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#21 – In Treatment (USA)

L. | lunedì 5 marzo 2018

Trasmessa sulla tv satellitare HBO dal 2008 al 2010, In Treatment è una serie televisiva sulla psicanalisi creata e prodotta da Rodrigo Garcia, che oltre ad aver collaborato a importanti show come Six Feet Under e I Soprano, è uno che da piccolo si faceva leggere Cent’anni di solitudine prima di andare a dormire. Esatto, suo padre era il Premio Nobel per la Letteratura Gabriel García Márquez. Parlerò della versione USA con Gabriel Byrne, anche se molti avranno visto quella italiana con Sergio Castellitto. Sebbene quest’ultima sia una copia carbone di quella americana, bisogna tener conto che anche quella americana è presa dall’originale israeliano, ovvero BeTipul di Hagai Levi.

La serie affronta dall’interno il mondo della psicanalisi, seguendo la settimana lavorativa di Paul Weston, uno psicanalista appunto. Ogni puntata coincide con una seduta di terapia dei suoi pazienti – uno per giorno della settimana lavorativa – fino al venerdì, dove vediamo invece lui andare da una collega a fare terapia come paziente, che a quanto pare è prassi per gli psicanalisti. Lo vediamo dunque trattare con i più disparati problemi dei suoi pazienti: tendenze suicide, sensi di colpa, relazioni castranti, frustrazioni adolescenziali e quant’altro.

Come portare avanti una serie su delle sedute dal terapista? Girando quasi sempre dentro una stanza (uno studio in questo caso) quelle che sono scene quasi esclusivamente dialogate, senza grandi interventi della macchina da presa o di una colonna sonora ingombrante? Ebbene la risposta a queste domande sta tutta nella materia al centro della narrazione: i sentimenti. Che siano di adolescenti, vecchi, single o coppie, piloti militari o donne in carriera, i sentimenti distruttivi sono ciò che hanno in comune tutti i pazienti del dottor Weston. Ciò che noi spettatori abbiamo in comune con loro. La telecamera profana uno dei luoghi più privati dopo il confessionale del prete: lo studio di uno strizzacervelli. Ascoltiamo le loro storie, guardiamo voyeuristicamente le loro sedute scoprendo impunemente i loro segreti. Il piacere non sta però solo nel farsi la proverbiale tazzina-di-cazzi-altrui. Perché quando ascoltiamo le loro confessioni le mettiamo a paragone con i nostri di segreti, con le nostre zone oscure dell’animo. Zone che tutti abbiamo. La nostra vita è una lunga narrazione di noi stessi, e quindi non stupisce quanto diventi allettante per noi sbirciare quelle altrui per capirci un po’ meglio. Tendiamo a rivederci negli esseri umani in difficoltà su quel divano, e questo anche se non siamo piloti dell’esercito o una coppia matrimoniale in crisi. La cosa si fa ancora più interessante quando si mostra quello che di solito in una seduta di terapia non si vede, cioè il lato umano dello psicanalista. Andando oltre l’ortodossia professionale, è lui il vero protagonista con i cui occhi guardiamo e ascoltiamo, quello che viene ferito o compiaciuto dalle parole dei suoi pazienti. È lui quello che deve affrontare le sfide che i suoi pazienti gli pongono, oltre a quelle che lo aspettano a casa, una volta chiuso lo studio.

Una serie di questo tipo non può prescindere da una sceneggiatura straordinaria, in quanto non c’è praticamente azione. Tutto è raccontato, dialogato, vissuto attraverso il filtro del ricordo e delle parole. Diciamo pure attraverso la rielaborazione, che è poi la chiave della psicanalisi. Non è tanto importante l’evento in sé, la corretta esposizione dei fatti, ma come questi siano percepiti e vissuti da chi li racconta al terapeuta. I dialoghi sono brillanti e tengono lo spettatore sulle corde, a volte come e più di mille esplosioni e inseguimenti in automobile. Lo show non può prescindere nemmeno da ottimi attori che rendano viva e drammatica la parola, in una serie quasi teatrale. Per cui non stupisce che tra gli interpreti vi siano gli ottimi Gabriel Byrne, Dianne West e Debra Winger.

In ultima analisi (è il caso di usare questa parola), In Treatment è la dimostrazione di come si possa creare una serie tv avvincente con due tizi che parlano in una stanza, senza le autocisterne che esplodono o le bombe a orologeria. Perché le autocisterne e le bombe e le trame complicate di tutto il mondo producono quegli stessi sentimenti che esplodono e si riversano copiosi sul divano dello psicanalista. Tutti, nessuno escluso, siamo il frutto di drammi interiori, di sconvolgimenti emotivi e sentimentali, di dubbi, frustrazioni e paranoie. È questa la grande eredità lasciataci da Freud, da Jung e dai tanti che hanno sondato la mente umana: siamo materiale psichico che cammina. Parafrasando uno che ne avrebbe dovute avere più di quelle che dava a vedere, chi è senza paranoie scagli la prima pietra.
L.