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#12 – I Soprano

L. | venerdì 1 dicembre 2017

Alcuni la considerano la migliore serie mai apparsa in tv. Per molti, la meglio scritta. Una cosa è certa, I Soprano hanno posto le basi per la serialità televisiva come la conosciamo adesso. Ideata da David Chase nel 1999, ha significativamente contribuito a lanciare il canale a pagamento HBO nel gota delle tv private, che l’ha trasmessa per sei stagioni dal 1999 al 2007.

Il concept della serie è di quelli che vengono una volta nella vita: il capo di una famiglia mafiosa del New Jersey, Tony Soprano, lamenta crisi di panico e svenimenti. Si decide dunque ad andare da una psicologa, ed ecco che la diagnosi è presto servita. Come tutti gli uomini, anche lui ha una coscienza, delle paure, dei traumi infantili. Stretto tra i problemi familiari e lo stress in quanto boss di un’organizzazione criminale, il gangster cede il passo all’uomo, e da lì iniziano i suoi guai personali.

Per comprendere appieno quanto rivoluzionaria sia stata questa serie, basta andare a riguardarsi telefilm come MacGyver, Happy Days, Charlie’s Angels. Strutture semplici, risoluzioni della trama identiche di puntata in puntata, personaggi piatti. Sappiamo che MacGyver aggiusta qualunque cosa, che Ricky Cunningham è sfortunato con le ragazze, ma cosa sappiamo della loro psiche? Delle loro angosce profonde, dei loro desideri più torbidi? Questa è la prima grande rivoluzione de I Soprano, mostrare l’inconscio di uno dei personaggi più iconici e cristallizzati dal cinema: il gangster capomafia. Abituati come siamo a vederli come animali, mostri privi di scrupoli, la serie ci suggerisce che anche loro hanno una madre castrante, o un figlio che amano ma che sgridano perché non fa i compiti. Chissà se Totò Riina amava i tulipani, o se Tano Badalamenti cantava a suo figlio la ninna nanna che la madre cantava a lui. Se Il Padrino mostrava la progressiva disumanizzazione di Michael Corleone, I Soprano mostra l’umanizzazione di Tony Soprano. In lui sorgono dubbi, ansie, orgoglio, paure. La sua psiche crolla sotto il peso delle responsabilità, sotto la spinta dell’inconscio che non vuole più mentire a se stesso. L’uomo tutto d’un pezzo alla Gary Cooper non esiste più, adesso c’è quello che si fa le paranoie.

Assieme a una solida e coraggiosa sceneggiatura, le splendide le interpretazioni di James Gandolfini, Edie Falco, Lorraine Bracco, Joe Pantoliano, etc. danno vita a una serie tra le più importanti di sempre, snobbata in Italia poiché ritenuta lesiva dell’immagine dell’italo-americano, e però celebrata in tutto il mondo. La regia, liberata dai canoni tradizionali del telefilm classico, si prende diverse licenze creative, a volte cadendo nel kitsch – le divagazioni felliniane stonano – a volte regalando delle vere perle, una su tutte il finale. Credetemi, il finale dei Soprano è il più dirompente e coraggioso mai visto su uno schermo. Davvero, ci penserete per dei giorni.

I Soprano mette in mostra il progressivo sgretolamento di un universo criminale fascinoso e cinematografico, basato su “valori” non più possibili nel caos della psicosi collettiva moderna. Descrive i patemi di Dr. Tony e Mr. Soprano, riuscendo per la prima volta in qualcosa di nuovo per la tv: far empatizzare lo spettatore con un mafioso impegnato su tre fronti, quello professionale, quello familiare e quello più intimo e infido della propria psiche. Ricordandoci che, sia egli un santo o un assassino, un uomo è sempre un uomo.

L.