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#10 – The Booth at the End

L. | venerdì 17 novembre 2017

A volte le cose belle passano inosservate, specie nel caotico mare delle serie tv. Tra le svariate decine che ogni anno vengono prodotte – di cui solo una piccola percentuale porta in sé la qualità che una storia merita – capita a volte che se ne perda qualcuna buona. È il caso di The Booth at the End, miniserie ideata da Christopher E. Kubasik e prodotta da FX nel 2010. Due stagioni da cinque episodi ciascuna, dove ogni episodio dura solo venti minuti.

«Fin dove saresti disposto a spingerti per ottenere quello che vuoi?» recita la tagline. In The Booth at the End, un uomo taciturno e misterioso con in mano un’agenda è seduto sul divanetto di una tavola calda americana («il divanetto in fondo» come da titolo). Di fronte a lui siedono di volta in volta persone di diversa età, sesso, estrazione sociale, tutti con lo stesso obiettivo: ottenere disperatamente qualcosa. Quest’uomo può far avverare qualunque richiesta – o almeno sembra – non importa quanto incredibile questa sia. In cambio però, ognuno di loro deve portare a termine un compito, e tornare in quella tavola calda per raccontare ogni particolare, che egli annota diligentemente sull’agenda.

Un uomo chiede che il proprio figlio guarisca dal cancro, una ragazza chiede di diventare più bella, una suora vuole sentire nuovamente la presenza di Dio. Ma più importante è il desiderio, e più conseguenze avrà il compito assegnato, non sempre piacevole. E allora capita che un’anziana signora debba far esplodere una bomba in un bar, che un uomo debba uccidere una bambina, che una suora debba rimanere incinta, e così via. Chi è questo misterioso essere che da una tavola calda muove le fila del destino? È forse il Diavolo? Dio? Il fato stesso?

Chiunque sia, egli non giudica e, a parer suo, non gioca nemmeno un grande ruolo nell’esaudire quei desideri. Continua a ripetere ai suoi “clienti” che il cambiamento lo producono loro, con le loro azioni, e che lui è solo uno strumento, un tramite. Più che un malvagio Mefistofele alla ricerca di anime da divorare, egli è uno specchio, in cui i personaggi di volta in volta guardano alla propria miseria e scavano nelle loro angosce, spinti dalla disperazione. Parlando a lui, parlano a loro stessi.

Ecco che viene messo in crisi l’intero assunto dell’american way of life, dell’uomo che può raggiungere qualunque risultato ed essere ciò che vuole, se solo lo desidera fortemente. Messi di fronte alla possibilità di far avverare qualunque cosa, esercitare questa onnipotenza non è affatto facile, soprattutto quando ci si deve sporcare le mani. Ciò che emerge è che la maggior parte delle volte i loro desideri ruotano più o meno attorno alla stesso bisogno, ovvero l’amore nelle sue innumerevoli forme. Ma i danni che producono cercando di distorcere la realtà sono più gravi della condizione di partenza, e allora forse la serie ci mette in guardia dal voler a tutti i costi cambiare ciò che non ci piace, ci suggerisce all’orecchio che forse accettare gli avvenimenti è l’unica cosa possibile, la più sana e la più sensata. Inoltre, le azioni di un personaggio influenzano quelle di un altro, sino a modificarle per sempre. Siamo tutti legati da un filo invisibile, e allora non un singolo uomo ma tutta l’umanità è sì artefice del proprio destino.

Concepita come una web series dagli episodi brevissimi, il merito di questa serie sta nella grande capacità di tenere vivo l’interesse dello spettatore attraverso il dialogo, di mantenere coerenza e suspense pur adoperando una sola ambientazione (il divanetto). Come già in In Treatment, non è tanto l’azione che conta qui, ma la rielaborazione di chi l’ha compiuta. Moderno Socrate, l’uomo sul divanetto scava nella psicologia dei personaggi, tira fuori da loro una verità che essi stessi ignoravano, terribile o meravigliosa che sia. Un’ottima scrittura, unita a una regia mai invasiva e sempre discreta, infine, la splendida interpretazione di Xander Berkeley. Questa è la ricetta che fa di The Booth at the End un prodotto forse non perfetto, ma sicuramente degno di essere rispolverato e portato all’attenzione. Tanto che in Italia ne abbiamo ricavato un film-copia, The Place (2017), di Paolo Genovese.

Fin dove è disposto a spingersi ognuno di noi per ottenere ciò che vuole? The Booth at the end ci mostra una società che non vuole, né ha mai voluto, accettare quelle parti della vita che tanto detesta. Che sia la malattia, la perdita di un caro, l’assenza di un senso o il proprio aspetto fisico poco importa, daremo tutto pur di cambiare a nostro piacimento la realtà. Forse è questo in fin dei conti che ci separa dagli animali, la volontà di plasmare la vita anziché accettarla in tutti i suoi aspetti. E forse è proprio questo che ci condanna all’infelicità.

L.