contrasto con le stesse esigenze della circolazione sicura dei ciclisti, come è facile accorgersi affrontando una rotatoria, una svolta a sinistra, una corsia di decelerazione…

E’ in tal senso estremamente significativa la proposta, attualmente in esame in alcuni paesi, di rendere legale quello che Marc Augé riteneva appunto lecito; o più semplicemente la realizzazione delle cosiddette ‘case avanzate’ per la bicicletta ai semafori, manco a dirlo nel nostro paese del tutto ignorate.

Per quanto invece riguarda il conflitto tra i secondi ed i primi, credo che questo possa essere riassunto nel disordine intrinseco nel moto del ciclista, dagli effetti tanto più disorientanti ed ansiogeni quanto maggiore è il numero di ciclisti sulla strada.

L’automobilista riconosce nei suoi simili comportamenti per lui normalmente ben prevedibili e quindi facilmente controllabili, governati come sono da regole scritte per (da) loro stessi nonchè dall’omologazione cinematica e dalle conseguenti leggi inerziali che, con le masse e le velocità in gioco, costituiscono un fattore intrinseco di ordine.

Il ciclista invece non esprime quest’ordine: la sua traiettoria è meno rettilinea; il fatto che sia costretto a percorrere corridoi zeppi di insidie (un automobilista può stare lontano dalle auto in sosta che aprono portiere, non affronta le buche ed i tombini che si accumulano lungo i margini delle strade) gli impone improvvisi scarti; le sue velocità sono basse il che gli impedisce di “negoziare” le manovre necessarie ad esempio per svoltare a sinistra o percorrere una rotatoria; la sua visibilità è minore …

Si tratta in definitiva di fatti assolutamente oggettivi, rispetto ai quali è del tutto inutile imbastire polemiche ma che richiedono di prendere una semplicissima decisione: se cioè la bicicletta debba o non debba essere considerata un modo di trasporto fondamentale per la mobilità del futuro.

E se la risposta, come credo fermamente, è affermativa, bisogna allora sì lavorare sulle cause della conflittualità per eliminarle ma, prima di tutto, sull’elemento che ne amplifica enormemente gli effetti, cioè sulla differenza tra le velocità tra mezzi motorizzati e non; il che significa abbassare la velocità dei primi non potendosi ovviamente imporre l’aumento di quella dei secondi.

Il limite urbano di velocità a 50 km/h è stato un errore storico colossale, dalle conseguenze devastanti ed ancora tutte da misurare; il problema della circolazione dei ciclisti ne è solo un piccolo ma significativo esempio. Abbassarlo è, come appare sempre più evidente, la madre di tutte le battaglie per la città sostenibile.