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Bicicrazia

20 di Bike Revolution in un libro (e in tante strade)

| lunedì 21 gennaio 2013

Lo scorso settembre, la Critical Mass ha festeggiato i suoi primi 20 anni di vita. Lo ha fatto con alcune pedalate in giro per il mondo, con una settimana di iniziative nella “nativa” San Francisco e con un libro, “Shift happens!“, che racconta le diverse facce di uno dei pochi movimenti realmente globali, diffuso su tutti e 5 i continenti.

Nel giro di poche settimane, quel libro è approdato pure ad una versione in italiano, uscita nel mese di dicembre con il titolo “Critical Mass – Noi siamo il traffico” per Edizioni Memori.

Il libro è già in circolazione nelle librerie, a breve dovrebbe essere disponibile anche nelle ciclofficine, e presto (prima o poi) se ne terrà anche una presentazione milanese.

Nel frattempo, pubblichiamo qui uno dei capitoli introduttivi, dedicato alla Critical Mass in Italia e in particolare alla sua nascita ed evoluzione a Milano.

Non leggetelo mentre pedalate.

 

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Platani.

10 anni di Critical Mass in Italia.

(di Graziano Predielis)

In principio fu l’anarchia.
Il principio fu l’Anarchia.
Eravamo giovani ma neppure troppo, belli mica tanto, ribelli giusto un pochino.
E nessuno aveva intenzioni di cambiare il mondo. Ci bastava l’anarchia nel suo senso più intimo, ci interessava liberare spazi in questo mondo, non costruirne uno nuovo. Ci interessava il Kaos, aprire varchi in cui infilarci tutti insieme e probabilmente spassarcela. Ecco, ci interessava una città di spazi liberi in cui spassarcela. Questa era la nostra anarchia. Da lì nacque tutto.
[da “Confessioni di un pirata della strada”]

La Critical Mass sbarca in Italia nei primi giorni del 2002, trapiantata nel bel paese direttamente dalla nebulosa dell’anarcociclismo. Il dibattito arriva tramite la mailing list di Dadaciclo e il sito degli anarcociclisti (quello con le collezioni di adesivi SSSS: Sangue, Sputo, Sperma e Sudore): la Fiat dovrebbe fallire ma lo stato la tiene in vita, l’aria è irrespirabile e le strade sono quotidianamente occupate da tonnellate di lamiera in ogni angolo… Che fare? dunque, tanto per ripetere la solita domanda. Negli USA prima, e nel mondo poi, è già un decennio che la buona pratica della Critical Mass è in circolo, e forse è ora che la si trapianti anche quaggiù, tanto più che qualcuno ci ha già provato. La leggenda racconta di un paio di CM a Pisa, nate e svanite d’un tratto, o di quella che voleva attraversare Milano nell’estate del 2000, risoltasi poi in un banale corteo con le bici a mano. E i cortei, le manifestazioni, a quei tempi erano noiose processioni eterodirette di cori e bandiere, perlopiu’ rosse, mentre le biciclette solo un passatempo “esotico”… In quell’inverno, in quell’Italia reduce dalla mattanza del G8 ma anche dall’energia dei movimenti che avevano creato l’onda lunga di Genova, era giunta l’ora di un investimento, energetico, emozionale, libidinale, l’ora di seguire il desiderio di saltare in sella e pedalare.

La costruzione di situazioni comincia al di là del crollo moderno della nozione di spettacolo. E’ facile vedere a quale punto è legato all’alienazione del vecchio mondo il principio stesso di spettacolo: il non intervento.
Si vede, al contrario, come le più valide ricerche rivoluzionarie nella cultura hanno cercato di spezzare l’identificazione psicologica dello spettatore con l’eroe, per trascinare questo spettatore all’attività…
La situazione è così fatta per essere vissuta dai suoi costruttori.
[da “Internazionale Situazionista” – Numero 1 – Giugno 1958]

Il dado è tratto. Si inizia con Milano. La partenza inizialmente è fissata davanti al centro sociale Deposito Bulk, che presto ospiterà la prima ciclofficina, ma in poche settimane la massa sposterà il suo raduno in centro. Secondo lo spirito di liberare e dare nuova vita agli spazi pubblici, la massa trasformerà la bella ma triste Piazza dei Mercanti, ridotta ad un parcheggio per bancarelle natalizie, nella vivace Piazza Graziano Predielis, identità con-dividuale rappresentante della massa il cui nome rende omaggio ad una vittima della strada.

