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#13 – Stranger Things

L. | sabato 16 dicembre 2017

Considerata da molti come uno dei fenomeni televisivi più dirompenti degli ultimi anni, Stranger Things si è ritagliata in fretta un posto di tutto rispetto nel gota delle serie televisive. Ideata dai fratelli Matt e Ross Duffer, prodotta nel 2016 da Camp Hero Productions per Netflix, Stranger Things è alla sua seconda serie, a cui ben presto se ne aggiungerà una terza.

Hawkins, Indiana, 1983. Il piccolo Will scompare in circostanze misteriose. I tre suoi migliori amici, a cavallo delle loro mountain bike, si mettono alla ricerca del ragazzo e fanno conoscenza con una strana bambina, Undici, dotata di poteri paranormali. Will si trova in una dimensione parallela – il Sottosopra – popolato da orribili mostri che mettono in pericolo la sua vita. Lo sceriffo e la madre di Will cercheranno di recuperarlo, mentre un losco laboratorio governativo è sulle tracce di Undici, scappata proprio da quel laboratorio.

Questa è la trama della prima stagione di Stranger Things, e leggendola ci accorgiamo subito di quanto il telefilm incarni un sunto dell’esperienza cinematografica della fantascienza americana anni ’80. C’è Spielberg, con il suo E.T. e il film da lui prodotto I Goonies. C’è l’amore per lo stile splatter di Carpenter, gli alieni e il paranormale, gli echi della cittadina di provincia in cui bussa il male, tipici di certi romanzi dell’epoca di Stephen King e i cliché tipici dei film dell’orrore. Sin dai primi momenti capiamo come Stranger Things poggi le proprie fondamenta narrative su quella che è stata definita un’autentica operazione nostalgia.
Non è una novità che le arti audiovisive vivano periodi ciclici di recupero di contenuti passati (la fantascienza anni Ottanta è tutto un riciclo di repertorio del genere anni Cinquanta), ma ciò che rende Stranger Things unico è a mio avviso la sua assoluta genuinità nell’evitare di rielaborare materiale vecchio di trent’anni per renderlo goffamente attuale. Stranger Things è esattamente ciò che sembra, ovvero un film anni ’80 scritto però nel 2016. Un meraviglioso tuffo nel passato, un ritorno a quel cinema che ha estasiato gli occhi degli attuali trentenni e quarantenni, e che si fa forte di quel sentimento assieme dolce e amaro di riappropriazione della propria infanzia. Del resto non c’è nulla che prenda di più di un tema nostalgico, di una canzone che ci riporta a quando avevamo meno pensieri, meno problemi, e molta più spensieratezza. Come la madeleine di Proust*, guardare Stranger Things riporta alla mente i ricordi ovattati dell’età dell’innocenza, un tempo perduto in cui molti di noi trovano un rifugio caldo e uterino ai malumori della vita.

Per riuscire in questa operazione, i fratelli Duffer hanno dovuto attingere a piene mani da un patrimonio citazionistico non indifferente, sottolineando continuamente il rapporto con i film del passato, da Stand By Me a Poltergeist, ai Ghostbusters e i già citati autori. I Duffer ci chiedono solo di sederci e pascolare nel nostro vissuto, nei nostri ricordi, nelle immagini mentali della nostra fanciullezza, regalandoci un vero e proprio viaggio nel tempo. Così l’ambientazione, la musica, la storia, sono tutti elementi che appartengono allo spensierato stile anni ’80: dai sintetizzatori della sigla iniziale (Dio li benedica!) a una caratterizzazione dei personaggi più funzionale e meno complessa di quella attuale, la quale del resto sarebbe suonata anacronistica.

E allora dove sta l’innovazione? Perché non tirare fuori un vecchio VHS e godersi quelle stesse sensazioni, se Stranger Things è un’operazione mirata a riportarci negli anni ’80? L’innovazione sta nel medium, in quanto la serie è un prodotto Netflix, e quindi non siamo più nel mondo della pellicola, ma in quello dell’home video vero e proprio. Le serie televisive stanno rubando sempre più terreno al cinema e – appropriandosi del suo linguaggio e della sua iconografia – anche il suo pubblico. Sfogliando l’album dei ricordi, Stranger Things dà vita a una storia non proprio originale ma schietta e onesta, basata su un sano amore per il passato e tutto ciò che è la nostra infanzia. Un’operazione trasparente, anzi sfacciata, eppure così lontana da quella vuota e disperata della Hollywood attuale, che continua a vomitare reboot e remake a vanvera (l’ennesimo Star Wars, Blade Runner 2049, Total Recall, l’orrendo Ghostbusters gender-friendly) nella speranza di gabbare un pubblico di affezionati. Non sono mai stato un grande fan di trilogie, reboot, sequel e remake, ma accetto tutto purché sia fatto con amore per la narrazione e non per il biglietto facile. Per questo dico, povero cinema.

L.

* Nonostante questo autore sia stato inquinato dalla sporcizia morale dei radical chic sì, si può ancora citare Proust senza essere uno di quei cazzoni che fanno sfoggio della letteratura perché hanno un buco dentro da colmare e vogliono darsi un tono.