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Inter-Milan Ermafrodita

| sabato 8 gennaio 2011

di Rocco Herrera

Checché ne dica monsieur Marco Branca, l’orgia ermafrodita rossonerazzurra, all’inizio del mercato di riparazione, è stata davvero molto vicina. L’idea che Leonardo stesse convincendo Moratti al doppio vendicativo acquisto Kakà-Ronaldinho è meno peregrina di quanto si possa pensare e se non è accaduta è più per impedimenti concreti che non per la mancanza di volontà interista di portare ad Appiano Gentile almeno uno dei due campioni ex milanisti. Sarebbe stata l’ulteriore mossa neroblù per rispondere, con il coltello fra i denti, all’acquisto di Ibra (mai digerito dalla società di corso Vittorio Emanuele) e all’interesse sempre più spudorato (e reciproco) del Milan verso quel Mario Balotelli, tanto amato dal presidente petroliere fin dai tempi delle giovanili. Il tutto senza dimenticare l’affaire Ronaldo.

Con l’avvento di Leo, infatti, sono cambiate molte cose. Sia nello spogliatoio interista depresso dalla cura Benitez ma anche nell’animo dei milanisti delusi dal nuovo corso. Soprattutto in quelli stufi del gioco involuto di mister alegher e nostalgici dei fuochi d’artificio e dell’entusiasmo che il cariocoso coach brasileiro regalava ogni partita, nonostante una rosa molto meno competitiva e assai ridimensionata nelle ambizioni dalle politiche societarie, poi inspiegabilmente mutate dopo la dipartita del brasiliano. Questi ultimi irriducibili tifosi amanti del bel calcio, da oggi, simpatizzeranno per l’Inter, complice l’insopportabile Milvio e colpevole l’ancor più fastidioso nuovo ct livornese, nonostante i risultati e l’affascinante coppia Cassano-Ibra (oltre alle bandiere Thiago Silva, Nesta e a quel papero che cigno lo è solo quando gli va). Perché Leo non è andato all’Inter da traditore. O meglio, ci è andato da vero traditore, razionalmente, ma a causa di un tradimento precedente, assai più grave.

Il brasiliano gioca per la sua delusione contro un Milan che non è più lo stesso; Leo ha sposato la causa interista da milanista ferito nell’animo per non essere stato compreso e da uno che, fiero e altezzoso, ha ormai voltato pagina. Basta ascoltare le prime parole dei giocatori nerazzurri per comprendere la grandezza di Leonardo, uno che è capace di regalare un sogno a se stesso, squadra e tifosi, senza il bunker di mourignana memoria ma con il sorriso di chi insegue le imprese solo per godersele ancor di più una volta conseguite, senza la smania di doverle compiere per forza. Che sia un vincente, però, è ancora tutto da dimostrare. Anzi, alcune sconfitte dell’anno scorso potrebbero far meditare (Zurigo e Manchester su tutte). Ma le sue parole trasudano di quella sicurezza di chi non ha bisogno di nascondersi, di chi sa di essere un allenatore innovativo.

L’anno scorso provocò i giornalisti, affermando che la cosa che più lo inorgoglisse fosse il fatto che dopo quindici partite, nessuno avesse capito con che modulo giocasse il Milan. Forse la definizione che meglio si addiceva al suo gioco era davvero quel retoricissimop quattro-due-fantasia ispirato a Telè Santana su cui molto si è speculato, poi giudicato «insostenibile» dai tromboni delle testate nazionali. Chissà. Di certo, al momento, c’è che, con Leonardo, non ci sono soltanto i tifosi dell’Inter, speranzosi in un’epica rimonta in campionato, ma da oggi anche una nutrita schiera di milanisti nauseati dal mago Silvian e da allenatori talmente miseri da essere capaci di umiliare campioni come Ronaldinho, mandandoli in campo per pochi istanti. Vedi Ranieri, che si è permesso di far giocare uno come Totti poco più di 100 secondi. Vergogna a voi, italiche e perdenti primedonne, che disonorate il pallone ogni volta che potete. Vergogna.