Sempre toccata e fuga, apparizione e scomparsa, la massa critica e’ sfuggente, travolge e diverte. Nessuna gerarchia, nessun portavoce o portacroce, ormai la massa critica va da sola, si autoalimenta, quando arriva la stagione calda e’ persino obesa. Tutti siamo massa critica.
[frammenti da una mailing list massocri(p)tica]

Tra una massa e l’altra, al Bulk prende vita la prima Ciclofficina. Come per la Critical Mass, anche le ciclofficine si diffonderanno in tempo brevissimo: nel giro di pochi mesi la penisola è disseminata di appuntamenti, alcuni ancora vivi, altri tramontati. C’è una newsletter a-periodica che li racconta, pescando quà e là tra le mailing list: una CM che nasce e un’altra che vorrebbe partire, una ciclofficina che viene inaugurata e un’altra per cui iniziano i lavori. A guidare tutto è un flusso poderoso di inventiva. Se c’è un elemento che rappresenta la forza dei primi anni di CM in Italia quello è la creatività. La Massa diviene il luogo dove ogni idea, anche la più folle, può trovare spazio. E con l’aumentare dei numeri aumentano anche le proposte, così che si finisce a pedalare e farsi il bagno tra una fontana e l’altra, o fuori dalla città fino ad invadere la hall deserta di un aeroporto estivo, o ad assemblare carretti improbabili per portare in processione una qualche ciclo-divinità inventata sul momento. Situazionismo applicato alla mobilità urbana, in cui l’automobilista faceva parte dello sfondo, nient’altro che uno strumento, come la strada, per giocare con le macchinine.

La ciclofficina non ha mai avuto degli orari fissi prestabiliti… di domenica si lavorava sulle bici e quando si sparse la voce di un’officina popolare in città la richiesta si fece molto maggiore della disponibilita’ dei frequentatori attivi e del locale stesso, piccolo e mal organizzato.
Il venerdi sera fino a mezzanotte non c’era gente ma quando si riempiva al suo interno non si riusciva a camminare e tutti venivano in bici. Quando c’era carenza di candele, visto che si decise di non utilizzare l’unico generatore (a benzina) del Bulk, dentro vedevi solo il movimento delle luci rosse e verdi lampeggianti dei fanalini delle bici che ognuno teneva accesi; non tanto per vederci meglio ma per creare un’atmosfera propria.
Si era organizzata una sufficiente fornitura di alcool che puntualmente veniva spazzata, si faceva una discreta cassa che puntualmente veniva rubata. Non c’erano le chiavi.
[frammenti da una mailing list ciclomeccanica]

Il “problema” di cosa fosse la Massa, di cosa volesse e di dove volesse andare non ce lo si poneva. La Massa era la Massa e basta, cristallina nella sua spontaneità, nella mancanza di leader e di linee guida. Ci volle la prima scadenza elettorale per scoprire il nervo. CM era qualcosa di nuovo, di vivace, in una fase in cui la decadenza dei movimenti radicali si stava velocemente trasformando in una caduta libera. Se è vero che dai movimenti la massa era nata, con i movimenti probabilmente non voleva morire. Inizialmente si scazzò sulle bandiere, se si “potevano” portare o no, ma la risposta fu affidata di nuovo al kaos, e alle bandiere si replicò distribuendo volantini autoprodotti di svariati partiti, ognuno in contraddizione con gli altri e con se stesso. Finchè la Massa non arrivò a trovare il suo totem elettorale, nientemeno che in un albero, simbolo della rivalsa del mondo contro l’autosauro: “Io voto platano. Sano, efficiente, immobile, frondoso, maestoso, con quelle belle lamiere colorate accartocciate alla base”.

