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#17 – Better Call Saul

L. | lunedì 5 febbraio 2018

Prodotto per la AMC dal 2015 e giunto alla sua terza stagione, Better Call Saul è ancora una volta un eccellente frutto della geniale mente di Vince Gilligan (o come lo chiamo io, Sua Eccellenza) e di Peter Gould. Better Call Saul è infatti uno spin-off di Breaking Bad e, nonostante i timori di molti fan della serie su Walter White, ne è assolutamente all’altezza.

Togliamoci subito il sassolino: per chi non lo sapesse, uno spin-off è una serie tv che deriva da un’altra serie tv, riprendendone il mondo e uno o più personaggi. Esempi famosi? Mork & Mindy è uno spin-off di Happy Days (Mork era apparso in una puntata); Merlose Place è lo spin-off di Beverly Hills 90210; Daria è lo spin-off di Beavis and Butthead e così via. Solitamente non è una gran cosa, perché ai miei occhi la traduzione di spin-off è “minestra riscaldata con aggiunta di un cazzo”. Si fa uno spin-off per sfruttare il marchio, per trasferire il pubblico affezionato da un prodotto all’altro. Lo si fa anche al cinema, dove ormai è tutto uno spin-off dei film Marvel. Better Call Saul è invece uno spin-off atipico, che pur derivando da una serie monumentale come Breaking Bad, assume una sua autonomia e bellezza, addirittura una maggiore maturità della serie su Walter White, perché è basato su un assunto narrativo solido – approfondire il personaggio di Saul Goodman – e non solo su un’operazione di marketing.

La storia è quella dell’ascesa e declino di Jimmy McGill, un brillante avvocato con tutte le carte in regola per diventare tra i migliori del paese, e che finisce per rimediare cause da due soldi e assistere malavitosi sotto il nome di Saul Goodman, il personaggio ciarliero e spaccone di Breaking Bad. A fare da contraltare, le vicende di Mike Ehrmantraut e il suo passaggio da ex-poliziotto a serial killer.

A differenza di Breaking Bad, Better Call Saul ha meno esplosività. Se nella prima i conflitti e le tensioni più esteriori derivano dal rischio di morire o di essere beccati, nella seconda c’è meno adrenalina, ma non per questo meno pathos. I conflitti di Better Call Saul sono più umani e meno straordinari, e riguardano in primo luogo i rapporti. La meravigliosa scrittura di questa serie fa capire come la tensione narrativa non abbia bisogno per forza di una pistola o di una bomba per scaturire. Basti guardare l’immensa forza conflittuale dei rapporti umani: chi di noi non vive conflitti sublimi e dolorosi con qualcuno che ama? Un familiare, un partner, o meglio ancora se stessi? Jimmy McGill è in conflitto col fratello, e la sua relazione amorosa è minata dalle bugie. Ma è soprattutto con se stesso che vive il dramma maggiore, conteso tra una natura astuta e truffaldina di cui è un vero e proprio maestro, e l’ingenua bonarietà trasmessa dal padre e cristallizzata nella rigida condotta del fratello Chuck. Si ripropone il meccanismo di Breaking Bad: Jimmy McGill si esprime al suo meglio quando diventa un truffatore. Quella è la sua vera natura, la sua grandezza, la sua vera realizzazione di sé. Walter White è l’involucro che a malapena conteneva Heisenberg. Jimmy McGill è l’involucro che a stento contiene Saul Goodman.

In quest’ottica Better Call Saul è un prodotto più maturo. Come ho letto in una recensione, è un fuoco che brucia lentamente, e si prende il suo tempo per farci appassionare ai personaggi, vero fulcro della serie. Sfido chiunque a non amare Jimmy McGill, un uomo buono ma non necessariamente onesto. Tecnicamente la serie non è un legal drama, ma la grandezza di Jimmy McGill sta proprio nel trovare modi sempre nuovi di usare il codice per il proprio tornaconto. Si muove come un campione tra le pieghe della legge e della sua burocrazia, e con la retorica riesce a distorcere il mondo a proprio favore. Questa è la sua vera genialità, e la prova di bravura degli sceneggiatori. La serie può essere vista senza passare da Breaking Bad, ma non mi pare una buona idea. E non perché così non si possono cogliere le decine di citazioni dal mondo di Walter White, ma perché conoscendo già la miseria professionale e umana di Saul Goodman si apprezza di più il modo in cui Jimmy McGill l’ha raggiunta. Sapendo già che un uomo perderà tutto, è più drammatico vedere la sua gioia nello stringere a sé quel che ha. Novantadue minuti di applausi per Bob Odenkirk*, che è davvero un attore maiuscolo.

Come nella storia della rana e dello scorpione, Better Call Saul sembra affermare che la propria natura non si può tradire. Prima o poi quel che si è viene a galla. E se ciò che siamo andasse contro quello che tutti si aspettano da noi? Se alla fine la nostra vera natura ferisse chi amiamo, e condannasse noi stessi?

L.

* = Anche se guardo le serie in lingua originale, mi capita di difendere alcuni doppiaggi dalla nazimania del non-me-ne-frega-un-cazzo-foss’anche-in-cecoslovacco-lo-guardo-in-lingua-originale. In questo caso però, la serie va per forza vista in inglese. Bob Odenkirk restituisce un personaggio spettacolare, e per quanto ammiri Pasquale Anselmo (voce italiana), Jimmy McGill non può prescindere dalla sua voce naturale.