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#20 – Death Note

L. | lunedì 26 febbraio 2018

Parliamo di anime, ovvero di serie a episodi tratte dai fumetti giapponesi (i manga)*. Chi ha la mia età, ne ha visti a valanghe da piccolo, con le sigle cantate da Cristina D’Avena o dagli Oliver Onions. Spesso raccontano storie semplici, con trame per bambini, personaggi stereotipati e risoluzioni improbabili. Più raramente (e più recentemente), raccontano storie intricate, con personaggi psicologicamente complessi e una certa gravità nei toni e nelle tematiche. È questo il caso di Death Note – per me uno dei più belli in assoluto – che affronta come tema niente meno che la morte, non proprio un argomento da bambini. Prodotto dalla Madhouse per la Nippon Television e la Shūeisha e trasmessa dal 2006 al 2007 in 37 episodi, è la trasposizione animata dell’omonimo manga scritto da Tsugumi Ōba e disegnato da Takeshi Obata.

La trama è un high concept, che in inglese vuol dire “cazzo che figata di storia”. Uno studente liceale modello, incredibilmente intelligente e ligio al dovere, trova per caso un quaderno dal potere straordinario: se si scrive il nome di una persona su una delle pagine, quella persona muore. Il ragazzo decide quindi di adoperare il death note per ripulire il mondo dai criminali e diventare un dio buono e giusto, che riporterà la moralità tra gli uomini. Sulle sue tracce però si mette un ragazzo altrettanto brillante, che collabora con la Polizia per trovare e fermare il misterioso “giustiziere divino”.

Siamo di fronte a una vera e propria partita a scacchi tra due menti geniali, ovvero tra il ragazzo che vuol farsi dio (Light) e quello che cerca di fermarlo (semplicemente L, esatto avete capito). La trama è un susseguirsi di mosse strategiche e cervellotiche tra i due, che in questa partita si giocano la vita. La serie è profondamente segnata da rimandi al Cristianesimo, fin troppo espliciti: le croci, le musiche gotiche, le invocazioni al kyrie eleison, la mela come simbolo del peccato; e ancora il Giudizio Universale, la pietà michelangiolesca, l’episodio della lavanda dei piedi da parte di Cristo agli apostoli, sono solo alcuni dei parallelismi con la religione monoteista al centro del mondo occidentale. È in discussione un tema che ha attraversato l’intera storia dell’umanità: può l’uomo erigersi a Dio? Può farsi giustizia, sostituendosi a quella del Creatore, supposto che quest’ultimo esista davvero? Light è un novello Adamo, che coglie la mela della disobbedienza (in questo caso un quaderno) e crede di poter discernere il bene dal male. Si trasforma da ragazzo buono e giusto in un mostro, un machiavellico malvagio che uccide non più per senso di giustizia, ma per auto-affermazione. E quante volte noi vorremmo trovarci nei suoi panni? Quante volte vorremmo farci giustizia da soli e lamentiamo la mancanza di un principio divino imparziale, che giudica e punisce secondo coscienza? Da sempre l’uomo accompagna la propria abiezione morale alla speranza di una resa dei conti finale che la punisca, magari ultraterrena o semplicemente chiamandola karma. Non possiamo sopportare che non si paghi il prezzo delle nostre brutalità, perché se così fosse sarebbe il caos, sarebbe l’universo selvaggio e crudele degli animali e in fin dei conti è questa la cosa che ci eleva dallo stato di bestia, la moralità.

Seppur conservi qualche incongruenza, Death Note ha una sceneggiatura raffinata, che ti tiene incollato allo schermo e porta avanti una detective story avvincente. I disegni sono giocati sui toni cupi del gotico riformulato da un tratto originale e affascinante, visto con gli occhi di un paese molto lontano dai nostri canoni estetici. Ciò che risalta maggiormente è però la complessità del personaggio protagonista, vero e proprio esempio di ascesa e declino di chi compie il peccato di credersi pari a Dio. Siamo lontani dal personaggio piatto e sempre uguale di un Holly e Benji o di un Heidi.

Death Note sembra adottare il punto di vista di Fra Cristoforo quando, indicandogli i moribondi del lazzaretto, inveisce contro Renzo che vuol farsi giustizia su Don Rodrigo: «Guarda chi è Colui che gastiga! Colui che giudica, e non è giudicato! Colui che flagella e che perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia! Tu lo sai, tu, quale sia la giustizia! Va’, sciagurato, vattene!». La giustizia di Light non è giustizia, è solo altra prevaricazione, un altro atto di violenza. Qui il nonno di Manzoni, Cesare Beccaria, direbbe che Light ragiona come lo Stato che si fa promotore della pena di morte: come si può uccidere qualcuno per punirlo dell’aver ucciso? Anche su questo tema Death Note potrebbe far riflettere i molti assetati di sangue, forse convincendoli che si sbagliano, forse no. Per quanto mi riguarda, che Dio esista o meno, ha poca importanza. Di fronte all’orrore dell’uomo, credo che dovremmo sforzarci di attenerci a quello che dice Fra Cristoforo, quando convince Renzo a perdonare Don Rodrigo: «Ma sai tu cosa puoi fare? Puoi odiare, e perderti; puoi, con un tuo sentimento, allontanar da te ogni benedizione. Perché, in qualunque maniera t’andassero le cose, qualunque fortuna tu avessi, tien per certo che tutto sarà gastigo, finché tu non abbia perdonato in maniera da non poter mai più dire: io gli perdono». Tutt’altro che facile, sia chiaro. Ma credo sul serio che errare sia umano e perdonare divino, perciò se proprio vogliamo giocare a fare Dio, proviamo a perdonare, se ci riesce di farlo.
L.