Il futuro e’ gravido di speranze e i tempi sono maturi le masse critiche si diffondono e si autorganizzano spontaneamente come funghetti di bosco dopo la pioggia. E’ giunto il momento di spiegare il vero fine segreto della rivoluzione a pedali…
Il giorno in cui non ci saranno piu’ auto la gente scoprira’ di essere bloccata in orridi quartieri dormitorio, in periferie invivibili e in paesi senza servizi di mobilita’ comune: la frustrazione sara’ tale che insurrezioni per collettivizzare i mezzi di trasporto e crearne di nuovi sara’ cosi’ forte da essere inarrestabile. Ma il vero scopo segreto e’ altro. Infatti l’auto da decenni e’ il principale locus coiti per i gggiovani. In questo modo anziche’ lottare per i loro diritti sessuali in seno alle famiglie -presso cui si ostinano a vivere perche’ i costi dell’indipendenza sono troppo alti- si aggrappano alla chimera in lamiera per sostituire il bisogno di intimita’.
L’abolizione dell’auto provochera’ tensioni indicibili nelle famiglie, e da cio’ una nuova moralita’, che nasce dal ripudio del medioevalismo culturale imposto da molte famiglie d’origine. Sara’ la fine della finta accettazione della cultura dominante e una reale contestazione della finzione sociale detta “moralita’ pubblica”. Il rinnovamento dei costumi, spinto da livelli altissimi di testosterone represso, portera’  all’occupazione di spazi per socializzare e pomiciare. Ma, nei casi in cui le famiglie non concedano spazi sessuali per se’ e i propri partner di ogni sesso e forma, e non vi siano possibilita’ di collettivizzare spazi adatti, ecco che non restera’ altro che occupare viali, strade, portici, aiuole e tutti i posti che ora sono invasi dalle auto.
Sara’ bello pedalare per le strade tra umori spermaticovaginali in una citta’ costantemente in preda al rumore orgiastico di coppie (o gruppi) di innamorati.
il futuro e’ bello, ed e’ dietro l’angolo.
[dai “Diari segreti del Gran Maestro Massone”]

Quale che fosse il suo senso e il suo scopo, la Critical Mass ai grandi appuntamenti non mancava mai. Anzi, spesso se li creava da sola. Fu un approccio naturale il legame con la MayDay, la parata dei precari che aveva iniziato negli stessi anni a sconvolgere la ritualità del primo maggio milanese… nel 2003 furono mille biciclette ad aprire il lungo serpentone e a lasciarselo presto alle spalle, perchè la pedalata è dinamica e richiede movimenti fluidi, così la Massa preferì disperdersi nel centro della città al grido di “ciclo-precari alla deriva!”. E allo stesso modo i pedalatori attraversarono e rilanciarono le numerose mobilitazioni contro l’intervento americano in Iraq, una guerra che interrogava in prima persona chi aveva scelto di sottrarsi, almeno in parte, all’imposizione del petrolio; quella stagione mise le targhe alle biciclette, c’era scritto “No Oil”, e a distanza di anni le si incontra ancora in gran numero. L’inverno seguente Milano ospitò COP9, convention mondiale sui cambiamenti climatici, e il copione fu il medesimo, con una Massa ancora più grande, più vivace e più rumorosa e seminare il kaos nella città fino a notte. Furono gli spunti da cui presero piede le “masse straordinarie”, grandi raduni festivi a pedali culminati nel giro di pochi anni nelle migliaia di biciclette della “Ciemmona” romana.

