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Cultur(A)

#2 – The Shield

L. | venerdì 22 settembre 2017

A scanso di equivoci, premetto subito che parliamo di The Shield, serie nata nel 2002 da un’idea di Shawn Ryan per la FX, e non Agents of the S.H.I.E.L.D, il telefilm superhero targato Marvel del 2013. Sono due cose totalmente diverse. Non conosco la serie Marvel, ma ho visto (e anche più volte) quella di Shawn Ryan, e affermo senza timori che per me è la più bella serie televisiva mai fatta. Unica nel suo genere, capace di tenere alta la qualità per ben sette stagioni, offre forse il finale meglio congegnato per un prodotto tv.

Una squadra speciale di poliziotti, la Squadra d’Assalto, lavora per le strade di Farmington – il distretto più corrotto e piagato di Los Angeles – ripulendola da spacciatori, prostitute e gang di quartiere. Il loro leader è Vic Mackey (Michael Chiklis), un uomo abile, risoluto e machiavellico. Mackey è il re di Farmington, e la sua ricetta è semplice: giocare pesante, giocare sporco e picchiare più duro di chiunque altro. I criminali lo temono e lo rispettano, per questo lui stabilisce una serie di regole, e lascia correre i piccoli traffici a patto che non si tocchino i bambini, i poliziotti, e che si ingrossi il suo portafogli. Ma se per far rispettare la legge sei il primo a infrangerla, ti ritrovi addosso il tuo capo che cerca di incastrarti, assieme ai politici, all’FBI e ai criminali che vogliono detronizzarti.

I motivi che rendono The Shield la mia serie preferita sono tanti, e in primo luogo la fragilità morale su cui è costruita la storia. Questa regala uno dei personaggi più belli mai scritti, un vigilante al di sopra di tutti che piega la legge a suo personale uso e consumo. Ma Vic Mackey è un uomo malvagio o un poliziotto efficace che ripulisce le strade con la sola logica che la strada conosce, la violenza? La trama ci fa riflettere su come la società ponga l’assicella dell’etica un po’ troppo in alto rispetto alle sue possibilità, punendo se stessa per azioni che non riesce o non vuole controllare. Così scopri che Vic, oltre a essere un enorme pezzo di merda, è un padre affettuoso, un assassino spietato, un amico fraterno e un ricattatore. È uno che fa allo stesso tempo la cosa giusta e la cosa sbagliata; così sono i personaggi che lo circondano, così siamo tutti noi. The Shield ci ricorda che agiamo spinti da odio e tenerezza, vendetta e convenienza. E questo ce lo dice una serie tv sui poliziotti, le figure in teoria più integerrime della società.

La regia “d’assalto” – camere a mano, zoom a profusione, lo sguardo crudo da pseudo-documentario, etc. – è un tratto distintivo della serie, che fa vivere allo spettatore in prima persona quella jungla che è la strada. Così vediamo inseguimenti dalle immagini mosse, ascoltiamo i lunghi silenzi che intercorrono in un dialogo, notiamo che non c’è una colonna sonora a dirigere le nostre emozioni. Tutte scelte che sottolineano ancora di più la realisticità della serie. Andate a leggere dello Scandalo Rampart: The Shield prende spunto da una storia vera.

Il registro linguistico è il punto chiave della sceneggiatura. È una serie sulla violenza, e il linguaggio rispecchia in toto questa violenza. Per questo chiedo ai puristi della lingua originale di guardare questa serie in italiano (Dio crolla il mondo!), perché la violenza di una parola non è in se stessa, ma nella percezione che ne abbiamo quando la ascoltiamo. E per quanto conosciate bene l’inglese, i vari fuck, bitch e scumbag non potranno mai restituire tutta la corposità, la volgarità e il colore di parole come cazzo, puttana e sacco di merda. Provate a dirle a voce alta, ve ne accorgerete.*

The Shield ti fa saltare dalla sedia per sette stagioni, lasciandoti con l’unico, meraviglioso finale possibile. Ti costringe a ripensare alle regole che governano non solo le nostre istituzioni, ma i nostri valori. Siamo in balìa di ciò che siamo, pulsioni egoistiche e slanci di perfezione, e ha poco senso categorizzarci tra buoni e cattivi quando, a volte, seguiamo l’istinto del mors tua vita mea. Del resto chi di noi non ha mai infranto le regole, agito scorrettamente, per amore di qualcuno, anche fosse di se stessi?

L.

*C’è chi rifiuterà categoricamente questa affermazione, ma sono convinto che sia più l’orgoglio per la propria conoscenza dell’inglese che l’obiettività a parlare per lui.