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#1 – Bojack Horseman

L. | venerdì 15 settembre 2017

Nata nel 2014 dalla mente del comico Raphael Bob-Waksberg per Netflix, Bojack Horseman è una delle serie televisive più apprezzabili del momento, cinica e a tratti struggente, che nel corso delle sue (finora) tre stagioni ha registrato un crescendo qualitativo sorprendente per un prodotto di animazione.

La trama è semplice: Bojack Horseman è un cavallo di mezza età che passa le giornate nella sua villa a Hollywood, guardando i dvd di Horsin’ around, la sit-com degli anni ’90 che lo rese famoso. Finito nel dimenticatoio, cerca di riacquistare popolarità ingaggiando la ghost writer Diane per scrivere la sua autobiografia, ma il suo atteggiamento autodistruttivo lo porta a precipitare sempre più in basso. Attorno a lui troviamo personaggi che non brillano per essere dei vincenti (uno sfaticato che vive sul suo divano, la sua agente in perenne crisi sentimentale e professionale, il suo editore con tendenze suicide, etc.), ma le loro fisime esistenziali impallidiscono di fronte all’irrefrenabile caos emotivo di Bojack.

Ecco il maggiore pregio di Bojack Horseman: racconta le avventure di un fallito, un alcolizzato depresso e narciso che distrugge tutto ciò che tocca, e che nonostante le deprecabili azioni che compie, ci appare vicino. Bojack mette in luce la parte più oscura e inaccettabile della nostra interiorità, quella che a volte ci fa sentire dei perdenti, degli inetti, o più semplicemente dei veri e propri stronzi. Bojack è un cavallo di mezza età che non è mai maturato, che rifiuta obblighi e doveri, che mendica amore e attenzione, in buona sostanza un adolescente problematico. Ossessionato dal passato glorioso – peraltro un passato televisivo, cioè finto – egli sogna disperatamente una vita da sit-com, mostrando tutta la fragilità di chi ha paura di prendersi la responsabilità di vivere come un adulto, di chi si comporta in modo sciocco e infantile (in inglese, to horse around, appunto).

La serie, che nelle prime puntate adotta infelicemente la dinamica dei ‘siparietti’ insensati alla Griffin, nel corso del tempo acquisisce uno stile proprio, ancora sboccato ma non volgare, e che conquista grazie alla maggiore complessità psicologica che i personaggi pian piano rivelano, alle gag visive sparse per lo schermo e alla rinuncia della battuta a ogni costo. In alcune puntate, la sceneggiatura tocca livelli narrativi altissimi: basti citare la puntata dove Bojack è in una città sottomarina e nell’intero episodio vi sono meno di tre minuti di parlato; o quelle dove Bojack assume dosi così massicce di droga da rendere la sua realtà – e quella dello spettatore – una serie continua di allucinazioni che ne racchiudono altre. Un pollice in alto per la sigla iniziale: è semplicemente meravigliosa.

Mettendo a nudo le ipocrisie di Hollywood e della nostra società così ossessionata da un’immagine perfetta di sé, Bojack Horseman ci ricorda quanto sia doloroso il battesimo nella vita adulta. Quanto sia difficile, e raro di questi tempi, volere bene a se stessi.

L.