A questo punto lo scenario che si delinea è chiaro:
Entro breve la massa sarà tale che la circolazione delle autovetture diventerà impossibile. Fiat sarà costretta a chiudere. Ne deriverà un periodo di turbolenze sindacali endemiche, che provocheranno orrende repressioni e disordini sociali. La disoccupazione di massa toccherà da vicino ognuno di noi, compreso lo zio che lavora per la Toro Assicurazioni divisione Rc auto, la vicina di casa che fa la grafica e fotocompone le brochure a colori per l’Alfa Romeo e il cugino autocorrozziere di Cantù. Dopo un primo periodo di incazzatura cronica, tutti si rilasseranno, lasciandosi crescere barba e capelli come i SuperTramp. Le donne saranno fiere delle loro ascelle incolte. In confronto gli anni 70 ci faranno una pippa. La bici diventerà l’unico mezzo di trasporto abbordabile. Tutti spediranno i curriculum vitae alla Doniselli, che però sarà diventata proprietà della Repubblica Popolare Cinese Unificata e produrrà solo a Taiwan. Il mondo diventerà sempre più simile a quello de “I sopravvissuti” (telefilm BBC). Non sappiamo se sarà meglio così, ma questo è quello che succederà.  Hasta il prossimo giovedì.
[frammenti da una mailing list anarcociclista]

Sull’onda di tutto questo casino, piano piano, la Critical Mass separò il suo destino dai movimenti. Sovente le ciclofficine uscirono dai centri sociali dove erano nate e cresciute e dove troppo poco avevano seminato. Se all’interno dei movimenti così pochi erano pronti a mettere in discussione le proprie scelte di vita (e di muoversi), tanto valeva smetterla di giocare “tra amici” e mettersi direttamente sulla strada. A questo punto, siamo a metà percorso, intorno al 2005-2006, questo sentiero si divide in tracce diverse.
Se prima c’era in qualche modo una grande massa globale che attraversava i vari nodi italiani, qui si forma una de-struttura rizomatica, in cui ogni massa cresce dalle radici e fa storia a se’. A Milano la CM cambia volti e strade, le ciclofficine si stabilizzano, dopo il boom iniziale, su un numero di 6/7 (tra cui la prima ciclofficina universitaria!), ma le esperienze invece si moltiplicano.

Le strade che si separano possono apparire come una debolezza, invece è dall’incubazione di quegli anni che la Massa genera i suoi figli più disparati. Se nel 2002 i ciclisti erano dei reietti, confinati al rango di teneri ed inoffensivi freak ambientalisti, con l’irrompere delle CM nelle strade si affermano come dei protagonisti della città. Da spettatori del loro destino diventano attori, ed iniziano a recitare con stili e pratiche differenti.

Quaranta minuti di delirio e velocita’ a rotta di collo, ogni volta il percorso cambia, sempre impegnativo, nessuna regola, nessuna protezione, solo adrenalina in una citta’ diversa. Chi vi partecipa ne e’ venuto a conoscenza in Critical Mass. Dato lo spirito competitivo, la selezione dovuta all’orario e all’agonismo, Velocity non si contrappone alla massa critica ma ne rappresenta l’altra faccia, una faccia introversa, silenziosa, rara, preziosa e geniale. Se la Massa Critica e’ un metodo, una tattica, Velocity e’ una cerimonia non visibile. Una visione misantropa, un eiaculazione notturna a volte rabbiosa. Ciclisti che hanno deciso di emozionarsi quando tutti sono a dormire. Di viversi la citta’ diversa con occhi diversi. Di vigili, automobili e pedoni non ne vuol vedere l’ombra.
[dal “Trattato sui gatti randagi”]

La Velocity arrivò poco dopo il sorgere della Massa. Fu il primo tentativo di importare la tradizione delle alley cat, gare ciclistiche clandestine corse senza regole o quasi nel traffico cittadino. In questo caso senza nemmeno il traffico, perchè l’appuntamento era all’alba.

