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Cultur(A)

#3 – Black Mirror

| venerdì 29 settembre 2017

Può una persona sedersi comoda e raggiante sul divano, attendendo con trepidazione di essere presa a pugni sullo stomaco? Se è uno spettatore di Black Mirror, la risposta è sì. Ideata dal genio di Charlie Brooker e distribuita nel 2011 dalla tv britannica Channel 4 – ma dal 2016 in mano a Netflix – Black Mirror è questo, pugni a raffica allo spettatore, che gode estasiato dei propri lividi e ne chiede ancora.

Black Mirror è tecnicamente una miniserie antologica, dove ogni stagione ha 3, massimo 6 episodi e non segue un’unica storia, ma raggruppa puntate con trame e personaggi ogni volta diversi, unite da un unico filo tematico conduttore, nello specifico la tecnologia mediale. Se vi domandate il perché del titolo, guardate lo schermo del vostro smartphone mentre è in modalità standby, o il vostro schermo piatto LCD mentre è spento. La serie parla proprio delle nuove tecnologie e di come modificano – quasi sempre in negativo – il comportamento e i rapporti umani, come a dire che l’abuso che ne stiamo facendo ci sta sempre più disumanizzando.

I temi affrontati sono tanti e complessi, ma le considerazioni generali sulla serie sono legate all’antico assunto per cui uno strumento non è di per sé un bene o un male: è l’uso che se ne fa a renderlo uno o l’altro. Perciò Brooker ci pone il quesito: la tecnologia mediale di cui disponiamo, la stiamo utilizzando bene o male? La sua risposta pare inequivocabile, e personalmente concordo con lui.

L’uso sempre più massiccio di smartphone, internet, social network, strumenti di videoripresa invasivi, hanno senz’altro una pubblica utilità, rendono le nostre vite più sicure e più comode, ci permettono di far viaggiare informazioni a una velocità mai raggiunta nella storia – in questo momento voi mi leggete grazie a loro. Insomma, viva la tecnologia. Ma l’abuso che se ne sta facendo porta la società a perdere di vista un elemento che mai deve mancare nelle nostre esistenze: l’armonia degli opposti.

Adoperiamo la tecnologia perché vogliamo sempre ricordare, e mai dimenticare. Sempre apparire, e mai rimanere anonimi. Sempre vivere il piacere e mai il dolore. Non vogliamo fare fatica, aspettare o rinunciare a niente. Cerchiamo di eludere parti della vita che devono esistere, e sono fondamentali: le parti brutte, noiose, anonime o dolorose. Così in Black Mirror vediamo robot che sostituiscono i cari defunti, microchip che registrano qualunque ricordo, leader politici che si fanno pura immagine, individui che basano la loro intera esistenza sul numero di like ricevuti o sulla partecipazione a un talent show.

Oggi qualunque cosa è registrata, ritoccata, archiviata, e abbiamo tralasciato che la donna capace di farci innamorare sta dietro il suo trucco, che un augurio di compleanno è significativo perché si è fatto uno sforzo per ricordarlo e non perché Facebook ci ha avvisati. La fatica, i difetti, le disillusioni, hanno un ruolo prezioso ma, non amando queste cose, le allontaniamo usando ciò che ce lo consente, la tecnologia.

Poi, c’è la fiumana del progresso. Ci uniformiamo perché non vogliamo rimanere indietro, fuori dalla società, e facciamo la nostra parte, anche se in fondo sappiamo quanto sia superficiale giudicare solo in base a un’immagine, quanto sia assurdo condividere e commentare ogni cosa, mettersi costantemente in mostra, e far sapere a tutti dove siamo andati in vacanza o che cosa abbiamo cucinato per cena.

Con uno stile a volte crudo ma mai sensazionalistico, la serie spazia da puntate meno incisive a veri e propri capolavori, gioielli incastonati in un quadro più ampio che non scade mai nel brutto e che restituisce una delle serie più originali, shockanti e belle di sempre. La scrittura passa in rassegna con disinvoltura diversi generi (il thriller, il fantascientifico puro, il poliziesco, il distopico, fino all’esperienza da videogioco) e lo fa con grande capacità di gestire la tensione narrativa e lo sviluppo delle complesse tematiche.

In definitiva, la serie non è una bocciatura cieca e ideologica al progresso mediale, ma vuole essere un monito a difesa di un’integrità umana assuefatta dall’abuso. Nelle sue puntate più agghiaccianti, Black Mirror mette in guardia sulla vera, orrenda minaccia della tecnologia: l’abbattimento delle ultime difese che la nostra umanità possiede, gli abissi intimi e reconditi della mente. Cosa succederebbe all’uomo se la tecnologia si insinuasse nei nostri ricordi, nella nostra percezione dello spazio e del tempo, nelle nostre emozioni, nei nostri pensieri più indicibili?

L.