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#19 – Le inchieste del Commissario Maigret

L. | venerdì 16 febbraio 2018

Oggi voglio parlare di una gran bella serie televisiva, o meglio di uno sceneggiato, come si usava dire a quei tempi. Le inchieste del Commissario Maigret è stato uno dei programmi più di successo della Rai (a quei tempi, il Programma Nazionale) e andò in onda dal 1964 al 1972, per un totale di 16 sceneggiati suddivisi in 35 puntate.

Trasmesso nelle formule da uno a quattro episodi, ogni sceneggiato racconta le inchieste del famoso Commissario nato dalla penna di Georges Simenon. A dargli vita è lo straordinario attore Gino Cervi, che molti ricorderanno come il Peppone di Don Camillo. Fu lo stesso Simenon a dire più volte che il suo Maigret preferito era quello dell’attore bolognese.

Già, perché di Maigret ne hanno fatti a decine: italiani, francesi, americani, inglesi (non ultimo quello con Rowan Atkinson, ovvero l’ex Mr. Bean, del 2016). Per non parlare del grande successo planetario di più di settanta romanzi e di una trentina di racconti sul Commissario parigino e che ancora adesso sono pubblicati in ristampa. Simenon diede vita a un personaggio meraviglioso, che si contrapponeva al detective anglo-americano: se quest’ultimo è quasi sempre un osservatore dei meccanismi logici – che trova l’ingranaggio inceppato in quello che sembra il delitto perfetto – quello che Maigret indaga è principalmente l’animo umano. E non ci si stupisce se quindi viene descritto attraverso i suoi innumerevoli vizi: la pipa, il calvados, il pollo al vino, il carattere sanguigno e le piccole fissazioni, come la stufa e la consolidata routine. Siamo lontani dal genio di Sherlock Holmes, dalla memoria degna di un computer e dall’occhio sensibile a dettagli infinitesimali. Maigret è un uomo normale, che sbaglia, si arrabbia e ha difetti, ma che proprio per questo capisce fino in fondo le motivazioni umane. Si cala completamente nei luoghi frequentati dalle sue vittime, e dagli odori delle strade di quella che spesso è gente del popolo, arriva alla soluzione del rebus. Maigret indaga sui delitti di tutti i giorni, quelli che si consumano tra la povera gente, e che sconvolgono la piccola borghesia. Siamo lontani dalla sofisticatezza della Miss Marple di Agatha Christie, che indaga come passatempo, o dall’impeccabile etichetta di Hercule Poirot.

Gino Cervi diede vita a un personaggio concreto e vivace, tanto da influenzare addirittura l’immagine stessa del Commissario Maigret, inizialmente nato come un uomo esile di corporatura. Ciò che stupisce però nello sceneggiato è l’incredibile bravura di tutti gli attori, anche quelli nei ruoli più marginali. Moltissimi erano attori di teatro, che recitavano con una naturalezza ormai completamente sparita dalla nostra televisione. E anche se non vorrei polemizzare, lo faccio comunque, e vi sfido a guardare Le inchieste del Commissario Maigret e poi a guardare una fiction moderna (anche guardare questa soltanto sarebbe una sfida). L’abisso qualitativo è imbarazzante e la motivazione è sempre la stessa. Ora come ora, la fiction italiana viene recitata da: fotomodelli, soubrette, veline, showgirl, presentatori televisivi, comici, comici che fanno cagare anche come comici, youtubber, concorrenti di reality show, cantanti, ballerini e amici di Maria. Per non parlare poi delle pessime attrici, degli attori cani, dei figli di cane, dei nipoti di quello e delle amanti di quell’altro, di nani, puttane, acrobati e saltimbanchi. Siamo di fronte a una recitazione affettata, impostata, fasulla e sopra le righe, piena di ansimi e di sospiri insopportabili. Stesso dicasi per scrittura e regia. Nelle Inchieste il dialogo è piano, per nulla forzato e assolutamente scorrevole; la regia è silenziosa e indiscreta, tutta messa al servizio della storia. Quelli erano tempi d’oro, in cui le maestranze lavoravano con esperienza e mestiere, per costruire un buon programma. Adesso, nella maggior parte delle fiction italiane, non c’è né l’una e né l’altro.

In definitiva, Le inchieste del Commissario Maigret hanno appassionato milioni di persone, lo facevano negli anni ’60 e dovrebbero farlo tuttora. Perché era buona televisione, perché c’era mestiere e capacità. Perché c’era meno fama, e soprattutto meno smania di notorietà. Perché, come scrisse Umberto Eco in una Bustina di Minerva sull’Espresso: «Da tempo il concetto di reputazione ha ceduto il posto a quello di notorietà. Conta essere “riconosciuto” dai propri simili, ma non nel senso del riconoscimento come stima o premio, bensì in quello più banale per cui, vedendoti per strada, gli altri possano dire “guarda, è proprio lui”. Il valore predominante è diventato l’apparire, e il modo più sicuro è apparire in televisione». Il titolo dell’articolo? Parole fuori moda: la vergogna.

L.