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#15 – Il Prigioniero

L. | venerdì 19 gennaio 2018

Premessa: quando si parla di cinema o di serie tv, molte persone storcono il naso se si va più indietro del 1980. Da anni sento amici e parenti dirmi: «Questo film è vecchio, non mi piace» oppure «No dai, in bianco e nero no». Pura follia, dettata da un pregiudizio che andrebbe ricacciato nelle fogne da dove è sgattaiolato, ma che ha una motivazione di fondo comprensibile. Ormai siamo assuefatti a una fruizione sempre più rapida delle immagini: esplosioni, inseguimenti in auto, scambi di battute fulminei. I ritmi della narrazione di un tempo ci paiono scomodi, e in certi casi ci fa ridere l’ingenuità di alcune trame. Se nel cinema si scrive peggio di prima, in tv la qualità è aumentata, e anche di molto. Non vuol dire però che non ci siano cose buone fatte in passato. Come dice il mio professore di scrittura, «è già stato fatto tutto», ed è per questo che vi parlerò de Il Prigioniero. Perché è una serie interessante e rappresenta perfettamente il concetto espresso dal mio professore. Black Mirror, The Truman Show, Matrix? Sono tutti figli de Il Prigioniero.

Ideata, scritta, interpretata (e a volte diretta) da Patrick McGoohan, Il Prigioniero è una serie televisiva britannica di una sola stagione da 17 episodi, andata in onda sulla rete ITV dal 1967 al 1968.
Trama: Anni ’60. Un agente dei servizi segreti inglesi viene a conoscenza di alcune informazioni che lo portano, disgustato, a dare le dimissioni. Al fine di estorcere tali informazioni – e temendo che queste finiscano al di là della cortina di ferro – il governo britannico decide di prelevarlo e di portarlo su una misteriosa isola chiamata Il Villaggio, dove vengono detenuti coloro che sono a conoscenza di informazioni segrete e che non devono essere diffuse. I detenuti vivono pacificamente, in una sorta di cittadina con tanto di supermercati, tornei sportivi e lotteria di fine anno. Ogni abitante ha un numero e si sono da tempo arresi all’idea di non lasciare più l’isola, in quanto chi prova a scappare viene fermato e talvolta ucciso dai Rover, dei misteriosi palloni bianchi che soffocano l’evaso. Il protagonista – il numero 6 – viene sottoposto a continue torture affinché vuoti il sacco su quei segreti e si distolga dall’idea di fuggire.

Mi sembra superfluo dire che siamo nel campo del fantapolitico e del distopico, una cosa alla George Orwell e Ray Bradbury per intenderci. E proprio dalla cultura anni ’60 bisogna partire per fare un’analisi: sono i tempi della Guerra Fredda, ma anche della ribellione a ogni controllo politico e governativo. Gli anni della massima espressione di disagio dell’individuo – studente, operaio, donna o afroamericano che sia – contro un sistema che etichetta e inscatola. Sono gli anni della grande frenesia economica occidentale, dove un uomo è quello che compra, dall’automobile al frigorifero, al tostapane. L’uomo si emancipa intellettualmente, ma si omologa economicamente. Sono forse concetti così lontani dai giorni nostri? Basta andare in metro e guardare quanta gente ha un I-Phone in mano, da cui esprime la propria personalissima opinione-fotocopia sulla notizia del giorno. Loro sì che possono dire la loro sui sacchettini biodegradabili a pagamento. Loro sono liberi di postare foto su Instagram che trasformano il viso in un muso da coniglietto (cristo gente, sul serio?). E nemmeno la mia indignazione mi salva, perché sono omologato anch’io in chissà quanti altri atteggiamenti. Il Prigioniero parla della lotta di un uomo contro l’omologazione forzata, contro un sistema che ti porta ad agire prevedibilmente. Nel suo caso un governo cospiratorio, nel nostro un sistema economico di larga scala.

La serie conserva il fascino di quella narrativa fantascientifica di consumo che per tanti anni ha incantato bambini e adulti, oltre a quella semplicità nel confezionamento delle immagini che non lasciava spazio alla regia ultracurata dei nostri giorni. Dai romanzi della collana di Urania a Star Trek, nel fantascientifico di quegli anni troviamo quell’amore puro per la trama, quella volontà di raccontare semplicemente una storia, che sovrastava tutto e che adesso fa fatica a emergere, così presi come siamo dagli effetti speciali e dalla megalomania registica. Niente virtuosismi nel dialogo, niente movimenti di macchina compiaciuti alla Iñarritu o alla Sorrentino. C’era una storia da raccontare, soprattutto, e la sigla-prologo è l’apice di questa necessità narrativa. E se Il Prigioniero non può vantare la penna di Bradbury (che in quegli anni scriveva quel capolavoro di Ai confini dell’Universo, ne parlerò), gli va dato il merito di voler stupire tutti con una trama avvincente. Il finale – controverso fino al punto da costringere McGoohan a nascondersi dai fan – dimostra ancora una volta come le logiche produttive non conoscano religione.

A mio avviso Il Prigioniero ci ricorda due cose: in primis che in una serie tv la storia è sacra, dev’essere al di sopra di tutto, registi attori, sceneggiatori e produttori. In secondo luogo, che nel tritatutto della nostra società globalizzante, burocrate, internautica e interconnessa, c’è sempre più posto per gli account e meno posto per l’individuo. E allora forse ha ragione il protagonista della serie a gridare che lui è un uomo libero, e non un numero.
L.