Dalle Velocity alle culture underground del ciclismo urbano il passo è breve. Nel 2006 sbarca in Italia il Bicycle Film Festival, che anno dopo anno diventerà un appuntamento fisso per un numero enorme di ciclisti e aprirà la strada alla via segnata da una cricca carbonara di meccanici e visionari: la riscoperta dello scatto fisso e dell’estetica pura della bicicletta. Un passo che porterà ad una nuova attenzione verso il mezzo. Se alle origini si diceva che “il fine è il mezzo”, giorno dopo giorno aumenta il numero di ciclisti a cui non basta solo “andare in bicicletta”, ma che iniziano ad interrogarsi anche sulla bici che guidano ogni giorno. Naturalmente le ciclofficine sono il traino naturale per questa nuova cultura, ma non bastano ad ogni ciclista. Dall’ondata delle ciclofficine risorge l’asfittico mercato della bici: i negozi di biciclette riaprono e tornano a focalizzarsi sulla qualità del prodotto, alla faccia di quell’esercito di “bici da supermercato”, pronte a rompersi alla prima buca, che affollavano le strade.
E le strade si affollano davvero di bici. Che sia a causa della crisi economica, forse di una crescita di consapevolezza ambientalista, sicuramente dell’insopportazione verso città rese invivibili da traffico e smog, fatto sta che l’aumento del numero di ciclisti per le strade è vertiginoso e la consapevolezza di essere protagonisti delle città è il motore di questo boom.

la poesia è nelle strade
la noia è controrivoluzionaria
pedala compagno pedale il vecchio mondo è dietro di te
e non liberatemi
mi libero da solo
amen
[da “Antologia ciclopoetica”]

Il boom è arrivato, i ciclisti sono ovunque, eppure dopo dieci anni domande e dubbi tornano a riproporsi allo stesso modo. Nel 2012 in tanti hanno abbandonato l’auto e sono passati alla bici e ancora di più sono coloro che hanno iniziato almeno a contemplare la bici come alternativa possibile. In diverse città italiane sono attivi e funzionanti sistemi di bike sharing, in alcune sono stati attivati anche timidi sistemi di dissuasione del traffico automobilistico. La ciclabilità è tema ordinario della politica locale arrivando addirittura a candidati a sindaco che provano a scimmiottare le Critical Mass per mettere le mani sui voti dei ciclisti. Vi è un mondo attivo ed agguerrito di associazioni di ciclisti, sfociato nella massiva campagna grassroots #Salvaiciclisti, che ha messo la sicurezza di chi pedala come argomento di dibattito nazionale, sull’ondata di un’enorme partecipazione popolare. La bicicletta è addirittura diventata “fashion” e il ciclista urbano che un tempo era guardato quasi con fastidio oggi è “cool”, tanto che le bici conquistano le vetrine dei negozi e le prime pagine delle riviste…
E l’anarchia? E la riconquista delle strade e degli spazi urbani? E l’investimento libidinale che aveva fatto giungere la Massa anche qui? Non sono scomparsi, forse solo un po’ offuscati dal boom dei ciclisti, ma continuano ad animare un ciclo che avanza con l’eterna rotazione dei pedali. Talvolta più lenta, talvolta più veloce, a seconda della gamba e del vento. Dal grande platano della Critical Mass sono caduti semi che hanno fatto nascere piccoli arbusti; resta tanta strada da pedalare per farli diventare platani. Sani, efficienti, immobili, frondosi, maestosi, con quelle belle lamiere colorate accartocciate alla base.

+kaos.

NOTA. Questo contributo si intende un’ideale prosecuzione de “La città reinventata”, comparso sul libro che celebrava il decennale della massa: “Critical Mass – l’uso sovversivo della bicicletta” a cura di Chris Carlsson (Feltrinelli, 2003). Altri documenti sulla nascita della Critical Mass in Italia, delle ciclofficine e della loro storia sono rintracciabili sul vecchio sito o nel kaos della rete.